Il Brasile prega per Pelé. "Ho fede e mi date energia"
dal nostro inviato Enrico Currò , dal nostro inviato Enrico CurròDOHA - Il sole tramonta presto in Qatar, a dicembre. Così nel cielo sopra la città strappata al deserto c'era già la luna alle quattro del pomeriggio, quando si è fatto buio anche dentro l'hotel a troppe stelle, con la spiaggia finta e tutto il lusso possibile e le fontane zampillanti e luci ovunque. La notizia che ha spento l'alegria della Seleçao era già partita da San Paolo, dall'autorevole quotidiano A Folha: "Pelé è stato trasferito nel reparto delle cure palliative dell'ospedale Albert Einstein, in cui è ricoverato da martedì scorso, perché non risponde più alle cure chemioterapiche alle quali è sottoposto dal 2021". Lui, O Rei, ha parlato più tardi via social: "Sono forte e con molta speranza seguo le cure come al solito. Ho molta fede in Dio e ogni messaggio d'amore che ricevo da voi in tutto il mondo mi mantiene pieno di energia".…
DOHA - Il sole tramonta presto in Qatar, a dicembre. Così nel cielo sopra la città strappata al deserto c'era già la luna alle quattro del pomeriggio, quando si è fatto buio anche dentro l'hotel a troppe stelle, con la spiaggia finta e tutto il lusso possibile e le fontane zampillanti e luci ovunque. La notizia che ha spento l'alegria della Seleçao era già partita da San Paolo, dall'autorevole quotidiano A Folha: "Pelé è stato trasferito nel reparto delle cure palliative dell'ospedale Albert Einstein, in cui è ricoverato da martedì scorso, perché non risponde più alle cure chemioterapiche alle quali è sottoposto dal 2021". Lui, O Rei, ha parlato più tardi via social: "Sono forte e con molta speranza seguo le cure come al solito. Ho molta fede in Dio e ogni messaggio d'amore che ricevo da voi in tutto il mondo mi mantiene pieno di energia".
Il ct Adenor Bachi detto Tite, di ascendenze italiane per via dei bisnonni di Viadana e tuttavia profondamente intriso di Brasile, in questi giorni ha guardato tante volte fuori dalla finestra del Westin Doha Hotel and Spa, verso il palazzo di vetro del Wellkins Medical Centre. Pensava ai guai di Neymar, con un osso della caviglia destra martoriato dalle pedate degli avversari. Ma qui non era più questione di decidere se schierare il numero 10 di oggi contro la Corea del Sud. C'è un 10 più 10 di tutti, il simbolo tra i simboli del calcio, l'orgoglio vivente del popolo brasiliano. Allora Tite ha dettato il messaggio ed è stato come se l'intero Paese parlasse per interposto ct, dopo averlo criticato fino a pochi minuti prima per la sconfitta col Camerun, una specie di vergogna nazionale: "Auguro tanta salute al nostro più grande rappresentante, all'extraterrestre che si è fatto terrestre". Poi, siccome la Terra ogni 4 anni ruota attorno al calcio, i led fosforescenti hanno proiettato sull'Aspire Tower di Doha l'immagine dell'ottantaduenne Edson Arantes do Nascimento, il ragazzo povero di Tres Coraçoes diventato ministro, con la stessa didascalia dello striscione esposto la sera prima al Lusail Stadium: "Pelé get well soon". E quel guarisci presto è diventato una preghiera per tutte le religioni, mentre la voce del muezzin si diffondeva dal minareto della moschea di Bin Mahmoud.
Intorno all'albergo a dieci piani, la vita scorre come sempre, con una ventina di tifosi distribuiti vicino alla transenne di ognuno dei quattro ingressi del ritiro, sorvegliati dalle guardie sonnecchianti sulle loro sedie, mentre gli inviati delle tivù brasiliane raccontano in diretta ogni attimo della Seleçao, sullo sfondo del pullman della squadra parcheggiato al ritorno dall'allenamento all'Arabi Stadium. Uno di loro ricorda la storia del famoso bus del 1974 in Germania, con la torneira de cerveja, il rubinetto per la birra, e i cinzeiros, i portaceneri, per ogni sedile: altri tempi, qui non si può. Pelé si era appena ritirato dal Santos e dal pallone: sarebbe tornato per l'appendice americana a New York, nei Cosmos. Non ne sa nulla Yassim, che viene dal Bangladesh e spazza l'uscio di una villa con una fila di vasi istoriati davanti alla porta: "Era il museo familiare della famiglia Al Thani, adesso è vuoto. Pelé? Boh, io tifo per Messi e per l'Argentina, al mio Paese siamo divisi: metà e metà, l'altro 50% è per il Brasile". All'Al Arab, food stuffs & trading, piccolo supermercato, Jawad vende articoli per la casa, datteri, detersivi, e pure lui allarga le braccia. Svoltato l'angolo, spuntano l'Hanza preparatory school for boys, collegio per studenti maschi, e la stazione della metropolitana di Bin Mahmoud. Sulla spianata di cemento sei bambini, due con la maglia del Qatar e nessuno del Brasile, improvvisano una partitella. Proprio come faceva tanti anni fa, nella sua piccola cittadina chiamata Tre Cuori (i santissimi cuori di Giuseppe, Maria e Gesù, recita il toponimo), il futuro O Rei. Che si è preso, senza volerlo, la scena del Mondiale.