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Patrice Evra: "Ronaldo via dalla Juve perché non si sentiva amato"

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Parla l'ex terzino bianconero, autore di I love this game, la sua autobiografia: "Sono stato abusato da un insegnante a 13 anni, ho sbagliato a tacere. L'Italia mi ha dato una seconda famiglia. Allegri? Non avrebbe mai dovuto lasciare Torino nel 2019: lui ti massacra di lavoro ma è furbo, lo impone col sorriso"
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LONDRA - Come nei suoi video su Instagram con milioni di spettatori, Patrice Evra ama questo gioco. Cioè la vita. “Aspetta, il citofono!”. Scompare. “Rieccomi! Perché io sono sempre vivo! Forza Juve! Haha!”. Ora, il suo virale motto “I Love This Game” è diventato anche un libro. Anzi la sua autobiografia, appena pubblicata in Inghilterra per Simon & Schuster. Il campione francese nato nella senegalese Dakar, alias “Zio Pat” per i tifosi di una depressa Juventus, effonde gioia e positività da Dubai, nonostante nelle sue memorie ci sia una tremenda rivelazione: “Sono stato abusato sessualmente da un mio insegnante, quando avevo 13 anni. Per evitare di fare il pendolare in Francia, mi disse che potevo rimanere a dormire sua. Io e la mia famiglia ci fidammo. Che errore”.

Come spiega nel volume, il 40enne Evra, ex straordinario terzino della Juve e della Francia oggi esilarante giramondo di base ne…

LONDRA - Come nei suoi video su Instagram con milioni di spettatori, Patrice Evra ama questo gioco. Cioè la vita. “Aspetta, il citofono!”. Scompare. “Rieccomi! Perché io sono sempre vivo! Forza Juve! Haha!”. Ora, il suo virale motto “I Love This Game” è diventato anche un libro. Anzi la sua autobiografia, appena pubblicata in Inghilterra per Simon & Schuster. Il campione francese nato nella senegalese Dakar, alias “Zio Pat” per i tifosi di una depressa Juventus, effonde gioia e positività da Dubai, nonostante nelle sue memorie ci sia una tremenda rivelazione: “Sono stato abusato sessualmente da un mio insegnante, quando avevo 13 anni. Per evitare di fare il pendolare in Francia, mi disse che potevo rimanere a dormire sua. Io e la mia famiglia ci fidammo. Che errore”.

Come spiega nel volume, il 40enne Evra, ex straordinario terzino della Juve e della Francia oggi esilarante giramondo di base nel Golfo, ha deciso di rivelare tutto adesso a parenti, amici e persino alla sua ignara madre, “che si è messa a piangere”. Questo perché “quando la polizia qualche anno fa mi fece domande sul molestatore, allora già denunciato da altre vittime, decisi di tacere. Volevo concentrarmi sul calcio. Mi sono pentito. Ora quindi lo dico al mondo: i bambini devono denunciare immediatamente queste atrocità". È il primo, drammatico capitolo di “I love this game”. Che però contiene anche altre rivelazioni: sulla Juve con tanti eccezionali retroscena dello spogliatoio, sul Manchester United, l’iniziazione in Sicilia a Marsala. Ora, in questa intervista, Evra parla di tutto. Anche dei veri motivi dell’addio alla Juve del suo amico Cristiano Ronaldo.

Evra, perché ora vive a Dubai?

“Giro in tutta l'Europa per lavoro, ma qui mi sento a casa perché c’è una grande qualità della vita, e ci si sente sicuri, a differenza di molte metropoli europee dove non puoi più uscire con un gioiello al collo o una macchina di lusso. Anche la mia compagna può tornare alle 2 di notte senza pericoli. E poi è un luogo che guarda al futuro. Mia madre ha perso una gamba di recente. Qui potrà tornare a camminare molto presto”.

E poi a Dubai ci sono meno fan che la circondano in strada?

“No, anche qui i ragazzini mi inseguono, amano la mia energia positiva. Con “I love this game” ho creato un mostro!”.

E la svolta dei video su Instagram, dove è una star assoluta, come è arrivata? Dal libro pare di capire che fosse depresso a Torino.

