✕

Argentina-Messico 2-0: Messi ed Enzo Fernandez, due capolavori che allontanano la paura

Nella ripresa due grandi reti trascinano l'Albiceleste fuori dai guai: in caso di sconfitta sarebbe stata eliminata. Liberatoria e con gli occhi lucidi l'esultanza del 10. Ora la Polonia
3 minuti di lettura

DOHA — LeoDiego, per gli argentini, è un’entità soprannaturale, una creatura calcistica unica, una fusione del genio transgenerazionale di cui si considerano depositari. Prima di questa partita da Copa America, piena di ruvidezze controllate dall’arbitro italiano Orsato e di emozioni contorte, era tutto un contrappunto di “ay ay ay ay, canta y no llores”: di Cieliti lindi messicani insomma, lungo il Lusail boulevard, che è il modernissimo e scintillante corso pedonale della più moderna e scintillante città satellite di Doha. Ma poi, nel secondo tempo, è salito sul proscenio Messi: il Diez. E il canto è diventato uno solo, una voce assordante sotto il tetto dello stadio della finale del 18 dicembre: “Esta hinchada loca dejo todo por la Copa, la que tiene Messi y Maradona”. Questa tifoseria pazza, che ha lasciato tutto per venire al Mondiale, questa tifoseria che ha Messi e Maradona. E che adesso …

DOHA — LeoDiego, per gli argentini, è un’entità soprannaturale, una creatura calcistica unica, una fusione del genio transgenerazionale di cui si considerano depositari. Prima di questa partita da Copa America, piena di ruvidezze controllate dall’arbitro italiano Orsato e di emozioni contorte, era tutto un contrappunto di “ay ay ay ay, canta y no llores”: di Cieliti lindi messicani insomma, lungo il Lusail boulevard, che è il modernissimo e scintillante corso pedonale della più moderna e scintillante città satellite di Doha. Ma poi, nel secondo tempo, è salito sul proscenio Messi: il Diez. E il canto è diventato uno solo, una voce assordante sotto il tetto dello stadio della finale del 18 dicembre: “Esta hinchada loca dejo todo por la Copa, la que tiene Messi y Maradona”. Questa tifoseria pazza, che ha lasciato tutto per venire al Mondiale, questa tifoseria che ha Messi e Maradona. E che adesso aspetta il duello con la Polonia, la squadra in testa al girone C, per batterla e per evitare il rischio di trovare la Francia negli ottavi di finale, anche se la classifica dice che in realtà, con Arabia-Messico da giocare, la qualificazione è ancora in bilico.

<<la cronaca della partita>>

Messi trascina l'Argentina

Stavolta Messi ha vinto da solo, come gli capita nelle serate di luna buona, e ha scacciato l’incubo del bis della freschissima beffa con l’Arabia. Il Messico dell’argentino Tata Martino stava facendo un catenaccio colloso ed efficace, quando all’inizio della ripresa Leo, al limite dell’area, ha visto il corridoio che solo i fuoriclasse come lui sanno indovinare e ha trafitto col suo sinistro tagliente Ochoa, il portiere reduce dal rigore parato a Lewandowski. Da lì è stato tutto in discesa per l’Albiceleste, non più contratta e rattrappita. Il 2-0 di Enzo Fernandez, con un destro arcuato dopo avere ricevuto palla da Messi – quasi un invito, dai provaci anche tu – è piuttosto importante per il ct Scaloni, perché gli dà la certezza di avere trovato il giocatore che cercava nel centrocampista del Benfica, che tre stagioni fa non aveva spazio nel River Plate e venne prestato al Defensa y Justicia, un piccolo club: quando è entrato in campo lui, l’Argentina si è sveltita e ha cominciato a dominare.

