Ruud Gullit fu - prima ancora che un fuoriclasse - il protagonista di un'accelerata violenta nell'evoluzione della specie pallonara, perché in quella decisiva stagione di transizione che furono gli Anni 80 si fece carico di trasportare il calcio in un territorio dove anche un cross può trasformarsi in un gesto civico. Lo fece con una discreta dose di piacioneria - e vabbè - ma soprattutto col sorriso, e questo fu il più grande dei suoi meriti. Con Gullit - che oggi compie 60 anni - per la prima volta il personaggio si rivelava superiore al calciatore tanto che - nel riconsiderare la traccia che ha lasciato nella storia del calcio - è inevitabile ribadire quanto la sua natura-pop - le treccine come segno distintivo, il Pallone d'Oro 1987 dedicato a Nelson Mandela, il suo sentirsi cittadino del mondo anche in area avversaria - sia stata predominante rispetto alla vita, opere e miracoli raccontati in campo.
Gullit e i trofei vinti col Milan
Il suo nome è indissolubilmente legato al Milan con cui vinse tre scudetti (uno da leader con Sacchi, 1988, due con Capello, 1992 e 1993), due Coppe dei Campioni e due Intercontinentali nel biennio 1989-1990, sempre con l'Arrigo a guidarne l'istinto e a contenerne la foga. Se dobbiamo dar credito alla celebre affermazione con cui lo definì quel genio di Vujadin Boskov - "Gullit è come cervo che esce di foresta" - allora bisogna raccontare di come questo olandese originario del Suriname e che in patria aveva giocato con Haarlem, Feyenoord e Psv Eindhoven (tra l'altro con il cognome della madre: Dil) precipitò in Italia come un extraterrestre, suscitando stupore e curiosità per quanto era diverso, in campo e fuori, dai suoi colleghi. Sudava personalità, Gullit. Era una di quelle persone che - per un misterioso motivo che ai più non è noto - calamitano naturalmente la luce, se ne abbeverano e la trasformano in energia.
Quando Berlusconi si innamorò di Gullit
Silvio Berlusconi si era innamorato di lui vedendolo giocare - da libero - a Barcellona, al Trofeo Gamper, in una notte d'estate. Pochi mesi dopo lo portò al Milan soffiandolo alla Juve, che voleva prestarlo all'Atalanta, e spendendo 2 miliardi e 700 milioni di lire. Al Milan Gullit rimase sei anni, per poi tornarvi - nel 1994-95 - dopo un intermezzo alla Sampdoria. Sostenuto da una fisicità straripante, l'olandese in campo è una furia: quando avanza palla al piede fa paura, ha un personale di 11"2 sui cento metri. È un'onda anomala, un purosangue che solca le praterie, un bolide di Formula 1, "Simba" come lo battezza Gianni Brera. Nelle giornate di vena è incontenibile, Maradona di lui disse che "è un toro, più brutale che tecnico, ma dotato di una potenza devastante".
Con Van Basten e Rijkaard il tridente leggendario
Con Van Basten e Rijkaard, altri due "Oranje" con cui trionfa all'Europeo del 1988, ha illuminato gli anni più belli della squadra più forte del mondo, ma più di tutti - in quel Dream Team da leggenda dove giocavano campioni assoluti come Franco Baresi e Paolo Maldini - seppe diventare l'uomo-copertina. Il Tulipano (Rosso)nero con le sue iconiche treccine - a San Siro erano obbligatorie tra le decine di migliaia di aficionados - dribbla le regole, scarta il conformismo, fa un tunnel al razzismo. È un fenomeno di costume. È Bob Marley con i pantaloncini corti. Ma è anche un uomo pieno di contraddizioni. Generoso, avido. Simpatico, scorbutico. Grande capo democratico, bambino capriccioso. L'impegno sociale, le distrazioni familiari. Tutto nella centrifuga di una carriera lunga 19 anni e chiusa nel 1998 con la maglia del Chelsea.
Gullit, la vita oltre il calcio
Tre mogli, sei figli, svariate scappatelle, divorzi in catena di montaggio, scandali, pettegolezzi: Gullit è sempre in prima pagina. Umile, arrogante. Sincero, ipocrita. Lotta per i diritti civili, è uno squalo quando va in tivù e si fa pagare anche i sospiri. Anticonformista, borghese. Scanzonato, permaloso. Ma la sensazione che si lascia dietro è quella di uno scarto tra l'essere e l'apparire. Così è, se vi pare. Piacere, Ruud Gullit, vendo emozioni. E vende se stesso come un marchio: basti dire che nel periodo migliore - tra la fine degli anni 80 e i 90 - l'uomo muove un giro d'affari di 30 miliardi di lire, più di quanto Maradona e Platini - per dirne due - riescano a grattare di contratti pubblicitari. Nella sua second-life da allenatore - tra Chelsea e Newcastle, Feyenoord, Los Angeles Galaxy e Terek Grozny - non ha combinato granché. Troppa la luce che emanava quando giocava, troppa per pensare di replicarla seduto in panchina.