Calcio femminile, Elisabet Spina: "Dagli Usa una rivoluzione culturale, il nostro pallone non si sgonfierà"
di Enrico Currò , di Enrico CurròElisabet Spina, responsabile del settore femminile del Milan, con la nuova proprietà di RedBird, annunciata come prototipo dello sport business all'americana, il calcio femminile diventerà centrale nel club, come accade nei club e nelle Nazionali del Nord America?
"Io credo che rappresenti un'occasione di ulteriore crescita, nel senso che al Milan l'attenzione per il calcio femminile c'è sempre stata fin dal 2018-19, la prima stagione in cui la squadra ha partecipato alla serie A. Il club ha deciso di investire in questo progetto e da allora è stato tutto un crescendo".
Il neoproprietario Gerry Cardinale ha annunciato la partnership coi New York Yankees, la famosa franchigia del baseball, e in generale la sinergia con lo sport professionistico in America, dove il calcio femminile spopola.
"Naturalmente la proprietà americana può contribuire a sviluppare un progetto che già non manca di in…
Elisabet Spina, responsabile del settore femminile del Milan, con la nuova proprietà di RedBird, annunciata come prototipo dello sport business all'americana, il calcio femminile diventerà centrale nel club, come accade nei club e nelle Nazionali del Nord America?
"Io credo che rappresenti un'occasione di ulteriore crescita, nel senso che al Milan l'attenzione per il calcio femminile c'è sempre stata fin dal 2018-19, la prima stagione in cui la squadra ha partecipato alla serie A. Il club ha deciso di investire in questo progetto e da allora è stato tutto un crescendo".
Il neoproprietario Gerry Cardinale ha annunciato la partnership coi New York Yankees, la famosa franchigia del baseball, e in generale la sinergia con lo sport professionistico in America, dove il calcio femminile spopola.
"Naturalmente la proprietà americana può contribuire a sviluppare un progetto che già non manca di investimenti, di opportunità e di un supporto sempre massimo, in un percorso che ormai ha raggiunto la quinta stagione. La nostra area sta crescendo molto, all'interno del Milan. Ma io penso che l'occasione sia soprattutto culturale".
È un passaggio decisivo per il movimento calcistico femminile?
"Dall'interno si avverte il grande fascino di fare parte del progetto, del cambiamento culturale attorno al calcio femminile: in Italia ma anche nel resto del mondo. C'è una crescita quasi intrinseca, superiore anche agli investimenti fatti. C'è il tema dell'equità a livello mondiale rispetto al calcio maschile. C'è una discussione importante anche dal punto di vista dei valori del movimento: in Italia questo è diventato ormai il valore aggiunto. In questo contesto è indubbio che il passo avanti ulteriore, nel percorso ormai avviato, possa essere rappresentato da una proprietà americana, perché è espressione di un'area geografica in cui il calcio femminile ha una grande diffusione ed è parte integrante della cultura sportiva. Per questo dico che si tratta appunto, anche solo culturalmente, di un passaggio storico che potrà portare benefici evidenti".
La principale differenza, rispetto all'America, sembra il sistema scolastico: in quello americano il calcio femminile è ben presente.
"Io ho avuto l'opportunità di lavorare nei college e nelle università americane e ho toccato con mano come lì la scuola offra opportunità impensabili da noi. Il calcio diventa un'opportunità anche per un'altra ragione: molto spesso le famiglie investono sul fatto che la figlia, attraverso il suo percorso calcistico, possa iniziare contemporaneamente anche quello universitario di alto livello. Invece in Italia, purtroppo, sembra che non si possano portare avanti insieme tutte e due le cose, sport e scuola".
Il Milan vuole dare una spinta in questo senso?
"Il fatto che una ragazza pratichi uno sport deve essere considerato un valore. È stato certamente un progresso, a livello di legge, il patto formativo. E anche noi, come club, abbiamo persone dedicate al supporto scolastico".
Quanto sta realmente cambiando la percezione collettiva del calcio femminile in Italia, Paese che considera da sempre il calcio come lo sport maschile per definizione?
"Che le cose siano cambiate lo vediamo dalle famiglie stesse: magari prima ostacolavano le ragazze, mentre oggi avvertiamo il loro orgoglio, quando le accompagnano al campo di allenamento. Ma prendere a modello il calcio maschile e usarlo come paragone non è la cosa più corretta".
