Burgnich, il cuore nella roccia: eroe nella partita del secolo
di Emanuela Audisio , di Emanuela AudisioAvrebbe potuto recitare in un film francese, fare i ruoli da Lino Ventura. Gli somigliava in asciuttezza di modi e di parole. Il suo volto non mentiva. È stato e resterà per il mondo l'esempio del difensore italiano per eccellenza. Anche se in quella famosa partita di Italia-Germania 4-3 fece il 2 a 2. Se andavi a trovarlo a casa sua in Versilia ti accoglieva con gentilezza e ti sorprendeva per schiettezza: "Pelé? Quello che io faccio con le mani lui lo faceva coi piedi". Nemmeno Ungaretti avrebbe potuto essere più vero e sintetico.
Tarcisio Burgnich se n'è andato a 82 anni, nello stesso giorno del suo capitano, Armando Picchi, che lo aveva soprannominato…
Avrebbe potuto recitare in un film francese, fare i ruoli da Lino Ventura. Gli somigliava in asciuttezza di modi e di parole. Il suo volto non mentiva. È stato e resterà per il mondo l'esempio del difensore italiano per eccellenza. Anche se in quella famosa partita di Italia-Germania 4-3 fece il 2 a 2. Se andavi a trovarlo a casa sua in Versilia ti accoglieva con gentilezza e ti sorprendeva per schiettezza: "Pelé? Quello che io faccio con le mani lui lo faceva coi piedi". Nemmeno Ungaretti avrebbe potuto essere più vero e sintetico.
Tarcisio Burgnich se n'è andato a 82 anni, nello stesso giorno del suo capitano, Armando Picchi, che lo aveva soprannominato Roccia da quando in una partita con la Spal, lui Tarcisio si era scontrato con Novelli, un'ala veloce, che rimase a terra come l'avesse investito un camion. Burgnich era nato nel '39 a Ruda (Udine) nel profondo nord friulano, in un'altra Italia che ai suoi figli dava nomi normali: Tarcisio, Giacinto, Armando. Gli seccava che Pelé in Messico nella finale del Mondiale '70 gli avesse segnato di testa, anche se in quella fotografia era rimasto nella storia, si giustificava: "Io sono in obliquo col braccio perché ce l'avevo a fianco e ho fatto un passo in avanti per anticiparlo, solo che Pelé è rimasto al suo posto e ha avuto la possibilità di incrociare il pallone". Già, ti segna il migliore del mondo e tu quarant'anni dopo senti ancora il bisogno di chiedere scusa. Burgnich era fatto così. Non girava attorno né alle cose, né agli attaccanti. Da allenatore aveva fatto debuttare l'attuale ct Mancini a 16 anni nel Bologna e a Como si era opposto a Berlusconi che voleva Borghi in campo, rivendicava che lui non leccava il sedere ai presidenti. Ti ripeteva quello che aveva confessato in un'intervista a Gianni Mura: "Una domenica a San Siro con una gomitata Riva mi ha buttato giù due incisivi e un premolare. Appena ho potuto gli ho reso il fallaccio, e poi mi sono scusato". Non diceva che il suo era un calcio d'altri tempi, al contrario: "Se parliamo di Riva, di Boninsegna, di Pascutti, è tutta gente che oggi segnerebbe 40 gol a campionato".
Dava del lei, ma non si dimenticava i torti. "A Città del Messico la federazione ci mandò il conto delle bibite che avevamo consumato, avevamo diritto solo all'acqua gratis". E capiva benissimo quello che significava il calcio. "Il successo sulla Germania fu il nostro Risorgimento. Quella partita smise di essere solo un gioco per diventare altro, una rivincita di carattere, una prova di unità e d'identità. Finalmente un'Italia che le suonava ai tedeschi che ci consideravano molli, deboli, fannulloni. Anche se al rientro venimmo insultati: contava più la sconfitta con il Brasile che non la vittoria su Beckenbauer. E io, terzino, che a un minuto dalla fine del primo supplementare faccio il gol del 2 a 2, nella mia vita ho segnato solo due reti in azzurro, quella fu l'ultima". Di sinistro, su un rimpallo, non una finezza. Non si dava arie, sapeva essere ironico: "Mi presero tutti in giro, Riva soprattutto, mi chiamava "il montanaro". Niente baci, pochi abbracci. Io non gradivo. Ho passato più notti in stanza con Facchetti che con mia moglie. Le sceneggiate di oggi non le capisco. Segni? Accontentati. Non mancare di rispetto ai tuoi avversari, perché ci sono i ragazzini che ti guardano e che poi sui campetti ti imitano".
Da giocatore non aveva avuto la tessera del sindacato (Aic) ma ne aveva fatto parte: "Dire che eravamo ricchi schiavi forse è esagerato, ma quando la Juve mi mandò a Palermo, io non ci volevo andare e provai a dire no, loro però risposero che non mi avrebbero più fatto giocare, così dovetti accettare. È un male che il calcio non sia finito in mano ai calciatori". Aveva esordito nell'Udinese, ma al primo provino avevano scelto l'altro che era Bruno Pizzul. A 20 anni il debutto in campionato: "Ero l'unico giocatore di Serie A che giocava e lavorava, alle sette di mattina ero in cantiere, poi con la bici e con il pullman andavo ad allenarmi nell'Udinese. Allora il difensore doveva soprattutto essere umile ed annullarsi". Sapeva vedere il calcio, conoscere i giocatori, e come Dumas e Bearzot credeva nella squadra. "Eravamo un gruppo, chi andava in panchina non faceva la vittima, e i terzini marcavano. Una volta con l'Inter contro il Benfica, io e Bolchi ci scambiammo l'uomo che purtroppo segnò, Herrera mi chiese: lei dov'era? E subito dopo: lei ci deve andare anche al bagno con quello. Così mi mise fuori squadra. Contro il Brasile in Messico avrebbero dovuto sostituirci tutti, eravamo cotti, senza più energie".
Con lui se ne va uno che non ha mai scambiato lo stadio per un palcoscenico. Sì, Pelé e Pascutti lo avevano fregato (di testa), ma dal calcio aveva ricevuto molto, andava bene così. Quando sei capace di non fare segnare l'infelicità significa che giocherai sempre alla Burgnich.