I lunghi giorni vuoti senza Mondiali, e la chiamano estate
di Gabriele Romagnoli , di Gabriele RomagnoliDoveva cominciare adesso. Oggi, o domani (a qualcuno piace farlo di lunedì). Una sera di giugno, comunque, di quelle in cui prima non sai cosa metterti e poi cosa toglierti. Le zanzare in festa, i divani in sofferenza. Il Sacro Tabellone che conduce alla seconda domenica (o lo famo di venerdì?) del mese di luglio, uno scarto dopo l’altro, finché ne restano soltanto due. Ma non volevamo perderci niente e avremmo potuto farlo, perché l’estate ha i suoi vuoti, i suoi riti, la permissività lieve che attraversa generazioni e relazioni. Nessuno ti chiede che cos’hai nella testa se ti sorprende a metà pomeriggio a guardare Galles-Ecuador (perché, come non volevasi dimostrare, si son qualificati loro).
Doveva cominciare adesso. Oggi, o domani (a qualcuno piace farlo di lunedì). Una sera di giugno, comunque, di quelle in cui prima non sai cosa metterti e poi cosa toglierti. Le zanzare in festa, i divani in sofferenza. Il Sacro Tabellone che conduce alla seconda domenica (o lo famo di venerdì?) del mese di luglio, uno scarto dopo l’altro, finché ne restano soltanto due. Ma non volevamo perderci niente e avremmo potuto farlo, perché l’estate ha i suoi vuoti, i suoi riti, la permissività lieve che attraversa generazioni e relazioni. Nessuno ti chiede che cos’hai nella testa se ti sorprende a metà pomeriggio a guardare Galles-Ecuador (perché, come non volevasi dimostrare, si son qualificati loro).
Prova a farlo un giovedì di novembre. Non ce l’hai un lavoro, dei compiti a casa, una dignità, una felpa pulita? A un Mondiale senza l’Italia ci potevamo rassegnare, è già successo, ma a questa mancanza assoluta, perché dovremmo? Tutti ci ricordiamo dove abbiamo visto la finale, in qualunque edizione: su una spiaggia, in un consolato, sotto un ponte, davanti a un maxischermo, dentro una folla di sconosciuti, facendo finta di tifare Brasile, Francia, Olanda pur di rubare un abbraccio, di strofinarci a pelle con la gioia dei vincitori, di elargirla quand’eravamo noi. Che studiassero i maturandi, che lavorassero i cronisti (e c’è di peggio), gli altri pace libera tutti: un po’ di vita in vacanza, una vecchia che balla, guarda Messi che avanza.
E invece: le sere senza luce, con le finestre chiuse e la scuola o l’ufficio l’indomani. Pazienza il fuso orario, ma hanno imposto il fuso stagionale. Nessuna reazione. Per forza: se cedi spazio ti riduci, ma se cedi tempo finisci. Perché stupirsi? Si mette il cartellino del prezzo su tutto e tutti: è lo $port, bellezza. “Scudetto, quanto incassa il Milan”. “Di Maria, a peso d’oro per 13 mesi”. “LeBron capoclassifica dei paperoni”. È ovvio che se dai il mondiale agli sceicchi del Qatar lo piazzino quando gli fa più comodo. Scusate, e noi? E-state senza. Senza poter sperare che la vostra squadra compri subito uno di quei favolosi bidoni che per 20 giorni sembravano campioni. Senza la partenza intelligente per non perdere un quarto di finale. Senza il granchio che ci prende e indovina i risultati. In autunno non ci sarà niente di tutto questo. Ci arriveremo estenuati da sciagure che avevamo dimenticato in un cassetto del Novecento. La vita è adesso e questa non appaga il nostro bisogno di consolazione. Come? C’è la Nations League? Poi dice che uno beve e vede Maradona al concertone di Assisi.
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