C'è ancora troppa differenza?
"Il calcio femminile deve porsi obiettivi propri, deve camminare su una strada propria. La nostra è una storia recente".
Vede il rischio che il successo del movimento sia effimero?
"No. Prima del Mondiale la paura degli addetti ai lavori era che si stesse correndo un rischio forte: che cioè, dopo il Mondiale, la bolla mediatica e di visibilità si potesse sgonfiare, come era un po' accaduto col rugby. Invece la crescita è proseguita. Era difficile prevedere questa parabola: per noi stessi addetti ai lavori è stato tutto più veloce di quanto ci saremmo aspettati. Ma ora bisogna trasferire il più possibile questa nostra percezione anche all'esterno: è un momento cruciale. E la novità del professionismo ci può certamente aiutare".
Come?
"Il professionismo garantisce più tutele alle calciatrici. E le famiglie delle ragazzine che iniziano a giocare vedono il calcio anche come un investimento, perché può diventare un lavoro. Però, ripeto, bisogna proseguire su una strada diversa dal calcio maschile, senza rincorrerlo".
In Italia, dove il calcio maschile è lo sport nazionale, è un po' complicato non fare paragoni.
"Non bisogna farli. L'affermazione del calcio femminile va cercata tenendo conto della sua specificità. Deve risplendere di luce propria, non come riflesso del maschile. Perciò innanzitutto deve avere aree dedicate: tecnico-tattica, atletica, medica. Anche a livello commerciale gli sponsor non possono essere gli stessi, perché attraverso la pubblicità mirata gli sponsor vanno alla ricerca di messaggi e valori diversi. Posso garantire che tutto questo funziona: il numero delle nostre tesserate si è moltiplicato, negli ultimi anni".
Può quantificarlo?
"C'è un dato decisamente significativo. Nella stagione 2015-16 le tesserate del settore giovanile del Milan erano 20 ragazzine dell'Under 12. Oggi abbiamo 6 squadre e 130 tesserate, dall'Under 19 a scendere fino all'Under 10. Se si considera che ogni Under comprende due classi di nascita, si capisce ancora meglio il boom. Senza contare che dal 2018-19 abbiamo la prima squadra, una realtà anche internazionale".
Quest'anno, però, niente Champions League per la squadra allenata da Maurizio Ganz.
"Abbiamo partecipato alla scorsa edizione, a questa non ci siamo qualificate, essendo arrivate terze in campionato dopo il secondo posto del 2020-21. Ma il prestigio che ci siamo conquistate lo abbiamo constatato quest'estate, quando per la prima volta abbiamo avuto l'opportunità di confrontarci in America con avversarie di livello mondiale. Nel torneo di Louisville, oltre al Tottenham, la nostra squadra si è potuta misurare con due club della National League americana, il Racing Louisville e l'OL Reign di Tacoma, con le giapponesi del Tokyo Verdi Beleza e con le messicane del Club America. Anche sul piano sportivo non è andata male, siamo arrivate in semifinale. Ma l'obiettivo non era solo il risultato del campo. Già avere ricevuto l'invito a un evento come la Womens's Cup 2022 dimostra il livello di crescita".
La Nazionale italiana si è appena qualificata al Mondiale femminile 2023 di Australia-Nuova Zelanda con 4 milaniste in rosa, Giuliani, Bergamaschi, Soffia e Piemonte, ma all'Europeo era uscita subito.
"La crescita c'è. Sappiamo che in Italia dobbiamo migliorare soprattutto nelle infrastrutture e a questo proposito gli sponsor possono essere fondamentali. La Puma ha volto investire nel centro sportivo Vismara, il cuore del settore giovanile maschile e femminile del club, che oggi si chiama Puma house of football. Il campionato sta crescendo, è diventato più appetibile anche perché è molto equilibrato. In Spagna, ad esempio, ci sono solo 2-3 squadre che si contendono il titolo".
Ma la Spagna ha sorpassato l'Italia per risultati della Nazionale e dei club.