“No, non sono una persona depressa. Ma, dopo Manchester, all’inizio non è stato facile a Torino. I tifosi juventini poi per strada mi rimproveravano di non essere sui social. Ma io non ero proprio il tipo. Poi però sono iniziati a spuntare sempre più profili falsi che si spacciavano per me. Allora ho chiesto a Paul Pogba, anche lui alla Juve, di intercedere per me con Instagram per aiutarmi a cancellarli. Ma il responso fu: “Possiamo farlo, ma ne spuntano sempre di nuovi”. Allora sono caduto nella trappola: ho aperto un profilo ufficiale mentre ero in ritiro con la Francia, tutti in albergo, una situazione noiosa. Ho cominciato a postare video mentre cantavo nella doccia, stonavo, e urlavo “I love this game!”. Che è sempre stata la mia filosofia di vita, anche da bambino”.

Eppure da piccolo lei ha passato momenti tragici, come racconta nel libro: problemi economici, gang giovanili, spaccio di droga e ora la rivelazione degli abusi sessuali. Come è riuscito a preservare sempre questa innata positività?

“Perché mi sono sempre sentito fortunato, anche quando le cose non andavano bene. E non ho mai cercato scuse nella vita, cosa che voglio trasmettere ai miei giovani fan. Mia madre mi ha educato così, anche quando era difficile riempire i piatti a tavola. È una mentalità un po’ africana, dove spesso si è sempre felici nonostante la povertà estrema. Credo in Dio, che mi ha messo di fronte a delle prove. Credo nell’energia positiva. Per questo, I love this game”.

Nel libro si intuisce quanto sottile sia la linea tra il successo e il fallimento per un calciatore. Quando lei nel 1998, a 17 anni, si trasferì addirittura al Marsala, in Sicilia, l’allenatore italiano Pierluigi Frosio “non credeva in lei”.

“A bambini e ragazzini, dico sempre: il talento, anche se hai la classe di Messi o Cristiano Ronaldo, per un calciatore conta solo per il 20%. Il 30% è etica del lavoro. Il 50% forza mentale. Io vengo dalla strada. Ciò mi ha fortificato e non mi ha fatto mai soffrire alcuna pressione, che sia uno stadio tutto esaurito o le critiche di un giornalista. Non ho mai mollato perché ho sempre fame e passione. Ho giocato perché amo il calcio. Oggi, invece, le nuove generazioni di calciatori sono diverse: pensano più alla fama e ai soldi. Con un allenatore come Frosio, molti giocatori di oggi avrebbero mollato. A me, invece, quel momento difficile ha dato una motivazione incredibile”.

I giovani calciatori di oggi però vivono anche un contesto totalmente diverso. Per esempio, l’invasività dei social media.

“Non voglio sembrare un vecchio trombone, ma oggi i calciatori hanno tutto e subito. Spesso non sono affamati. Io invece non avevo niente. Quando arrivai Marsala e per la prima volta ebbi una tuta ufficiale, chiamai subito mia madre: “Mamma, ho una tuta come gli altri, mi sento in paradiso!”. Oggi tutto questo non accade. Se un calciatore ha un problema, chiama l’agente, il quale si lamenta con il club o va a parlare in tv contro l’allenatore. Ma li capisco, è un mondo totalmente diverso: hanno una esposizione su Internet e i social pazzesca. Oggi un calciatore se firma con una squadra importante, anche se è sconosciuto, ha subito 3 milioni di follower.”.

Marsala le ha salvato la vita?

“È stata la mia fuga da un tunnel in cui potevo schiantarmi. Non ero un gangster, e la strada in un certo senso mi ha aiutato, ma certo il Marsala mi ha salvato la vita. È stata la mia seconda famiglia. I siciliani erano così calorosi: “La gazzella nera!”, mi chiamavano i ragazzini per strada. Credo fossi l’unico giocatore nero, in quel girone C di serie C1”.

Però nel libro racconta come a Marsala per la prima volta abbia subito il razzismo, addirittura da parte di un anonimo compagno di squadra. La stessa cosa sarebbe poi accaduta in Premier League con Suarez.

“Non nasciamo razzisti. È un problema di istruzione, sociale. Pure i poliziotti mi fermavano sempre perché ero nero. Il calcio lancia molti messaggi contro il razzismo. Ma non è abbastanza”.