Argentina, Scaloni cambia formazione

Forse non è tornata la Scaloneta, come con troppo anticipo era stata definita la Selección, identificata col suo ct decisionista: lo si capirà meglio con la Polonia di Lewandowski. Ma certo Scaloni, di colpo indecisionista con l’Arabia, quando aveva plasmato un sistema ibrido, difensivo con interpreti d’attacco, ha provato a riprendere in mano la squadra. Era stato accusato di non reggere la sola idea della sconfitta e ha cambiato mezza formazione (dentro Montiel, Lisandro Martinez e Acuña in difesa, Guido Rodriguez e Mac Allister in mezzo, fuori Molina, Romero, Tagliafico, Paredes e Papu Gomez) ma soprattutto ha corretto un po' il modulo, ripristinando il tridente. Tra il dire e il fare, però,  c'era l'evidente frattura tra i tre attaccanti  per nulla in vena - rococò Di Maria, soffocato dal pressing Messi, nascosto nella selva difensiva messicana Lautaro- e chi avrebbe dovuto innescarli: il possesso palla, affidato ai gregari Mac Allister e Rodriguez, è subito diventato inutile. Messi ha perso non pochi palloni e si è acceso solo per due smistamenti agli incursori, gesti per lui elementari, e per una punizione didascalica quanto quella calciata dal messicano Vega.

Scaloni, sostituzioni decisive

 Poi Scaloni si è scrollato di dosso ogni paura, ha messo in campo Fernandez per Rodriguez e Molina per Montiel e anche Alvarez, il centravanti del Manchester City, per lo spento Lautaro. Qualche secondo dopo – è un po’ difficile dimostrare la correlazione tra i due eventi, però certi duetti di Alvarez col suo capitano hanno poi confermato l’esattezza della scelta – Messi ha inventato il gol e in panchina Pablo Aimar, il vice ct, è scoppiato a piangere. A quel punto Scaloni ha continuato a fare di testa sua, ha tolto Di Maria e ha schierato la difesa a 5, perché il risultato era troppo importante. Ne ha tratto maggiore equilibrio, l’elogio del contropiede e il secondo gol.

Messi riaccende l'Argentina

Impietrito sulla panchina avversaria, ha tentato vane contromosse il ct avversario. Tata Martino è di Rosario come Messi,  anzi è stato l’idolo di Jorge Messi, il padre di Leo, grande tifoso del Newell’s Old Boys, dove Gerardo Martino, detto Tata perché una volta un compagno lo apostrofò così, tata cioè saggio, perché ci metteva troppo a passare il pallone oppure per prenderlo in giro, perché litigava troppo con gli arbitri, in gioventù era un ottimo centrocampista. Martino, dopo avere portato il Paraguay ai quarti di finale del Mondiale 2010, ha allenato anche Messi al Barcellona e gli deve essere rimasta un po’ di quella strana remora a valorizzare del tutto il talento: il Messico, che pure non ne ha molto e che ha perso per infortunio a fine primo tempo il capitano recordman Guardado (181 presenze), non riesce a sfruttare al massimo Lozano, di cui i tifosi del Napoli conoscono bene   la capacità di saltare l’uomo a destra, con la velocità, e a sinistra, con le sterzate, e di chiudere l’azione sul secondo palo o di tagliare all’improvviso in area, infilandosi tra il terzino e il centrale oppure in mezzo. Qui, niente: la mediocrità diffusa nella squadra ha sterilizzato pure Lozano. Invece l’Argentina si è riaccesa. Grazie al Diez. 

Il tabellino di Argentina-Messico

Argentina 19' st Messi, 41' st E.Fernandez

Messico

Argentina (4-3-3): E.Martinez 6 – Montiel 5,5 (18' st Molina 6,5), Otamendi 6, Lisandro Martinez 6, Acuña 6 - De Paul 6, G.Rodriguez 5,5 (12' st E.Fernandez 7), Mac Allister 5 (24' st Palacios 6) - Di Maria 5 (24' st Romero), Messi 7, Lautaro Martinez 5 (18' st Alvarez 6,5). Ct. Scaloni 6.

Messico (5-3-2): Ochoa 5,5 – K.Alvarez 6 (21'st Jimenez 5), Araujo 5, Montes 5,5, Moreno 5,  Gallardo 6 – Chavez 6, H.Herrera 6, Guardado 6 (41' pt Gutierrez 5,5) – Vega 5,5 (21’ st Antuna 5), Lozano 5 (28' st Alvarado sv). Ct. Martino 5,5.

Arbitro: Orsato 6,5

Note: ammoniti Araujo, Montiel, Gutierrez, H.Herrera e Alvarado. Spettatori 88.696.