Si è spento il sole: Neymar piange, il Brasile è fuori
dal nostro inviato Emanuele Gamba , dal nostro inviato Emanuele GambaDOHA - I croati sono quattro milioni, anche meno, ma ognuno di loro ha il dono della moltiplicazione di sé, perlomeno quando gioca al pallone. I brasiliani sono cinquanta volte tanto e le loro lacrime sono una consuetudine, con loro va sempre alla medesima maniera, segnano, danzano, pregano, s’ossigenano i capelli e alla fine incontrano qualcuno che non ha meno talento atavico di loro ma non ci scherza su e non lo prende per gioco. Così loro finiscono per battezzare il nuovo fallimento con il solito pianto di gente dalla lacrima facile e le dimissioni dell’allenatore: adesso a Rio sognano un papa straniero come Mourinho, uno così poco brasileiro che potrebbe fare il miracolo. Modric invece potrebbe essere brasiliano per come tratta il pallone (Modric potrebbe essere tutto) e invece è croato interamente, ha l’umiltà e il pelo sullo stomaco, ha una lucidità che più sale la fatica e più s’affina.
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DOHA - I croati sono quattro milioni, anche meno, ma ognuno di loro ha il dono della moltiplicazione di sé, perlomeno quando gioca al pallone. I brasiliani sono cinquanta volte tanto e le loro lacrime sono una consuetudine, con loro va sempre alla medesima maniera, segnano, danzano, pregano, s’ossigenano i capelli e alla fine incontrano qualcuno che non ha meno talento atavico di loro ma non ci scherza su e non lo prende per gioco. Così loro finiscono per battezzare il nuovo fallimento con il solito pianto di gente dalla lacrima facile e le dimissioni dell’allenatore: adesso a Rio sognano un papa straniero come Mourinho, uno così poco brasileiro che potrebbe fare il miracolo. Modric invece potrebbe essere brasiliano per come tratta il pallone (Modric potrebbe essere tutto) e invece è croato interamente, ha l’umiltà e il pelo sullo stomaco, ha una lucidità che più sale la fatica e più s’affina.
Le lacrime di Neymar, geniale e presuntuoso
Il Brasile invece è Neymar, presuntuoso e dannoso per due ore, geniale in quell’unico momento del gol che sembrava bastasse e poi ricomparso solo per piangere alla fine come quattro anni fa con il Belgio, come sedici anni fa con la Francia, sempre ai quarti di finale, sempre a causa di un genio (Zidane, De Bruyne, Modric) che conosce la vita per davvero, perché la vita rassomiglia molto al calcio. Otto anni fa quelli con le maglie color del sole arrivarono invece alla semifinale, ma solo per farsi umiliare in casa dalla Germania, nel Mineirazo: il Brasile che sa solo promettere e che al momento buono rimpiazza l’allegria con la tremarella. Giorni fa Neymar s’era fatto un selfie con il logo federale e le sei stelline: la sesta l’avrebbe dovuta mettere lui, invece è rimasta fuffa social.
«Non ha molto senso prendere gol così», dirà alla fine Thiago Silva di quell’unico tiro in porta croato che ha fatto il paio con l’unico gol che il Brasile aveva ricavato dal frullare leggero dei suoi fantasisti biondi, dal loro continuo pestare l’acqua nel mortaio, da undici conclusioni molto poco risolutive già a livello di intenzione. L’unico ad averci capito qualcosa era stato Paquetà perché era anche il solo a giocare senza palla tenendo d’occhio gli spazi, le distanze, andando oltre al correre gaio dietro quella roba rotonda che rotola (e comunque, quando l’ha toccata ha mandato in porta Neymar), che i brasiliani trattano da amica e che alla fine è la loro coltellata alla schiena. Ora parlano di maledizione (Thiago Silva) e dicono che bisogna susubito rialzare la testa (Casemiro), tanto tra quattro ci sarà un altro Mondiale, loro saranno favoriti come sempre e forse sarà passata la leggerezza vanagloriosa della generazione Neymar, il re del pugno di mosche. Ma resta incredibile la ripetitività brasiliana in tema di fallimenti.
I tempi dello psicodramma nazionale sono passati, persino nell’estate del loro disastro a domicilio piangevano molto più i giocatori dei tifosi, forse perché i giocatori e gli allenatori cambiano («Confermo, il mio ciclo è finito», ha annunciato Tite) e inseguono nuove illusioni ma la gente che li guarda è sempre quella e ci ha fatto il callo. Con la Croazia il Brasile ha perso per una stupidaggine, stava finalmente controllando una partita la cui ruvidità aveva capito di rado (ma la Croazia non è ruvida perché mena, è ruvida perché cosa farne del pallone lo decide sempre lei) e si è fatta scoperchiare da un contropiede a quattro tocchi (Modric-Vlasic-Orsic-Petkovic), scontando la sfortuna della deviazione decisiva di Marquinhos sul tiro dell’attaccante di riserva: ma se c’era chi meritava un premio non era il Brasile, che nel momento dirimente ha lasciate tre soli giocatori in difesa ma tutti gli altri in attacco a sfarfallare, perché i vizi non muoiono.
«Volevamo solo condividere un po’ di gioia con la nostra gente» è stato il saluto di Tite: nemmeno la sua concretezza ha cambiato il corso di questi ultimi vent’anni tutti uguali. «Ma è in arrivo una generazione fortissima». Ma lo si diceva forse anche di quella di Neymar, che ieri notte è stato l’ultimo a lasciare l’Educational City Stadium, strascinando i piedi, ciondolando la testa bassa, pensando ai suoi unici sudditi fedeli: le mosche nel pugno.