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Marco Ponti: "La bella stagione di Vialli e Mancini, quando il calcio era mito"

Il regista Marco Ponti 
Al Torino Film Festival la presentazione in anteprima del documentario dedicato all'irripetibile scudetto vinto dalla Sampdoria nel 1991
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Esiste una bella stagione che non è solo il ricordo del passato o la sua nostalgia, ma l'emozione che ci scatenava. Lo sport, in questo, è un formidabile veicolo. Lo sa bene il regista torinese Marco Ponti, che oggi per il Torino Film Festival presenta in anteprima, al Cinema Romano, il suo ultimo documentario dedicato all'irripetibile scudetto vinto dalla Sampdoria nel 1991, ma che in realtà è una storia di amicizia e di persone. Si intitola, appunto, "La bella stagione", e presto lo vedremo sui canali Rai in prima serata.
Perché proprio questa storia?
"Nella sera dell'Europeo vinto dagli azzurri l'anno scorso, vidi la partita insieme a mio figlio. Quando Vialli e Mancini si strinsero in quel modo indimenticabile, lui mi chiese: "Papà, perché quei due signori si abbracciano e piangono?" Allora provai a spiegargli chi fossero, e che storia condividessero. Gli dissi anche della malattia di Luca, e…

Esiste una bella stagione che non è solo il ricordo del passato o la sua nostalgia, ma l'emozione che ci scatenava. Lo sport, in questo, è un formidabile veicolo. Lo sa bene il regista torinese Marco Ponti, che oggi per il Torino Film Festival presenta in anteprima, al Cinema Romano, il suo ultimo documentario dedicato all'irripetibile scudetto vinto dalla Sampdoria nel 1991, ma che in realtà è una storia di amicizia e di persone. Si intitola, appunto, "La bella stagione", e presto lo vedremo sui canali Rai in prima serata.
Perché proprio questa storia?
"Nella sera dell'Europeo vinto dagli azzurri l'anno scorso, vidi la partita insieme a mio figlio. Quando Vialli e Mancini si strinsero in quel modo indimenticabile, lui mi chiese: "Papà, perché quei due signori si abbracciano e piangono?" Allora provai a spiegargli chi fossero, e che storia condividessero. Gli dissi anche della malattia di Luca, e pensai: questa è una cosa da raccontare. Forse il film prova a spiegare quell'abbraccio. Abbiamo seguito la traccia del libro scritto da Vialli e Mancini insieme a Pierdomenico Baccalario, e poi ci abbiamo messo del nostro".

La Sampdoria di quell'epoca rappresenta l'ultima vittoria dell'"altro calcio", oltre i potentati dei grandi club.
"Non era meglio perché era allora, era meglio perché era meglio. Il calcio faceva venire la pelle d'oca, oggi questa cosa io non la sento più. Abbiamo addirittura una Coppa del mondo in autunno, ai margini del deserto: a me sembra tutto così strano e lontano. Io stesso, ormai, mi definisco uno juventino non praticante, il calcio mi ha fatto disamorare. Tra l'altro, nonostante la presunta modernità è molto meno divertente".

Per questo ha cercato rifugio in quell'antica impresa genovese?
"Credo di sì. A volte, guardarsi indietro è la ricetta per guarire. Passata la memorabile vittoria di quel campionato, i ragazzi della Samp sono rimaste persone come si deve per tutta la vita. Ed è stata la Coppa dei Campioni perduta a Wembley contro il Barcellona nel 1992 a rivelare a loro stessi di che pasta fossero. Nella sconfitta troviamo quasi sempre la lucidità, più che nella vittoria. Il successo evapora, la densità umana rimane e ci fa rispondere alla domanda-chiave: noi chi siamo veramente?".

Crede che il pubblico più giovane possa sintonizzarsi con una vicenda di trent'anni fa, a suo modo quasi periferica?
"I nostri ragazzi sono immersi nell'online, cercano e trovano tutto quello che vogliono in tempo reale, sono immersi nello streaming e nel virtuale ma sono sensibili, e sanno riconoscere le cose vere. Io penso che in tanti si emozioneranno. La mia speranza è che lo spettatore provi meraviglia, un po' come quando ci s'innamora: non sai perché succede, però succede".

