L'Australia multiculturale lascia il Qatar: "Ma abbiamo visto qualche miglioramento sui diritti"
dal nostro inviato Enrico Currò , dal nostro inviato Enrico CurròDOHA - “Abbiamo visto qualche piccolo miglioramento”. Mathew Leckie non ha tracciato con queste parole un bilancio del Mondiale dell’Australia, che è stato comunque ottimo sul piano sportivo: la sua squadra ha fatto soffrire fino all’ultimo l’Argentina e soltanto una parata di Emiliano Martinez nei minuti di recupero, sul tiro del giovanissimo Garang Kuol, ha impedito i supplementari. Leckie, trentunenne centrocampista del Melbourne, si riferiva a un’altra questione, molto più scabrosa: il tema dei diritti umani in Qatar. Prima del Mondiale lui e altri quindici Socceroos, come vengono chiamati i calciatori della Nazionale australiana, avevano registrato un video in cui chiedevano il rispetto dei lavoratori migranti e dei diritti delle donne e della comunità Lbgt. Questo era il testo dell’intervento di Irvine, Wright, Maclaren, D’Agostino, Goodwin, Vukovic, Redmayne, Duke, Langerak, Genreau, Devlin, Taggart, Row…
DOHA - “Abbiamo visto qualche piccolo miglioramento”. Mathew Leckie non ha tracciato con queste parole un bilancio del Mondiale dell’Australia, che è stato comunque ottimo sul piano sportivo: la sua squadra ha fatto soffrire fino all’ultimo l’Argentina e soltanto una parata di Emiliano Martinez nei minuti di recupero, sul tiro del giovanissimo Garang Kuol, ha impedito i supplementari. Leckie, trentunenne centrocampista del Melbourne, si riferiva a un’altra questione, molto più scabrosa: il tema dei diritti umani in Qatar. Prima del Mondiale lui e altri quindici Socceroos, come vengono chiamati i calciatori della Nazionale australiana, avevano registrato un video in cui chiedevano il rispetto dei lavoratori migranti e dei diritti delle donne e della comunità Lbgt. Questo era il testo dell’intervento di Irvine, Wright, Maclaren, D’Agostino, Goodwin, Vukovic, Redmayne, Duke, Langerak, Genreau, Devlin, Taggart, Rowles, Ryan, appunto Leckie e Wilkinson (presidente della Pfa, il sindacato dei Professional Footballers Australia): “Questi lavoratori migranti che hanno sofferto non sono solo numeri, come i migranti che hanno plasmato il nostro Paese e il nostro calcio. Possiedono lo stesso coraggio e determinazione per costruire una vita migliore. Questi sono i diritti fondamentali che dovrebbero essere garantiti a tutti e garantiranno continui progressi in Qatar. In questo modo possiamo garantire un’eredità che vada ben oltre il fischio finale del Mondiale”.
Una squadra multiculturale
Il bilancio finale sull’impatto del torneo, dal punto di vista dei diritti umani, lo si potrà fare soltanto dopo il 18 dicembre. Quello parziale sta nelle parole di Leckie e dei suoi compagni, che hanno rilevato miglioramenti “piccoli”. Significa che c’è ancora tanta strada da fare, ma che qualche spiraglio comincia ad aprirsi. Intanto torna a casa quella che è stata definita, non a torto, la Nazionale dei diritti. Tra i messaggi più forti lanciati in Qatar c’è stata la presenza tra i Socceroos di un trio calciatori simbolo dell’integrazione e della multiculturalità, perché le loro storie si intrecciano con la guerra in Sud Sudan e con una vita da profughi in Africa, prima che l’Australia li accogliesse. Awar Mabil, 27 anni, ala sinistra del Cadice, ha trascorso l’infanzia in un campo profughi in Kenya e qui in Qatar ha comunque vissuto una favola, anche se le sue 2 presenze gli sono valse in tutto 25 minuti in campo. Thomas Deng, 25 anni, cresciuto in un campo profughi in Kenya con la famiglia in fuga dal Sud Sudan, addirittura non ha messo piede in campo, lui che è difensore centrale del Niigata, nella seconda serie giapponese, ma non ha nascosto la sua felicità, non solo per avere visto da vicino Messi, l’idolo in carne e ossa col quale alcuni calciatori australiani hanno voluto fare un selfie dopo la partita. Mabil sa di essere diventato un esempio per tutti i ragazzi africani che, in fuga dalle guerre, stanno trasformando l’Australia nel Paese della loro grande opportunità: lui è cofondatore dell’associazione Barefoot to Boots, che lavora per fornire istruzione e assistenza sanitaria ai rifugiati.
Il rimpianto del giovane Garang
La terza storia è la più emozionante, perché Garang Kuol, 18 anni compiuti lo scorso settembre, nato a Khartoum e cresciuto con la famiglia che scappava dal conflitto nella parte meridionale del Sudan, ha sfiorato un record: è stato il secondo più giovane in campo al torneo dopo il tedesco-camrenunense Youssoufa Moukoko. Ha già in tasca per gennaio il contratto col Newcastle United: il club inglese acquistato dal fondo sovrano saudita, che lo ha fatto diventare potenzialmente il più ricco della Premier League, ha adocchiato questa scattante punta dei Central Coast Mariners di Victoria ancora prima che segnasse 2 gol, e altri 2 li provocasse, nelle sue 4 presenze nel campionato australiano. Il Newcastle potrebbe decidere a gennaio per una tappa intermedia in Portogallo, ma in Qatar la storia bellissima di Kuol poteva diventare fantastica: è stato lui, con la sua girata in area parata da Emiliano Martinez, a fare venire i brividi a Messi e a tutta l’Argentina. Si è preso un record: a 18 anni e 79 giorni adesso è il più giovane ad avere giocato nella fase a eliminazione diretta di un Mondiale, dopo Pelé nel 1958: “Non mi ero nemmeno accorto di essere andato così vicino al gol. Prima di farmi entrare al posto di Leckie, il ct Arnoldo mi ha detto che avrei segnato e io la pensavo come lui, così quando poi ho rivisto la parata di Martinez ci sono rimasto molto male. Messi l’ho affrontato uno contro uno, da avversario: è stato un sogno che si avverava. Ma noi Socceroos non ci fermiamo qui, penso che in futuro vedrete una squadra al livello di Brasile e Argentina. La gente pensa che i giocatori in Europa possano volare o qualcosa del genere, invece siamo tutti esseri umani, tutti con due piedi. È solo una questione di passione e di cuore”. Quella di Garang Kuol e dell’Australia, la squadra dei diritti umani, dell’accoglienza e dell’integrazione.