Cosa si dovrebbe fare?

“Prendiamo il progetto Superlega: allora migliaia di tifosi scesero in strada e riuscirono a fermarla. Sarebbe bello se tutto questo si facesse contro il razzismo. Ma non si fa. Inoltre, i social media possono fare di meglio. Certo, è impossibile bloccare tutti i messaggi razzisti, ma se oggi scrivi una cosa sui vaccini o sul Covid subito viene segnalata dal sistema. Con il razzismo, invece, non succede. Terzo: fino a quando non verranno toccate le tasche e non si comminano pene pecuniarie ai razzisti, non cambierà mai nulla”.

Allora cosa pensa dei calciatori che non si inginocchiano contro il razzismo?

“Che dovrebbero farlo. Perché fa riflettere soprattutto le nuove generazioni. Quando mio figlio ha visto per la prima volta i giocatori inginocchiarsi, mi ha chiesto: “Perché lo fanno, papà?”. Allora l'ho messo in guardia. È importante per la consapevolezza collettiva. Non si eliminerà di certo il razzismo inginocchiandosi, ma è un grande passo in avanti”.

Nel suo libro, quando racconta l’arrivo alla Juve, lei sottolinea le differenze di allenamento tra il calcio italiano e altri Paesi.

“In Italia si lavora tanto, anzi troppo. Eppure, se si trovasse l’equilibrio giusto, le squadre italiane potrebbero vincere la Champions League con molta più facilità. In Italia però si spinge tutto all’estremo. C’è quasi una superstizione del lavoro, e l’ho vissuta alla Juventus, del tipo: “Se non ci alleniamo in maniera durissima, non vinceremo mai”. Non è vero. Per me è un segno di insicurezza. Sia chiaro: io ho sempre lavorato duro nella mia carriera. Ma alla Juventus era tutto esagerato. Il mio primo anno vincemmo il campionato e perdemmo la Champions League in finale. Ma sono convinto che quella coppa avremmo potuto vincerla se non fossimo arrivati così sfiniti, fisicamente e mentalmente. In Inghilterra prima dei big match si canta e si balla nello spogliatoio. In Italia invece c’è troppa pressione sui calciatori. Anche quando eravamo sul pullman con gli altri della Juve, alcuni dei miei compagni guardavano Sky Sport, altri leggevano i giornali sportivi. Allora dissi a tutti: “Ragazzi, non potete andare avanti così, concentrati ogni secondo sul calcio. Così perdete la gioia di giocare a pallone”.

Però Allegri sembra uno molto rilassato rispetto ad altri grandi allenatori italiani, vedi il suo predecessore alla Juve, Antonio Conte.

“Questo lo dite voi! Quando si arriva in un’istituzione leggendaria come la Juve, anche l’allenatore più tranquillo rispetta la cultura del lavoro del club. I bianconeri sono orgogliosi di essere la squadra che si sfianca di più. Per la prima volta nella mia carriera, alla Juve mi son detto: “Qui davvero mi guadagno duramente ogni euro”. Gli allenamenti con Allegri non erano affatto rilassati. La gente dice: “Con Conte era ancora peggio”. Per me invece è lo stesso. Allegri ti ammazza di lavoro, ma è intelligente perché te lo impone con il sorriso”.

Nell’autobiografia lei racconta la svolta del primo anno di Allegri: la squadra pensava ancora a Conte, la Juve arrancava. Poi un discorso tra giocatori nello spogliatoio e la vittoria di Napoli per 3-1.

“Mi sembrava di esser tornato al Manchester United dopo l’addio di Ferguson: tutti che accusavano il successore David Moyes, noi calciatori ridicolizzati da stampa e tifosi. Allora ho detto ai miei compagni alla Juve: “Ferguson è il più grande allenatore di tutti i tempi, Conte è un genio, ma in campo ci siete sempre andati voi. Non abbiamo scuse, nemmeno adesso. La Juve è un’istituzione. Dovete svegliarvi!”. Buffon, Chiellini e Barzagli rimasero scioccati da quel mio discorso. Si resero conto di quanto amassi la Juventus, anche se ero appena arrivato. Quel nostro incontro cambiò tutta la stagione, una delle più belle della mia vita”.