Uno dei motori del film è Vialli. Come l'ha conosciuto?
"Ci siamo visti per la prima volta a Milano, un paio di mesi dopo l'Europeo. Quel giorno c'era una specie di nubifragio, e me lo presi tutto, così feci il viaggio di ritorno in treno verso Torino come se mi fossi appena gettato in piscina. Ero fradicio e pensavo: che figata, oggi ho incontrato una persona speciale. Adesso è come se ci frequentassimo da una vita".

Viene da piangere quando, a un certo punto del film, Vialli dice che non aveva raccontato della sua malattia a Mancini per proteggerlo, e poi a sua volta si commuove.
"In quel momento, tutti noi della troupe ci siamo dimenticati del lavoro, travolti dalla certezza di stare vivendo un momento di privilegio. E' stata una cosa molto forte. Poi, Luca è stato tenero e mi ha detto "Marco, però mettiamo anche i miei gol, eh?" Non voleva che fosse solo una storia strappalacrime. Tra l'altro, ognuno di quei giocatori ricorda tutto alla perfezione, partita per partita, direi passaggio per passaggio".

Roberto Mancini è l'altra metà della coppia. Fa impressione il modo in cui i due si guardano.
"Luca e Roberto rappresentano il sogno di tanti di noi: avere un vero amico per tutta la vita, qualcosa che è persino più di un fratello. Anche Mancini è stato magnifico nel film, generosissimo nonostante le difficoltà legate al suo ruolo pubblico di commissario tecnico della Nazionale. Loro due sono davvero complementari".

In realtà, il fortissimo sentimento di amicizia pervade tutto il film, forse perché era ed è ancora il collante che rese speciali quei giocatori.
"Incontrarli e parlare con loro è stata una specie di caccia al tesoro, ogni giorno una sorpresa. Non sapevo di quella volta in cui i giocatori si travestirono da rock star per un concerto tra i tifosi, e neppure che Bonetti prendesse l'aereo e andasse a ballare a New York! Di Vierchowod conoscevo la durezza in campo, diciamo pure la cattiveria, non sospettando la profonda umanità. Anche Pietro è tra i protagonisti del film insieme agli altri indimenticabili, Pari, Lanna, Invernizzi, Nuciari, Lombardo, Dossena, il vice allenatore Pezzotti, gran signore, e poi quel formidabile uomo che è Toninho Cerezo".

La storia sullo schermo procede seguendo la cronologia sportiva, ma si capisce benissimo che la scansione del tempo è un pretesto per soffermarsi sulle persone.
"Ci sono personaggi unici, dal mitico magazziniere Bosotin al formidabile Boskov, che non era mica soltanto le sue celebri frasette: lo slavo fu tra i migliori allenatori del mondo, mica facile domare un gruppo esuberante come quello. E poi il presidente Paolo Mantovani, non solo un ricchissimo petroliere ma un uomo di calcio che possedeva una visione. Il film non è edulcorato e non nasconde i momenti di tensione che riguardarono lo spogliatoio: vennero superati grazie a un sincero e impietoso confronto tra i giocatori, i quali decisero di ritrovarsi una sera a cena per dirsi le cose in faccia. Funzionò".

Genova è un'altra protagonista non secondaria del film.
"Ci accorgemmo subito della sua luce speciale, unica. La città di De André, che pure era genoano, racconta pure lei l'unicità di quella stagione, è lo sfondo unico sul quale si muovono attori che attori non sono. Quei palazzi colossali, i vicoli della città vecchia, la mentalità dei genovesi, il sapore di un luogo nobile e un po' scassato. Volevo recuperare quel mondo e raccontarlo".

Alla fine, il documentario assume quasi uno spessore mitico.
"Perché solo quella dimensione narrativa illustra chi ha saputo diventare eterno, il resto è cronaca. Le imprese sportive possono avere una valenza leggendaria. A volte penso ai sette mondiali di Formula Uno conquistati da Schumacher, e ai sei miseri gran premi vinti da Gilles Villeneuve: sei corse sono davvero poche, ma il mito di Villeneuve se n'è arricchito e ancora lo amiamo. Ecco, lo sport è così".