I rigoristi croati, quelli che non sbagliavano neanche nella Jugoslavia
di Paolo Condò , di Paolo CondòMario Pasalic aspetta che l’arbitro gli dia il via libera con aria vagamente scocciata, quella di chi deve sbrigare una pratica banale sì, ma finché non l’hai timbrata non puoi pensare ad altro. I disgraziatissimi tiratori giapponesi, sfasciati dalla responsabilità, gli hanno servito un match-point comodo, e lui non contempla nemmeno l’opzione di poterlo sbagliare. La rincorsa è rapida e fluida, niente a che fare con gli arzigogolati stop and go che a volte denunciano il rigorista tremebondo. Il portiere giapponese Gonda vola sulla sua sinistra, mentre la palla si infila veloce nell’angolo opposto. Croazia ai quarti. Ovviamente.
Il 30 giu…
Mario Pasalic aspetta che l’arbitro gli dia il via libera con aria vagamente scocciata, quella di chi deve sbrigare una pratica banale sì, ma finché non l’hai timbrata non puoi pensare ad altro. I disgraziatissimi tiratori giapponesi, sfasciati dalla responsabilità, gli hanno servito un match-point comodo, e lui non contempla nemmeno l’opzione di poterlo sbagliare. La rincorsa è rapida e fluida, niente a che fare con gli arzigogolati stop and go che a volte denunciano il rigorista tremebondo. Il portiere giapponese Gonda vola sulla sua sinistra, mentre la palla si infila veloce nell’angolo opposto. Croazia ai quarti. Ovviamente.
Il 30 giugno 1990, a Firenze, l’ultima vera nazionale jugoslava presente a un Mondiale (quella del ‘98 contava soltanto su giocatori serbi e montenegrini) perse ai rigori il quarto di finale contro l’Argentina. Su quella partita il giornalista Gigi Riva ha scritto un libro bello e struggente, “L’ultimo rigore di Faruk”, nel quale Faruk Hadzibegic, il difensore bosniaco nato a Sarajevo che oggi fa il c.t. del Montenegro, ipotizza che se lui non avesse sbagliato, e la Jugoslavia avesse eliminato Maradona - che peraltro quel giorno si lasciò parare il suo penalty - il suo Paese di allora avrebbe avuto una chance di restare unito. Di non precipitare negli orrori delle guerre balcaniche.
È un pensiero romantico che torna sempre in mente a chi ha vissuto questa storia, e ricorda quella Storia, perché a Firenze segnarono il croato Prosinecki (in seguito allenatore del club serbo top, la Stella Rossa, e della nazionale bosniaca) e il montenegrino Savicevic (poi presidente della sua federazione), mentre oltre ad Hadzibegic sbagliarono il serbo Pixie Stojkovic, che abbiamo appena visto sulla panchina della Serbia, e l’altro montenegrino Brnovic (in seguito c.t. della sua nazionale). Il portiere era il croato Ivkovic. Se oggi specifichiamo le varie nazionalità, allora molti di loro mal sopportavano l’argomento: erano cresciuti assieme nelle rappresentative giovanili, capivano quanto stava accadendo dai racconti dei loro familiari perché in ritiro croati, serbi, bosniaci, sloveni, montenegrini e macedoni continuavano a sentirsi jugoslavi. Se parli con loro ancora oggi, il rimpianto rimane il sentimento dominante. Anche perché assieme erano fortissimi.
La polverizzazione del talento slavo ha premiato soltanto la Croazia. O meglio, anche la Serbia sarebbe competitiva - pensate alla rosa di questo Mondiale - ma a livello assoluto non riesce a strutturarsi come squadra, come sa fare invece nelle giovanili. La Croazia in realtà ha ottenuto risultati molto superiori anche a quelli della vecchia Jugo: terza al Mondiale ‘98 con la generazione Boban, seconda a quello 2018 con la generazione Modric, ha guadagnato i quarti - contro il terribile Brasile - anche stavolta, e venderà cara la pelle per arrivare ai rigori. Dov’è infallibile. Al 120’ della gara con il Giappone i dubbi erano pochi, subito dissolti dal primo round della serie: Minamino, che pure giocando nel Monaco dopo aver fatto la Champions col Salisburgo e col Liverpool dovrebbe essere il più rodato, ha esalato un rigorino sul quale Livakovic ha iniziato a costruire la sua bella figura, mentre Vlasic ha irrimediabilmente spiazzato Gonda. È stato allora che ci siamo ricordati di come i croati, nel 2018, avessero fatto fuori ai rigori la Danimarca negli ottavi e la Russia padrona di casa nei quarti. Il minuto 120 dei Mondiali separa i vecchi lupi di mare dai marinai d’acqua dolce, e la ciurma croata vale quella dell’Isola del tesoro.
Mitoma ha tanta qualità ma poca esperienza: la sua palla nell’angolo sarebbe anche precisa, ma è lentissima e Livakovic la ghermisce. Brozovic esegue al centro con l’aria da “ragazzino, lasciami lavorare”. Asano trasforma il suo salvando l’onore del miglior Giappone di sempre, e Livaja in qualche modo riapre uno spiraglio calciando sul palo un rigore svogliato. Yoshida potrebbe alimentare allora la fiammella, ma non regge la pressione e replica l’errore di Mitoma. Avanza Mario Pasalic. Avanza la Croazia.