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“Tifosi laziali per sempre”, quando la squadra è vista con il cuore

“Tifosi laziali per sempre”, quando la squadra è vista con il cuore
In un libro a cura di Alberto Ciapparoni ventidue tifosi biancocelesti parlano del rapporto con la squadra prendendo spunto da una partita scolpita nella loro memoria
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Ben Barek era un giocatore franco-marocchino, andava forte in quel calcio romantico nel quale la gente si tuffava per dimenticare il dramma della Seconda Guerra Mondiale. Andava ed era forte, almeno stando a quanto dichiarato da Pelé parecchi anni dopo: “Se io sono il re del calcio, allora lui ne è il Dio”. Di Ben Barek e tanti altri si parla in “Tifosi laziali per sempre”, un libro a cura di Alberto Ciapparoni con la prefazione di Michele Plastino (Edizioni delle Sera editore) in cui ventidue tifosi biancocelesti parlano del rapporto con la squadra prendendo spunto da una partita scolpita nella loro memoria.

Ben Barek è uno degli avversari della Lazio nel 1950, anno del ritorno in Europa dopo 13 stagioni, tante ne sono passate dalla famosa finale della Coppa Internazionale del 1937, quella di Silvio Piola contro i fortissimi ungheresi de Ferencvaros. C’è la Coppa Latina, ma in preparazione la Lazio va a giocare in Spagna il Trofeo Teresa Herrera, uno di quei tornei estivi con quelle coppe in palio sfavillanti e un po’ improbabili che interessavano in grandissimi club fino a quanto una consistente valanga di quattrini ha consigliato snervanti tour in Asia o negli Stati Uniti. La Lazio, nonostante una inferiorità numerica (nove contro dieci) per lunga parte dell’incontro, ha la meglio sugli spagnoli allenati da un emergente Helenio Herrera. Il Mago parlerà solo di fortuna anticipando un copione che reciterà oltre venti anni dopo quando, alla guida della Roma, commenterà la sconfitta in un derby con il famoso gol con un tiro da lontano di Franco Nanni.

Nel libro c’è anche chi rievoca giornate di gloria, come quelle del Centenario, della vittoria della Coppa Italia con la Sampdoria o quella ancora più roboante con il Manchester United nella Supercoppa a Montecarlo. Ma tendenzialmente la partita scelta da molti è una gara di sofferenza, come quella della stoica prestazione di Silvio Piola in un derby del marzo del 1941, con la Lazio in difficoltà di classifica e di fatto salvata dalla B da una sua doppietta realizzata con la testa spaccata e con svariati punti di sutura applicati a bordo campo. Probabilmente l’unico caso della storia in cui un giocatore esce dal campo in un derby ricevendo la standng ovation di tutto il pubblico, compreso quello avversario.

Una apologia della sofferenza ravvisabile anche in uno degli scrittori, che ha differenza degli altri la Lazio l’ha vissuta dal campo. Per Vincenzo D’Amico sarebbe facile raccontare del Lazio-Foggia del primo scudetto del 1974, della folla oceanica all’Olimpico. Lui però sceglie un Lazio-Varese del 1982, con lo stadio semideserto e lo spettro della retrocessione. Due a zero per il Varese, D’Amico a bordocampo con un buco nella caviglia che riesce a malapena in piedi. Sembra finita, ma stringe i denti, rientra, segna una tripletta e salva la Lazio.

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