Pellissier: "Così, ripartendo dalla terza categoria, faccio rinascere l'anima del Chievo"
di Franco Vanni , di Franco Vanni"Ho deciso di raccontarmi e lo ho fatto affidandomi alla sensibilità di un giornalista che è diventato anche un amico", dice Sergio Pellissier, bandiera del Chievo Verona, squadra non più iscritta a nessun campionato, dopo la decisione della Figc di sospenderla per presunte irregolarità fiscali della proprietà. Dei suoi anni in gialloblù, ma anche di quelli prima e dopo, il bomber di Fénis ha parlato con Matteo Renzoni, giornalista di Sky e autore del libro "Ho fatto 31", pubblicato da Absolutely Free Libri. "Matteo mi ha fatto tante interviste e da ognuna è nato un capitolo - dice Pellissier - il libro parte dalla fine, dal mio tentativo di fare rinascere un sogno".
Cosa sta facendo per fare rinascere il Chievo Verona?
"Ho creato una nuova società, dal nulla. Ci sto lavorando a tempo pieno. Sono alla ricerca dei giusti compagni d'avventura, pronti a crederci e a metterci anche soldi…
"Ho deciso di raccontarmi e lo ho fatto affidandomi alla sensibilità di un giornalista che è diventato anche un amico", dice Sergio Pellissier, bandiera del Chievo Verona, squadra non più iscritta a nessun campionato, dopo la decisione della Figc di sospenderla per presunte irregolarità fiscali della proprietà. Dei suoi anni in gialloblù, ma anche di quelli prima e dopo, il bomber di Fénis ha parlato con Matteo Renzoni, giornalista di Sky e autore del libro "Ho fatto 31", pubblicato da Absolutely Free Libri. "Matteo mi ha fatto tante interviste e da ognuna è nato un capitolo - dice Pellissier - il libro parte dalla fine, dal mio tentativo di fare rinascere un sogno".
Cosa sta facendo per fare rinascere il Chievo Verona?
"Ho creato una nuova società, dal nulla. Ci sto lavorando a tempo pieno. Sono alla ricerca dei giusti compagni d'avventura, pronti a crederci e a metterci anche soldi. Non è facile nel 2021, ma qualcuno c'è. Appassionati che credono nel modello di una società sana".
Da dove siete ripartiti?
"Terza categoria. Sabato scorso abbiamo fatto la prima partita. I giocatori sono tutti nuovi, anche se qualche ex Chievo sta arrivando. Il portiere, Pavoni, era il terzo nei gialloblù. Ripartiamo dal basso, dal settore giovanile".
Il nome Chievo Verona non lo potete usare.
"Abbiamo depositato il nome Fc Clivense. La maglia è bianca e blu, come quella del Chievo degli esordi. Vogliamo recuperare quello spirito lì".
Pensa di coinvolgere in qualche modo il presidente Luca Campedelli?
"No, per me è un capitolo chiuso. Dopo il ritiro dal calcio giocato provai a fare il direttore sportivo del mio Chievo ma non funzionò. Entrai in collisione con diversi dirigenti. Non si torna indietro".
Perché come numero di maglia scelse il 31, che dà il titolo al libro?
"Per un caso. A me è sempre piaciuto l'11 ma quando rientrai al Chievo i numeri di maglia te li dovevi conquistare all'asta. Se lo aggiudicò Marazzina. Chiesi il 21, ma lo volle Bierhoff, che ci aveva vinto un Europeo segnando una doppietta in finale. Procedendo con le decine, mi toccò il 31 e va bene così".
Lei è amico di Jerry Calà, il cui figlio è tifoso del Chievo. A quali dei suoi gol in carriera assegnerebbe il livello di gradimento "doppia libidine coi fiocchi"?
"Sicuramente la tripletta a Buffon in trasferta. Ma anche il gol di tacco contro il Genoa. Il gol in Nazionale con l'Irlanda del Nord. Per fortuna in 23 anni di calcio da professionista i bei ricordi sono tanti".
Lei viene da Fénis, provincia di Aosta, patria del castello dove fu ambientato Fracchia contro Dracula.
"Quel film è un capolavoro. Sono appassionatissimo di film comici italiani degli anni Ottanta, mi ricordano la mia infanzia. Per noi ex ragazzini di Fénis è un orgoglio".
Come mai Aosta non è mai riuscita ad avere una squadra di calcio di livello?
"In tutta la Valle ci sono solo centomila abitanti, troppo pochi per sostenere una squadra iscritta a un campionato importante".
A Verona c'è spazio per due squadre?
"Ma certo. In città si tifa soprattutto Hellas, ma nei dintorni l'amore per il Chievo è forte. È un bacino importante, di centinaia di migliaia di persone. E poi Verona è casa mia, da tanto tempo. I miei figli sono nati e cresciuti qua".
Lei a 10 anni ha giocato nella mitica Rappresentativa Valdostana, sentita mille volte per le amichevoli estive. Ha ancora un legame con la sua terra di origine?
"Ci torno per salutare i miei genitori. Ho casa a Fénis, ma ci vado sempre meno. Il legame piano piano si sta allentando. Capisco ancora la lingua patois, mi faccio capire, ma certe consuetudini per restare vive vanno esercitate".
Di famiglia juventina, lei esordì nel Toro.
"Mio papà e mio zio capirono e mi sostennero. Ai tempi era il settore giovanile più importante d'Italia. Come oggi lo sono Atalanta ed Empoli".
Ha giocato fino a 40 anni. Quale il segreto di tanta longevità?
"La determinazione. Devi fregartene quando ti dicono che sei vecchio e che devi smettere. Solo tu sai quanti anni hai veramente".
Della sua ultima stagione resta l'immagine dell'abbraccio in campo a suo figlio Matteo, dopo il gol segnato alla Lazio.
"Gli allenatori D'Anna e Ventura non mi facevano mai giocare. Mio figlio faceva il raccattapalle e si intristiva: Non vengo più che non giochi mai, mi diceva. Arrivato Di Carlo mi ha schierato titolare. Alla prima col Napoli non ho segnato, in casa con la Lazio sì. Sono corso da mio figlio, lo ho abbracciato e gli ho detto: hai visto che è successo".
I suoi figli giocano a calcio?
"Il più grande gioca. Il piccolo ha nove anni, fa tutto tranne quello. Mia figlia sedicenne è nazionale di trampolino elastico agonistico. A novembre, se recupererà da un infortunio, parteciperà ai mondiali. Sono orgoglioso di lei. Spero si tolga belle soddisfazioni".
Nel libro si accenna anche all'inchiesta Calcioscommesse, in cui lei finì indagato. Cosa le ha lasciato quell'esperienza?
"Ho capito chi sono i veri amici. Qualcuno mi ha voltato le spalle, qualcuno ha capito che avevo ragione ed è rimasto. Se sei innocente prima o poi per fortuna tutto va al suo posto. Su di me gli inquirenti non hanno trovato nulla perché non c'era nulla. L'hanno mandata in prescrizione, avrei voluto l'assoluzione".
Qual è il suo sogno?
"Spero di potere dimostrare di valere qualcosa anche dopo il calcio giocato. Voglio dimostrare di potere essere un bravo dirigente sportivo. Voglio che si dica di me: "Che bravo che è Pellissier" non "che bravo che è stato Pellissier". È un obiettivo grandissimo, ci lavoro ogni giorno".