È morto Giampiero Boniperti, elegante e feroce sposò la Juventus e la portò ai trionfi
di Maurizio Crosetti , di Maurizio CrosettiTORINO. Soffriva, perché ormai non ricordava più. "E alla mia età ricordare è tutto". Da qualche anno Giampiero Boniperti era avvolto dalla nebbia, dal male della dimenticanza, eppure ogni volta che gli moriva un amico lui lo capiva, lo sapeva. "Invecchiare è una merda perché vedi andarsene tutti, e alla fine rimani solo tu". Anche la testa se n'era andata, come i compagni di un tempo, ma il resto no: prima di compiere novant'anni andava ancora a caccia. Le sue gambe erano tronchi. I suoi polmoni, mantici. Raccontava di quando Fausto Coppi non riusciva a tenergli il passo, col fucile in mano. "Si fermava con la scusa che camminare nel fango della campagna gli rovinava i muscoli, e io gli dicevo: ma Fausto, ti rendi conto?, tu sei Coppi e noi non siamo nessuno!".
TORINO. Soffriva, perché ormai non ricordava più. "E alla mia età ricordare è tutto". Da qualche anno Giampiero Boniperti era avvolto dalla nebbia, dal male della dimenticanza, eppure ogni volta che gli moriva un amico lui lo capiva, lo sapeva. "Invecchiare è una merda perché vedi andarsene tutti, e alla fine rimani solo tu". Anche la testa se n'era andata, come i compagni di un tempo, ma il resto no: prima di compiere novant'anni andava ancora a caccia. Le sue gambe erano tronchi. I suoi polmoni, mantici. Raccontava di quando Fausto Coppi non riusciva a tenergli il passo, col fucile in mano. "Si fermava con la scusa che camminare nel fango della campagna gli rovinava i muscoli, e io gli dicevo: ma Fausto, ti rendi conto?, tu sei Coppi e noi non siamo nessuno!".
Non sentiremo più la voce di tuono del presidente, capace però di soffiarla come un sibilo tra i denti stretti, come fanno i cani prima di mordere. A 92 anni ha smesso di restare l'ultimo, e l'unico. Lui e la Juve erano materia indivisibile, però la mitologia non è esente da errori. Il più consueto è l'attribuzione della famosa frase "vincere non è importante ma è l'unica cosa che conta": Boniperti non la coniò affatto ma la citò soltanto. Quel motto appartiene a due allenatori di football americano, nessuno sa chi la pronunciò per primo tra Henry Russel Sanders e Vince Lombardi. Il presidente la lesse su uno striscione, se ne innamorò e volle raccomandarla al popolo bianconero in una notte speciale, l'inaugurazione del nuovo stadio, quando nel buio del prato si illuminò una panchina, quella della storica fondazione (cioè, non proprio l'originale), e sopra stavano seduti Boniperti e Del Piero, il suo migliore acquisto (Platini lo aveva preso lui, ma l'aveva preteso l'Avvocato).
Il presidente era elegante, superbo, gentile, ferocissimo. In campo lo raccontavano come un diavolo: chi provava a colpirlo, di solito si faceva due volte più male. Boniperti era odiato in quanto Juventus, e amatissimo per l'identica ragione. "Nel riscaldamento prima delle partite andavo in campo da solo, a prendermi insulti e sputi. Era giusto che facessi da parafulmine: io ero Boniperti".
Nel calcio è stato il Valletta dell'Avvocato. L'idea della squadra azienda, stampata come una carrozzeria e imbullonata come una scatola del cambio, l'ha imposta lui. La Juve era la sua devozione e il suo stile, a qualunque costo. Quando a metà degli anni Ottanta i primi esperti di merchandising inventarono la mascotte Giampi, un bobtail di peluche con i capelli lunghi, Boniperti abbozzò ma non gradì: fosse dipeso da lui, lo avrebbe mandato dal barbiere.
Quando leggeva qualcosa che non gli garbava, diventava una furia e telefonava di mattina presto, gridando. Ma la volta dopo ti abbracciava dopo averti dato un calcio nel sedere o un cazzotto nello stomaco, e poi diceva: "Forza, adesso prova tu". Nessuno mai osò.
Da ragazzino portava il distintivo della Juventus sulla giacca, la "muda" del giorno di festa. "Sognavo di giocare anche solo una partita con la maglia bianconera: mi sarebbe bastato per essere felice per tutta la vita. Il destino me ne ha fatte giocare oltre quattrocento". L'ultima la decise lui, d'improvviso, il 10 giugno 1961 contro l'Inter. Quel giorno debuttava tra i nerazzurri Sandro Mazzola che segnò su rigore, anche se fu goleada per la Juve. Alla fine, prima di consegnare per sempre gli scarpini al magazziniere, Boniperti andò dal ragazzo magro come un chiodo e gli disse: "Sei bravo, cerca di essere degno di tuo padre".
La grandezza del campione è stata la sua modernità: Boniperti giocava d'attacco ovunque, come gli olandesi che non erano ancora nati. Quella di dirigente è stata il potere calato nell'intuizione (la più felice, Trapattoni). La Juve era ricchissima ma non scema, e doveva tener conto della pace sociale in fabbrica. Questo portò Boniperti a commettere anche un grande errore: non insistere per Maradona, come invece gli aveva detto Gianni Agnelli, a cui dava del lei (l'Avvocato lo chiamava semplicemente Boniperti, però con il "tu"). "Se questo Maradona fosse così forte, lo conoscerei".
Nessuno più fedele alla causa bianconera, più piemontese nella dedizione militaresca: sembrava un generale del Nizza Cavalleria. Eppure fu nudo e solo nella notte di Bruxelles, dopo avere passato in rassegna tutti i morti all'obitorio. Nessuno più di lui sapeva, in quei terribili momenti, che l'unica cosa che conta non è vincere ma vivere.