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Usa-Iran, la partita infinita: "Ma oggi noi giochiamo a calcio"

La sfida vale gli ottavi di finale ai Mondiali in Qatar, ma si porta dietro tensioni e toni alti che vanno avanti da decenni
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DOHA. Passione politica e tifo si assomigliano, ma sono diversi, per la prima si muore, di calcio si vive comunque. Il 6 dicembre 1956, un mese dopo che i carri armati sovietici avevano represso l'insurrezione a Budapest, Urss e Ungheria giocarono una partita di pallanuoto alle Olimpiadi di Melbourne, tanto feroce da colorare la piscina di sangue, finì 4-0 per gli ungheresi che chiesero in massa asilo politico. E il 22 febbraio 1980, i dilettanti americani, tutti studenti alle Olimpiadi di Lake Placid batterono i leggendari specialisti sovietici nell'hockey per l'oro, il "Miracolo sul Ghiaccio".

Oggi, allo stadio Al Thumama, disegnato dall'architetto Ibrahim Jaidah a foggia di taqiyah, copricapo islamico, tra Stati Uniti e Iran è in programma solo una partita di calcio che vale gli ottavi. Il movimento che anima l'Iran, per la libertà delle donne oppresse nel regime degli ayatollah, il sostegno di Teheran a Putin in Ucraina, il raid …

DOHA. Passione politica e tifo si assomigliano, ma sono diversi, per la prima si muore, di calcio si vive comunque. Il 6 dicembre 1956, un mese dopo che i carri armati sovietici avevano represso l'insurrezione a Budapest, Urss e Ungheria giocarono una partita di pallanuoto alle Olimpiadi di Melbourne, tanto feroce da colorare la piscina di sangue, finì 4-0 per gli ungheresi che chiesero in massa asilo politico. E il 22 febbraio 1980, i dilettanti americani, tutti studenti alle Olimpiadi di Lake Placid batterono i leggendari specialisti sovietici nell'hockey per l'oro, il "Miracolo sul Ghiaccio".

Oggi, allo stadio Al Thumama, disegnato dall'architetto Ibrahim Jaidah a foggia di taqiyah, copricapo islamico, tra Stati Uniti e Iran è in programma solo una partita di calcio che vale gli ottavi. Il movimento che anima l'Iran, per la libertà delle donne oppresse nel regime degli ayatollah, il sostegno di Teheran a Putin in Ucraina, il raid che ha ucciso, il 3 gennaio 2020, il generale Qasem Soleimani, capo delle Guardie della Rivoluzione, su ordine del presidente Trump, il programma nucleare iraniano e più indietro il rapimento dei diplomatici Usa da parte dei miliziani fondamentalisti, per 444 giorni dal 1979 al 1981 e, nel 1953 il golpe angloamericano che impose sul trono lo Scià: le radici dell'odio sono profonde, ma i calciatori in campo non c'entrano.

Nessuno di loro era nato quando il presidente Carter fronteggiava Khomeini, gli iraniani hanno indossato maglie a lutto e non cantato l'inno nazionale per le loro concittadine, il sito della Federazione Usa ha postato la bandiera dei rivali senza simbolo islamista, quella che i dissidenti sventoleranno allo stadio, se riusciranno a contrabbandarla alle occhiute, e sempre più aggressive, guardie locali. Mettere addosso agli atleti il peso del mondo è sbagliato, chi di loro vuol battersi per i diritti, come i team iraniani e tedeschi, deciderà con la propria coscienza.

Nel 1998, quando le due nazionali si incontrarono al Mondiale in Francia, il governo di Teheran impose un clima di terrore, fanatizzando i convocati, costretti - raccontò Jalal Talebi, ct dell'Iran emigrato in California - "ad ascoltare i familiari dei "martiri", caduti nella guerra con l'Iraq", finché l'attaccante Khodadad Azizi non proclamò "Vinceremo per loro!". "Nessuno di noi visse la partita con frenesia - ricorda il ct americano Steve Sampson - non si gridava "Vinciamo per il Presidente Clinton!" e forse ho sbagliato a non farlo, infatti perdemmo 2 a 0".

Ieri il ct Usa Gregg Berhalter ha chiarito di essere "concentrato sulla partita", scusandosi per il post della vecchia bandiera, mentre il collega Carlos Queiroz, volpe portoghese sulla panchina iraniana, ha alzato i toni chiedendo perché "nessuno parli di razzismo o di sparatorie" in America (nessuno?). Un attivista, credenziali da giornalista al collo, ha trasformato la conferenza stampa in talk show, polemizzando con il capitano Usa Tyler Adams su afroamericani e diritti negati, impugnando il trucco escogitato qui dalle lobby PR: "Poiché nessun Paese democratico è perfetto si devono assolvere i dittatori da ogni nequizia, e chi non lo fa è ipocrita". Berhalter e Adams, con garbo, sono tornati al football, ma l'efficace tecnica, creata per il Mondiale in Qatar, è promossa con entusiasmo sui social media da grandi firme occidentali e dunque a lungo, spente le luci all'Al Thumama, ci toccherà contrastarla.

Instagram @gianniriotta