Yoshida: "Il Giappone ha studiato in Europa, è la nostra occasione"
dal nostro inviato Enrico Currò , dal nostro inviato Enrico CurròDOHA - Ci sono due parole in giapponese, lingua dalla sfumature spesso intraducibili, che rendono bene il percorso trentennale compiuto dalla Sakka Nippon Daihy?, la nazionale capace di battere Germania e Spagna al Mondiale e di finire prima, malgrado la sconfitta con il Costarica, in un girone apparentemente impossibile. Le due parole sono omoiyari (gentilezza, rispetto per gli altri) e doryoku (sacrificio per migliorare). Le incarna entrambe il capitano Maya Yoshida, 34 anni, difensore dello Schalke, due stagioni e mezza in Italia alla Sampdoria: non ha chiarito se lascerà la nazionale dopo il Qatar, ma di sicuro ha tutta l’intenzione di godersi il momento più bello della sua carriera.
Yoshida, il Giappone agli ottavi di finale del Mondiale non è una novità: questa è già la quarta volta.
«Però questo è senza dubbio il più grande risultato della nostra storia. Credo che le due vittorie contro due grandi…
DOHA - Ci sono due parole in giapponese, lingua dalla sfumature spesso intraducibili, che rendono bene il percorso trentennale compiuto dalla Sakka Nippon Daihy?, la nazionale capace di battere Germania e Spagna al Mondiale e di finire prima, malgrado la sconfitta con il Costarica, in un girone apparentemente impossibile. Le due parole sono omoiyari (gentilezza, rispetto per gli altri) e doryoku (sacrificio per migliorare). Le incarna entrambe il capitano Maya Yoshida, 34 anni, difensore dello Schalke, due stagioni e mezza in Italia alla Sampdoria: non ha chiarito se lascerà la nazionale dopo il Qatar, ma di sicuro ha tutta l’intenzione di godersi il momento più bello della sua carriera.
Yoshida, il Giappone agli ottavi di finale del Mondiale non è una novità: questa è già la quarta volta.
«Però questo è senza dubbio il più grande risultato della nostra storia. Credo che le due vittorie contro due grandi d’Europa parlino da sole».
Il percorso è stato rapido, se il parametro sono i quasi 160 anni del calcio: la J-League è nata nel 1993.
«Vero, abbiamo fatto abbastanza presto. Ma niente è stato semplice. Abbiamo studiato, fatto sacrifici, siamo andati a imparare in Europa».
“Omoyari” e “Doryoku”, appunto: in Occidente ci si stupisce ancora degli spogliatoi puliti dopo le partite e dello spirito di sacrificio.
«Io credo che la parte più importante dello sviluppo del nostro sistema calcistico sia stata la capacità di imparare, di andare in Europa a misurarci con i campionati più difficili, di studiare la tattica».
Non c’entra anche il sistema integrato con la scuola?
«Decisivo è sempre il confronto coi migliori. Molti di noi giocano nelle leghe europee, anche nelle più difficili, e sembra una cosa scontata. Ma non lo era. Per stare a questo livello abbiamo dovuto adeguarci».
E magari resistere alle critiche, per quanto “gentili”: dopo il Costarica è toccato a lei e al ct Moryasu.
«Stiamo vivendo un’emozione indescrivibile. L’entusiasmo della squadra, qui in Qatar, è quella della gente rimasta in Giappone».
L’ottavo di finale con la Croazia è la grande occasione?
«Certo che lo è. Si indossa la maglia del Giappone per vivere emozioni come questa, ma non è un punto d’arrivo. I quarti sarebbero un altro traguardo storico e dobbiamo prepararci bene per non mancarlo. Non è finito il nostro Mondiale».
Potreste trovare il Brasile.
«L’effetto dei nostri risultati qui è formidabile. E può diventare il traino decisivo per un movimento che è già cresciuto tanto. I bambini giapponesi vogliono imitarci. Per il calcio, da noi, può essere davvero il boom».
Cosa avete assimilato meglio dal calcio europeo?
«La difesa, abbiamo imparato l’organizzazione. Possiamo passare senza problemi dalla linea a 4 a quella a 3. È così che siamo riusciti a chiudere gli scambi veloci della Spagna, con l’attenzione totale sugli inserimenti dei centrocampisti. Sono lezioni che solo il campo ti può dare».