E cosa ne pensa del ritorno di Allegri alla Juve, tra alti e bassi di questa stagione?

“Ho rispetto per Sarri. Pirlo ha fatto un buon lavoro. Ma come ho detto al presidente Agnelli, Allegri non avrebbe mai dovuto lasciare la squadra nel 2019”.

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Perché?

“Per la passione e l’amore che ha per la Juve, nonostante molti tifosi all’inizio lo odiassero o si lamentassero di lui. Allegri è un vero “gobbo”, è l’allenatore juventino per eccellenza. Poi certo, tornare non è mai facile. Qualche settimana fa gli ho detto: “Molto è cambiato alla Juve, devi riadattarti anche tu, soprattutto ai giocatori più giovani, che magari sono più spaventati. Non essere troppo duro con loro”.

 

Proprio la nuova generazione di calciatori della Juve desta più di un dubbio.

“Ripeto, non voglio sembrare un vecchio trombone. Ma oggi in molti giovani mancano carattere, personalità, creatività. Inoltre, in generale, vengono sempre più trattati come robot. Anche nei passaggi, ogni cosa è dettata dall’alto. Nel calcio moderno, un Ronaldinho che fa di testa sua e salta due-tre avversari sarebbe un problema. Inoltre, oggi non puoi nemmeno sgridare un calciatore, altrimenti chiama l’agente in lacrime. Ricordo invece Sir Alex Ferguson, che ti minacciava così: “Se non fai quello che ti dico, straccio il tuo contratto con lo United!”. Altri tempi”.

Forse il suo connazionale Rabiot è un po’ il simbolo alla Juve di questa grande incompiuta generazionale.

“È alla sua terza stagione, ora davvero non ha più scuse. Se fallisce anche quest’anno, deve andar via. Però non è facile giocare alla Juventus. In due anni e mezzo da bianconero mi sono massacrato di lavoro. Mi sono sembrati 15 anni. Se li confronto agli allenamenti allo United, ero in vacanza a confronto. Il presidente Agnelli un giorno mi disse: “Patrice, hai fatto e dato così tanto per la Juve, più di gente che ha giocato qui per 15-20 anni”. Ma per me il tempo non conta. Chi mi conosce, sa che vivo a pieno la vita, i sentimenti e le passioni. Al 100%, ogni singolo giorno. Sono fatto così”.

Lei è stato allenato da tre straordinari allenatori come Allegri, Ferguson e Deschamps. Ci dica le differenze.

“Aspetta, non dimenticare Sandro Salvioni!”

Il suo allenatore italiano al Nizza nel 2000?

“Esatto. Fu il primo a dirmi: “Patrice, diventerai il terzino sinistro più forte del mondo”. Allora io chiesi: “E perché”. E Salvioni: “Perché odi difendere, ma ti costringerò ad amare il ruolo di terzino”. Andò così. Inoltre, Salvioni mi ha insegnato quanto è importante essere umili. Deschamps invece mi ha fatto capire che nel calcio la vera star è il gruppo, e non un singolo calciatore. Didier non esiterebbe mai a liberarsi di un campione, qualora lo considerasse tossico per la squadra. Ferguson invece mi ha reso un robot, una macchina. Mi ha inculcato il concetto che vincere è qualcosa di normale. Difatti, quando festeggiavamo la vittoria di una coppa o del campionato, non me la godevo mai a pieno: pensavo al prossimo obiettivo o alla stagione successiva”.

E Allegri?

“Io alla Juve arrivai per Conte!”.

Ma lui lasciò la squadra una settimana prima del suo arrivo, Patrice.

“Esatto. Allora ebbi un colloquio con Allegri, in cui espressi dubbi sulla mia permanenza. E lui, sempre calmo e lucido: “Pat, traaaaanquillo, ma non ti preoccupaaaaaare…”. Di lì a poco capii la più grande qualità di Allegri”.

Quale?

