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Messi, c'è un segreto nei muscoli del capitano

Leo ha un muscolo appesantito. L'Argentina per la finale di domenica si aggrappa alle mani miracolose del fisioterapista Marcelo D'Andrea
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DOHA. La mano de Dios, anzi in questo caso le mani, c'entrano sempre, quando si parla di Argentina. Oggi sono quelle del fisioterapista che lavorava già con Maradona ct e che adesso deve consegnare al popolo trepidante in perfetta efficienza, domenica prossima, il suo deus ex machina, l'inafferrabile funambolo Leo Messi che ha un muscolo un po' appesantito. Nell'appartato ritiro della Selección, il campus della Qatar University in cui gli studenti di Scaloni preparano la loro laurea magistrale, il muro che protegge la squadra si è aperto quel tanto che basta per rivelare che il personaggio più importante della squadra, in queste ore, non è un calciatore. Si chiama Marcelo D'Andrea, ha 52 anni, un cognome italiano che chiarisce le origini calabresi della sua famiglia (di Fuscaldo, provincia di Cosenza) e un soprannome, Daddy, mutuato dall'attore comico televisivo santafesino Dady Brieva, al quale somiglia

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DOHA. La mano de Dios, anzi in questo caso le mani, c'entrano sempre, quando si parla di Argentina. Oggi sono quelle del fisioterapista che lavorava già con Maradona ct e che adesso deve consegnare al popolo trepidante in perfetta efficienza, domenica prossima, il suo deus ex machina, l'inafferrabile funambolo Leo Messi che ha un muscolo un po' appesantito. Nell'appartato ritiro della Selección, il campus della Qatar University in cui gli studenti di Scaloni preparano la loro laurea magistrale, il muro che protegge la squadra si è aperto quel tanto che basta per rivelare che il personaggio più importante della squadra, in queste ore, non è un calciatore. Si chiama Marcelo D'Andrea, ha 52 anni, un cognome italiano che chiarisce le origini calabresi della sua famiglia (di Fuscaldo, provincia di Cosenza) e un soprannome, Daddy, mutuato dall'attore comico televisivo santafesino Dady Brieva, al quale somiglia

Marcelo D'Andrea, il fisioterapista dell'Argentina 
D'Andrea fu reclutato 21 anni fa da Batistuta per curare i muscoli suoi e dei compagni e adesso si occupa soprattutto del sommo Leo, che intende perpetuare la leggenda di Diego, però ha bisogno di inventare libero, senza il freno inconscio della paura di farsi male.

Una folla oceanica canta e festeggia a Buenos Aires la finale mondiale dell'Argentina

Nell'intervallo della semifinale con la Croazia D'Andrea ha massaggiato la parte posteriore della coscia sinistra del campione ("lieve sovraccarico ischiotibiale") e deve avere fatto piuttosto bene il suo lavoro, a giudicare dal secondo tempo del fuoriclasse, che del resto il mago oriundo segue personalmente fin da quando, nel 2005, la Pulce diventò maggiorenne proprio durante il Mondiale Under 20 vinto in Olanda. 

La sola idea che il protagonista annunciato non possa correre come si deve non è nemmeno contemplata. Messi stesso ha già indicato la finale di domenica come la sua ultima partita in un Mondiale. Sarà dunque una data storica a prescindere dal risultato: la avvolgono già l'ansia per l'attesa e la malinconica consapevolezza che l'evento, quale che sia la sua trama, sarà purtroppo irripetibile: "Agli argentini dico di godersi questo momento, perché non tornerà: tra quattro anni sarò troppo vecchio", suggerisce il trentacinquenne artista, che col tempo che fugge ha iniziato a fare i conti, però sdrammatizza. Pareva impossibile, per questo introverso genio del pallone, irrigidito dalle sue fobie inconfessate quanto era leggero sul campo, invece è successo.

La spiegazione della metamorfosi l'ha data il suo più grande amico nel mondo del calcio. Sergio Agüero, il Kun, ex genero di Maradona, ha storicizzato la vicenda della decisiva argentinizzazione del numero 10, partito per Barcellona a 12 anni e sempre rosarino nell'anima, sì, però chiuso in un involucro europeo, che gli impediva di lasciarsi andare: "Il merito è stato tutto della Copa America". In quel lunghissimo ritiro dal 26 maggio all'11 luglio dell'anno scorso, in quei 46 giorni trascorsi insieme a preparare prima un paio di partite delle qualificazioni al Mondiale e poi la Copa, da Ezeiza (la Coverciano dell'Albiceleste, a oriente di Buenos Aires) al Brasile dove è arrivata la vittoria al Maracanã contro la Seleçao, perfino le strette misure di sicurezza (visite dall'esterno proibite, protocollo severissimo contro il Covid che stava dilagando) hanno contribuito a cementare il senso del gruppo. C'era anche Agüero, che con Messi ha condiviso l'intero percorso in nazionale da quel famoso 2005, prima di essere costretto al precoce ritiro per un serio problema cardiaco. C'era l'anno scorso e c'è anche adesso qui a Doha, da commentatore in tivù che si trasforma ogni sera nel ventisettesimo della rosa di Scaloni, entrando via streaming alla Qatar University e incontrando dopo ogni partita il suo amico Leo e gli altri: "Non l'ho mai visto così sereno e così scherzoso. È venuta fuori la sua anima argentina". La stessa di Maradona: domenica si saprà se può fargli vincere il Mondiale. 

Agüero in campo con Messi, Paredes e Dybala (afp)