"La Spagna ha iniziato prima, ci ha anticipato sul riconoscimento del professionismo alle calciatrici. E gli investimenti sulle infrastrutture hanno garantito un vantaggio notevole a Barcellona e Real Madrid. Le infrastrutture sono decisive per potersela giocare alla pari con i grandi club europei. Questo divario è uno stimolo per il calcio italiano in generale e per il Milan in particolare. La differenza si fa anche a livello giovanile e uno dei nostri obiettivi è avere sempre più giocatrici delle Nazionali giovanili, di tutte le nazionalità".
Intanto Ganz allena una tra le stelle del campionato: Kosovare Asllani, 32 anni, attaccante svedese di origine kosivara albanese, due argenti olimpici, ex Psg, Manchester City e Real Madrid, in Svezia viene paragonata a Ibrahimovic.
"Tanti aspetti li accomunano, a cominciare dalla nazionalità. All'Europeo Kosovare era la capitana svedese ed è una leader naturale: anche caratterialmente l'accostamento con Zlatan non è improprio".
Quanto costa un club di calcio femminile in Italia?
"È difficile definire con esattezza l'investimento, perché non tutti i costi sono specificamente destinati al settore, esistono strutture e figure professionali condivise col maschile. Si può ragionevolmente dire che in Europa i club principali investano fino a 10 milioni di euro l'anno e in Italia 4-5, che è la cifra necessaria per essere competitivi oggi in Serie A, mentre 5 anni fa, quando venne istituito l'obbligo federale per ogni club di avere il settore femminile, bastava un milione. Poi bisogna valutare quanto, nel progetto complessivo, viene destinato esclusivamente agli stipendi e quanto alla crescita, comunque i club principali investono quasi tutti le stesse cifre. È confortante il fatto che i ricavi aumentino ogni anno di circa il 20-30%: le prospettive di sviluppo sono evidenti, specialmente dopo la pandemia che aveva costretto alle porte chiuse".
Gli spettatori non sono ancora pochi?
"Purtroppo negli ultimi due anni si è giocato a porte chiuse o davanti a pochi invitati. Da questa stagione il Vismara, per le nostre partite casalinghe, è quasi sempre pieno".
Ma più che dai 600 spettatori a 5-10 a euro a biglietto sembra che il successo di pubblico arrivi dalla televisione, come ha dimostrato l'Europeo.
"La copertura televisiva, cresciuta anche a livello internazionale, diventa essenziale. La 7 trasmette in chiaro una partita per ogni giornata di Serie A, mentre sulla piattaforma Tim Vision sono visibili tutte le partite del campionato gestito dalla Figc. Noi, su Milan tv, trasmettiamo le nostre partite".
Non è che il professionismo aiuti soltanto le poche calciatrici più pagate della serie A, che arrivano in media a stipendi da 50-60 mila euro l'anno?
"Il professionismo è stato un passo fondamentale. La Serie A femminile, a differenza della Serie A maschile, ha chiuso con Aic e Aiac gli accordi collettivi. Adesso esistono minimi salariali, in Serie A, equiparati alla Lega Pro, che è la prima categoria professionistica maschile, mentre fino alla scorsa stagione c'erano 90 calciatrici col contratto a zero. C'è una più equa distribuzione dei salari e sicuramente sono cresciuti anche gli stipendi medi. In ogni caso io credo che l'obiettivo debba essere anche un altro".
Quale?
"Al Milan, ogni anno, ce ne diamo uno. L'amministratore delegato Ivan Gazidis, che ha un passato nella Mls degli Usa e nell'Arsenal in Premier League, tiene molto al fatto che il club possa esprimere valori legati al calcio femminile attraverso progetti dedicati, ad esempio per la tutela delle giocatrici. Siamo stati il primo club in Italia a pagare i contributi previdenziali anche quando non erano ancora previsti. Poi l'incontro col sindaco di Louisville ci ha portato a valutare un aspetto dello sport nel quale ci siamo riconosciuti pienamente: ognuno di noi ha l'obbligo di provare a cambiare il mondo in meglio. Questo è il valore che più dobbiamo prendere dallo sport americano, perché contraddistingue gli atleti negli Usa: la responsabilità che ogni atleta professionista deve avvertire è di usare il suo status per provare a migliorare il mondo, in tutti i modi che gli sono possibili. Non per se stesso, ma per le nuove generazioni".