“Ha un fiuto incredibile per il calcio. Lo aveva anche Ferguson. Ma non come Max. Allegri sa sempre come andrà una partita prima che cominci. Al ritorno degli ottavi di Champions 2015, a Dortmund, predisse tutto: “Accadrà questo, questo e questo… e noi faremo questo questo e questo”, ci annunciò nello spogliatoio. Andò così, per filo e per segno. Pazzesco. Prima della partita ci disse: “Questa per noi è un’amichevole”. Mentre qualche giorno prima contro il Genoa ci urlava contro in allenamento come prima di una finale di Champions League: “State concentrati! Muovetevi! Sveglia!”. Perché Allegri è così: è ossessionato dalle partite contro le piccole. Non si preoccupa dei big match. È un’altra lezione che ho imparato da Allegri”.

Rimpiange il fatto di non esser stato mai allenato da Conte?

“Non vivo mai di rimpianti. Mi sarebbe piaciuto esser allenato da lui, ma ci sentiamo spesso e abbiamo un buon rapporto. Una volta, quando gli sconsigliai - a ragione - l’acquisto di un potenziale grosso calciatore per il Chelsea, Antonio mi disse: “Patrice, ti rispetto immensamente, perché dici sempre la verità. Posso fidarmi di te””.

Ma perché lei, che ama così tanto la Juve, l’ha lasciata dopo soli due anni e mezzo?

“Forse perché sono un po’ pazzo. Dopo gli europei 2016, torno alla Juve. Prima partita: panchina. Seconda partita: panchina. Chiedo spiegazioni al mister. Allegri allora mi fa: “Patrice, non devi giocare tutte le partite. Ti prometto che giocherai sempre i big match”. Ma io non avrei mai potuto accettarlo, come non lo feci con Ferguson, cui dissi: “Boss, se mi riposo, io muoio”. Allora decisi a fine 2016 di lasciare la Juve. Il direttore sportivo Paratici era sconvolto: “Stai scherzando? Vinceremo il campionato e arriveremo in finale di Champions! Dove vai?”. Ma io sono fatto così. Se non sono felice al 100%, vado via. Chiellini ancora oggi è arrabbiato con me per quel mio addio”.

Davvero?

“Sì. Mi disse: “Pat, ma perché ci fai questo?”. Per Giorgio avrei dovuto giocare nella Juve a vita. Ma io devo sempre avere passione e impegno al 100%. Sono un uomo onesto. Non fu colpa della Juve, ma mia”.

Ma perché ancora oggi lei ama così tanto la Juve?

“Perché la Vecchia Signora è nel mio Dna, come il Manchester United. Ti innamori di lei, della sua storia, della sua etica del lavoro, della mentalità vincente, di tutto. Sono andato allo Juventus stadium di recente e ancora oggi cantano il mio nome. Mi amano perché sanno che ho dato sempre il massimo e il mio cuore per questo club e anche per questo Paese. L’Italia è la mia seconda patria, la mia carriera è iniziata qui. Non sputo mai nel piatto dove ho mangiato. Questa è la verità”.

Ma perché invece Cristiano Ronaldo, suo amico, ha lasciato la Juve così all’improvviso?

“Perché Cristiano ha bisogno di amore e rispetto. Ha capito che a Torino stava diventando il capro espiatorio dei risultati insoddisfacenti della Juve. Ma molti dimenticano che vincere la Serie A è un’impresa ogni anno. Se chiedi ad Agnelli, il vero obiettivo della Juve ogni anno per lui è sempre trionfare in campionato, non in Champions. Le critiche in Italia a Ronaldo sono state ridicole e anche un po’ ipocrite. Poi le parole di Allegri in conferenza stampa, quando disse “Cristiano non giocherà tutte le partite”, hanno avuto anche il loro peso. Non c’è bisogno di dire certe cose in pubblico, dille in privato. Perché Cristiano le sente e ne risente. Insomma, Ronaldo ha temuto di essere considerato il primo colpevole degli insuccessi. Inoltre, anche se ha giocato al Real e alla Juve, l’unico vero amore di Cristiano è il Manchester United”.

Perché?

“Perché solo lì ha trovato il rispetto e l’amore che si aspetta. A Manchester nessuno si permetterebbe mai di criticarlo, a differenza di quanto accaduto quando era alla Juve. Questo è stato decisivo per il suo addio. Così, appena ha avuto la possibilità di tornare allo United, non ci ha pensato due volte. La Juve avrebbe dovuto capire che Cristiano esige amore e rispetto. Quando li riceve, Cristiano dà la vita per te”.