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Israeliani e palestinesi, i bambini fanno gol nella stessa squadra

Al trofeo mondiale “Manlio Selis” tredici calciatori di religioni diverse uniti dalla maglia e da un progetto sociale
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CALANGIANUS (SASSARI) — I bambini arabi e i bambini israeliani corrono insieme nel maestrale del pomeriggio, la luce è sfolgorante ma loro di più. Hanno la maglietta bianca, proprio vera da calcio con i numeri e il logo (e quanta emozione, quando l'allenatore Arturo le ha distribuite), una per ciascuno ed è uguale per tutti perché qui non c'è guerra, non ci sono i campi profughi e nemmeno i territori, non c'è intifada, nessuno è nemico. Qui si gioca a pallone in una squadra sola.

La loro si chiama "Social Goal" ed è una Babele solo apparente, perché non esiste parola al mondo che non si possa capire o tradurre, non c'è verbo che non sappia dire chi siamo. L'allenatore Arturo Aron Cohen dà indicazioni all'allenatore Mohamed che le traduce in arabo e all'allenatore Noam che le ripete in ebraico. I bambini ascoltano, ingoiano, digeriscono, i loro undici anni sono uno …

CALANGIANUS (SASSARI) — I bambini arabi e i bambini israeliani corrono insieme nel maestrale del pomeriggio, la luce è sfolgorante ma loro di più. Hanno la maglietta bianca, proprio vera da calcio con i numeri e il logo (e quanta emozione, quando l'allenatore Arturo le ha distribuite), una per ciascuno ed è uguale per tutti perché qui non c'è guerra, non ci sono i campi profughi e nemmeno i territori, non c'è intifada, nessuno è nemico. Qui si gioca a pallone in una squadra sola.

La loro si chiama "Social Goal" ed è una Babele solo apparente, perché non esiste parola al mondo che non si possa capire o tradurre, non c'è verbo che non sappia dire chi siamo. L'allenatore Arturo Aron Cohen dà indicazioni all'allenatore Mohamed che le traduce in arabo e all'allenatore Noam che le ripete in ebraico. I bambini ascoltano, ingoiano, digeriscono, i loro undici anni sono uno specchio e un lago dove tutto risplende e tutto torna. "Tzé", "ètla", cioè "esci!", vai con la palla, non ti fermare Ali, non voltarti Adam, tzé è ebraico, ètla è arabo. Loro sono tredici e sono arrivati in Gallura da Tel Aviv con scalo a Torino, e dopodomani torneranno a casa passando da Cracovia perché costa meno. Giocano nel torneo Pulcini del glorioso trofeo "Manlio Selis" e raccontano con tutte le loro bocche spalancate dallo stupore e dalle urla di felicità ("gol!", questo è esperanto) una storia memorabile: la pace e la convivenza esistono, sono una possibilità in questo abisso.

I bambini sono palestinesi di Abu-Tor, quartiere di Gerusalemme Est, e sono arabi di Yafo, Tel Aviv. Altri sono, naturalmente, ebrei. Ci sono i musulmani e ci sono i cristiani e soprattutto ci sono gli adulti, le mamme, i papà, i nonni. "Non stiamo vivendo un'utopia e nemmeno un sogno, siamo consapevoli di essere una goccia nell'oceano ma per tre giorni questa goccia è l'oceano". Arturo spiega la potenza di un pallone, ha solo 29 anni e quasi tutti i sogni intatti: "Alla fine del Ramadan e durante la Pasqua ebraica abbiamo organizzato la festa di fine anno della nostra squadra, arabi e israeliani insieme, ai bambini abbiamo consegnato i diplomi di frequenza, le donne hanno cucinato, gli uomini hanno giocato una gran partita di trenta contro trenta fino a notte, tutto qui si mescola e a volte penso che le contraddizioni siano anche un seme. E se tutto questo è possibile io voglio ringraziare Le Coq Sportif che ci ha creduto e che ci aiuta moltissimo, così come gli Inter Campus".

Nessuno di questi bambini aveva mai giocato su un campo di calcio vero, è l'asfalto il luogo dei loro allenamenti, uno a settimana, a volte due, oppure il parco pubblico. Ma quanto hanno corso perfettamente sul sintetico di Calangianus, a pochi chilometri da dove viveva Fabrizio De Andrè, la terra delle sughere, la Sardegna selvaggia dei cisti fioriti di bianco sotto un cielo di nuvole. Un famoso campione, David Suazo, qui a nome della Fifa, ha dato il cinque a tutti e ha detto: "Voi oggi siete un piccolo pezzo di storia, di inclusione, di amicizia, di felicità, siete una vittoria entusiasmante per tutti noi".

Quando sono arrivati gli scatoloni con le divise, è come se i bambini avessero scoperchiato un tesoro. Quanto era arancione, quella del portiere. Il numero 14 ha anche pianto ma solo un poco. Prima avevano scoperto la pasta al sugo, c'è chi ne ha preso due volte. Poi via a giocare in sette contro sette, le porte semoventi, le magliette a svolazzare nel vento e il cuore dentro, ma quello non si riesce a dire quanto ballasse. "Ho visto i nostri bambini consapevoli di rappresentare l'orgoglio di una terra sola, di un popolo solo, che bello se ci provassero anche gli adulti pur tra le incomprensioni e le parole che mancano. Per noi il calcio è un intervento educativo tra popoli in conflitto ed è un segno, una presenza dove vivere è più difficile".

Questioni irrisolte e soluzioni da inventare, non è il migliore dei mondi possibili ma è così che il mondo migliora. Il progetto "Social Goal for Peace" adotta squadre e mantiene vive iniziative sociali che nessuno azzarderebbe. Trecento bambini giocano a calcio insieme dalla prima elementare, oppure a basket e pallamano, e nei momenti di maggiore tensione può accadere che le famiglie li tengano a casa per un poco, da entrambe le parti succede ma poi tutti tornano e si ricomincia. Prima di partire per l'Italia, spiega Arturo che i suoi giocatori erano un po' giù: "Si sentivano inadeguati, non vinceremo mai, ripetevano, e il sogno era segnare almeno un gol". Invece ne sono venuti parecchi di più, per non dire degli applausi. "E si sono messi a imparare più parole possibili, anche qualcuna in italiano. Per esempio: grazie mille".

Per quasi tutti era il primo viaggio all'estero, il primo volo in aereo, e quanta fatica passare i controlli in partenza a Tel Aviv per quelli col passaporto giordano e il visto israeliano, e il timbro del nostro ministero degli Esteri. Ore e ore di attesa, una bibita, le patatine nel tubo grosso che la parola giusta per chiederle si trova sempre. Tre partite, tre successi, ieri sera a Calangianus. La prima, i ragazzini della Babele che non esiste l'hanno vinta 3-0 e Ali ha fatto una doppietta, invece il terzo gol l'ha segnato Cristo. Ali è palestinese, Cristo è ebreo: conta qualcosa?