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Australia, Leckie, Souttar, Mooy e gli altri. Chi sono i protagonisti della qualificazione

(afp)
Non un solo leader ma tanti protagonisti con storie fantastiche nella nazionale che a sorpresa è andata agli ottavi dopo l'esordio da incubo contro la Francia
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C’è Harry Souttar che non aveva mai messo piede in Australia finché un giorno non gli squillò il telefono. “Sono Graham Arnold, il ct dei Socceroos. Ragazzo, ho saputo che tua madre è nata in Australia…”. Beh, sì. Ma io sarei scozzese. “Macché scozzese, non fare come tuo fratello che ha giocato un paio di partite e poi chissà. Ti ho visto nello Stoke, come colpisci di testa tu non ce n’è per nessuno, ti prometto una grande carriera come difensore centrale dell’Australia!”. Harry Souttar al Mondiale si è lasciato fregare soltanto da Giroud, gli altri attaccanti non hanno visto un pallone. Monumentale. Ah, suo fratello John - nazionale scozzese - lo sta guardando dal divano. E a mamma, che gli siede accanto, brillano gli occhi. 

C’è Harry Souttar che non aveva mai messo piede in Australia finché un giorno non gli squillò il telefono. “Sono Graham Arnold, il ct dei Socceroos. Ragazzo, ho saputo che tua madre è nata in Australia…”. Beh, sì. Ma io sarei scozzese. “Macché scozzese, non fare come tuo fratello che ha giocato un paio di partite e poi chissà. Ti ho visto nello Stoke, come colpisci di testa tu non ce n’è per nessuno, ti prometto una grande carriera come difensore centrale dell’Australia!”. Harry Souttar al Mondiale si è lasciato fregare soltanto da Giroud, gli altri attaccanti non hanno visto un pallone. Monumentale. Ah, suo fratello John - nazionale scozzese - lo sta guardando dal divano. E a mamma, che gli siede accanto, brillano gli occhi. 

Aston Mooy gioca davanti a Souttar con la saggezza del 32enne che ne ha viste tante: regista davanti alla difesa nel glossario tecnico, angelo custode nel senso che i film berlinesi di Wenders hanno dato al ruolo. Dopo un’onesta carriera da riserva in Premier (Huddlesfield, Brighton) si è concesso un colpo d’ala economico andando a Shanghai… nel 2020. Ha preso in pieno la prima ondata di Covid, in due anni è riuscito a giocare solo 23 partite, e a inizio 2022 si è rifiutato di tornare in Cina temendo che i nuovi lockdown lo imprigionassero lì, vietandogli quindi il playoff mondiale. Il suo vecchio ct Postecoglou, in panchina al Celtic, ha negoziato il passaggio al club scozzese, e così Mooy ha aggiunto al suo curriculum cinque presenze in Champions. Contro la Danimarca, che attaccava disordinata ma attaccava, si sono viste tutte. 

E guai a sottacere il contributo di Mat Ryan, titolare in porta dal 2012, ovviamente capitano e secondo ormai al solo Schwarzer - quello che subisce il rigore di Totti nel 2006 - nel computo delle presenze. È vero che con i cinque attaccanti danesi visti all’opera non se ne fa uno decente, ma la sicurezza con la quale ha governato l’area piccola nasconde un segreto: giocando nel Copenaghen, Ryan sapeva di non avere nulla da temere… Doveva soltanto attendere che il gol di Mat Leckie rimettesse le cose a posto un paio di minuti dopo la notizia che la Tunisia era passata in vantaggio con la Francia B. Roba da rottura dei rapporti diplomatici, senza appunto il gol di Leckie: passata la boa dei trent’anni Mat la scorsa stagione è tornato a Melbourne dopo un onorato percorso in Bundesliga che ha toccato Monchengladbach, Francoforte e da ultimo Berlino. Un altro che ha dimestichezza con gli angeli, e sa cosa fare per impersonarne uno. 

Poi c’è Mitchell Duke che è una sorta di cavaliere oscuro, un lottatore d’area tecnicamente modesto ma capace di battersi su ogni palla vagante. Come ha scritto il Guardian “uno che denuncia subito il fatto di essere stato l’ottavo di nove fratelli”, costretto quindi a sgomitare fin dall’ora di colazione. Ha segnato il gol alla Tunisia che ha portato i primi tre punti, e ha ormai tolto il posto a Jamie Maclaren, secondo marcatore assoluto della A-league a soli 29 anni, molto più smart nel gioco e nelle soluzioni, ma irrimediabilmente meno affamato di Duke. E al Mondiale, se ti chiami Australia, la fame conta. 

Soltanto quattro socceroos hanno giocato ogni minuto di questo Mondiale: oltre a Ryan e Souttar non si sono persi un battito né l’altro centrale Kye Rowles, che gioca in Scozia per gli Hearts e ha lottato contro il calendario per guarire in tempo da una ferita al metatarso, né il terzino sinistro Aziz Behich, figlio di profughi turco-ciprioti, finito anch’egli in Scozia (Dundee United) dopo una carriera nel campionato turco. 

(reuters)

Se ciascuno di questi uomini è un romanzo, come spesso accade agli australiani, il centrocampista Jackson Irvine è invece uno che le storie se le fa raccontare. Fedele alla linea del St.Pauli, il club tedesco nel quale gioca e che pone grande attenzione al tema dei diritti, Irvine in questi giorni ha incontrato i rappresentanti dei lavoratori migranti che hanno costruito gli stadi e delle associazioni umanitarie. Migranti come Milos Degenek, fuggito in Australia con la famiglia da Belgrado durante le guerre balcaniche, e poi tornatovi per giocare con la Stella Rossa anche in Champions League. Oggi è il terzino destro dei Colombus Crew, in Ohio, campionato Mls. Manca il più forte, Hajdin Hrustic del Verona, l’ispiratore e numero 10 dei Socceroos ancora convalescente da una distorsione alla caviglia: soltanto spezzoni per lui finora, ma i compagni gli hanno allungato il Mondiale di almeno tre giorni, e chissà che sabato non sia in campo dall’inizio. Per vestire la maglia australiana, Hajdin ha detto no alla Bosnia, il Paese del padre, e alla Romania, il Paese della madre. Non c’è mai garanzia, ma almeno il premio di una partita intera lo meriterebbe. È la seconda volta nella storia che l’Australia approda agli ottavi. Non se la lasci scappare.