Mamma Africa, scusa se ti faccio gol: Embolo e le vite sotto due bandiere dei giocatori ai Mondiali
di Gianni Riotta , di Gianni RiottaAL WAKRAH. "Se credi di essere un cittadino del mondo, sei un cittadino del nulla" ringhiava la premier britannica Theresa May, quando il nazionalismo Brexit andava di moda: chissà se ieri, tre primi ministri inglesi più tardi, era davanti la tv, quando Breel Embolo, con la maglia scarlatta della Svizzera addosso, ha segnato il gol della vittoria contro il Camerun, dove è nato. La luce era brillantissima, nello stadio che, secondo i critici, l'artista iracheno-inglese Zaha Hadid avrebbe disegnato in forma di vagina (lei negò), fra dune sabbiose che il deserto contende a gialle casematte di poveri.
Embolo nasce, a Yaoundè, il giorno di San Valentino 1997. A cinque anni la mamma, per sfuggire alla miseria che affligge la metà dei 28 milioni di camerunensi (dati World Bank), lo porta in Svizzera. "Ho sulla casacca il numero 36 - racconta - quello del bus verso il campetto da piccolo, quanti ricordi". Irru…
AL WAKRAH. "Se credi di essere un cittadino del mondo, sei un cittadino del nulla" ringhiava la premier britannica Theresa May, quando il nazionalismo Brexit andava di moda: chissà se ieri, tre primi ministri inglesi più tardi, era davanti la tv, quando Breel Embolo, con la maglia scarlatta della Svizzera addosso, ha segnato il gol della vittoria contro il Camerun, dove è nato. La luce era brillantissima, nello stadio che, secondo i critici, l'artista iracheno-inglese Zaha Hadid avrebbe disegnato in forma di vagina (lei negò), fra dune sabbiose che il deserto contende a gialle casematte di poveri.
Embolo nasce, a Yaoundè, il giorno di San Valentino 1997. A cinque anni la mamma, per sfuggire alla miseria che affligge la metà dei 28 milioni di camerunensi (dati World Bank), lo porta in Svizzera. "Ho sulla casacca il numero 36 - racconta - quello del bus verso il campetto da piccolo, quanti ricordi". Irruento, patente sospesa per uso di cellulare alla guida, Karl Müller, allenatore delle giovanili, che si irrita vedendolo tirarsi giù i pantaloncini per sfida, Mario Balotelli eletto a modello, Embolo ieri non ha esultato al gol. Ha alzato i pugni, ma niente enfasi, "Il Camerun è casa, mammà, papà, tutta la famiglia viene da lì". L'assist, perfetto, è di Xherdan Shaqiri, eclettico ex Inter, che di bandiere ne ha addirittura tre, sul passaporto la città di Gjilan, già Albania, ora Kosovo, ma nazionale per la Svizzera adottiva.
May sbagliava, le capitava spesso del resto, chi è cittadino del mondo può amare tante nazioni, non una sola. Nel 2008 Podolski segnò una doppietta agli Europei per la Germania contro la nativa Polonia, senza festa, come Embolo, "vengo da lì, con tutti i familiari", ieri un'eccezione, oggi regola, gli statistici calcolano che il 16% dei giocatori al Mondiale indossa la maglia di un Paese in cui non è nato. Koulibaly, ex Napoli, è nato a Saint-Dié-des-Vosges ma milita nel Senegal, come altri 8 compagni. Nella Tunisia sono 10. Pepe disse no a Dunga, preferendo Portogallo a Brasile e Sergej Milinkovic si batterà per la Serbia, benché nato in Spagna, dove il padre Nikola giocava nel Lleida. Giovanni Reyna, figlio d'arte del talentuoso Claudio, ha preferito gli Stati Uniti all'Inghilterra di nascita. E i fratelli Williams, Iñaki e Nico, potrebbero persino affrontarsi nella fase a eliminazione diretta con le loro Ghana e Spagna. Come accadde ai fratelli Boateng nel 2014 in Germania-Ghana.
La Fifa ha allentato le regole, adesso si decide la nazionale solo da adulti, ed ecco dunque la Francia trasformarsi in madrina di squadre, 37 giocatori nati nelle periferie estreme della Republique sono al Mondiale senza la divisa blu. Solo Argentina, Brasile, Sud Corea e Arabia Saudita non hanno naturalizzati e ogni storia di migrazioni scalda il cuore. Camavinga, in campo con i campioni del mondo di Deschamps, già profugo in Angola, in mezzo alla guerra con i separatisti di Cabinda. Ai conflitti del Sud Sudan sopravvive Garang Kuol, australiano, con i compagni Deng e Mabil. Uno studio della European Sociological Review analizza come i calciatori venuti dall'estero, vedi Mesut Özil, tedesco di origine turca, siano cruciale laboratorio di valori, assimilino culture diverse e integrino i lavoratori emigranti. Il calcio lievito multiculturale dal campo sale rapido in tribuna, nelle file agli stadi in Qatar incontrate polacchi orfani degli azzurri di Mancini, marocchini interisti, cinesi milanisti, giapponesi juventini rendendo vero, per una volta, lo slogan Fifa: il football ci unisce.
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