Ai Mondiali tifo Brasile, la sola squadra che sa trasformare il calcio in una danza
dal nostro inviato Enrico Currò , dal nostro inviato Enrico CurròSono vent'anni che il Brasile pentacampione, il più forte di tutti in base all'albo d'oro, non vince il Mondiale. Sono quattro edizioni, durante le quali l'egemonia dell'Europa (Italia, Spagna, Germania, Francia) si è fatta imbarazzante per le due grandi del Sudamerica, essendo la terza (l'Uruguay) la classica nobile un po' decaduta. Però il Sudamerica non s'imbarazza per nulla: continua a sfoggiare le sue due squadre archetipiche tra le favorite, secondo prassi e pure secondo logica tecnica. L'Argentina lo è per l'alta qualità dei giocatori, da Messi in giù, per l'evidente compattezza e per un vago presagio quasi maradoniano. Il Brasile lo è per il genio diffuso nella squadra, ma anche per definizione. Perché non pensare che la Seleçao possa sempre vincere il Mondiale equivale a pura blasfemia, per il miliardo e spiccioli di appassionati della materia: a un affronto verso Pel&ea…
Sono vent'anni che il Brasile pentacampione, il più forte di tutti in base all'albo d'oro, non vince il Mondiale. Sono quattro edizioni, durante le quali l'egemonia dell'Europa (Italia, Spagna, Germania, Francia) si è fatta imbarazzante per le due grandi del Sudamerica, essendo la terza (l'Uruguay) la classica nobile un po' decaduta. Però il Sudamerica non s'imbarazza per nulla: continua a sfoggiare le sue due squadre archetipiche tra le favorite, secondo prassi e pure secondo logica tecnica. L'Argentina lo è per l'alta qualità dei giocatori, da Messi in giù, per l'evidente compattezza e per un vago presagio quasi maradoniano. Il Brasile lo è per il genio diffuso nella squadra, ma anche per definizione. Perché non pensare che la Seleçao possa sempre vincere il Mondiale equivale a pura blasfemia, per il miliardo e spiccioli di appassionati della materia: a un affronto verso Pelé, Garrincha, Zico, Socrates, Romario, Ronaldo, Ronaldinho e adesso Neymar e magari Vinicius e comunque tutti quei brasiliani, provvisti di talento più o meno evidente, disseminati in ogni campionato di ogni categoria di ogni Paese.
Certo, tifare per i più forti è un esercizio comodo. Ma in questo caso non si tratta soltanto, eventualmente, dei più forti. Sono anche i più inclini all'arte, al gusto per la giocata autocompiaciuta e fine a se stessa, al sorriso e al pianto, alla drammaturgia del calcio. Nessuno - nemmeno l'Argentina col doping di Maradona nel '94 o l'Italia, che pure è incline al melodramma patrio e tra i trionfi di Pozzo, Bearzot e Lippi ha saputo infilare le due Coree e Stoccarda con l'azzurro tenebra di Arpino e le due recentissime mancate qualificazioni consecutive - è riuscito a raggiungere la stessa pienezza della gioia popolare e della tragedia nazionale, sublimata dal Maracanazo 1950 e dal Mineirazo 2014, con l'intermezzo di Ronaldo il Fenomeno che scende imbambolato la scaletta dell'aereo alla vigilia della finale, lasciando ai posteri il mistero di Francia '98.
Se sono i più forti, sono anche i più vulnerabili e spesso i più autolesionisti, i più propensi alla retorica (il jogo bonito) e alla difesa dei propri idoli (quanta indignazione, quando davano a Neymar del cascatore). Nel 2018, in Russia, il Mineirazo non era ancora stato metabolizzato e nel ritiro di Sochi la parola più frequente era un avverbio in ogni conferenza stampa, che fosse per commentare un lieve infortunio o il gol subito dalla Svizzera al debutto: infelizmente. "Infelizmenci", pronuncia all'italiana, traduzione sfortunatamente, anche quando lo tuonava il vocione di Tite (pronuncia italiana Cici), che è ancora il ct e sembra finalmente avere espiato il fio per conto terzi, lui che nel 2014 non c'era.
Il fatto è che in Brasile il calcio è davvero religione: nello stadio del Vasco da Gama a Rio de Janeiro c'è pure una chiesetta. Il fatto è che nelle vene della Seleçao scorre sangue africano e amazzonico e caraibico ed europeo e che il gioco del pallone è un rito ancestrale, un candomblé che sa cercare le proprie origini. Come quella volta, nella Confederations Cuo 2009, in cui Kakà e Julio Cesar e Dani Alves, qui in Qatar superstite trentanovenne di quella generazione, andarono un pomeriggio con i compagni ad allenarsi nella township sudafricana di Mangaung. La gente, vestita di stracci colorati, era lì per ammirare lo spettacolo dei giocolieri, ma a un certo punto si mise a ballare al ritmo irresistibile delle mani e i giocolieri smisero di calciare il pallone e si fermarono incantati a guardare gli spettatori diventati attori. La Seleçao aveva riconosciuto il proprio dna: il futebol bailado. Che non è un luogo comune, neppure ai tempi del Var e dell'ipertecnologia, ma un miracolo che ogni tanto si perpetua. E come si fa a non fare il tifo per chi sa ancora, quando capita, trasformare il calcio in una danza?