Marocco, pallone e Islam: la famiglia il segreto dietro la sorpresa del Mondiale
dal nostro inviato Enrico Currò , dal nostro inviato Enrico CurròDOHA — In ognuno degli otto stadi del primo Mondiale arabo della storia ci sono due sale per la preghiera, riservate rispettivamente alle donne e agli uomini. Ma ci sono volute le parole di Walid Regragui, lo stratega del Marocco diventato ormai il vero ct protagonista del torneo al quale si era presentato da perfetto sconosciuto al grande pubblico, per mettere sotto gli occhi di tutti un'evidenza sfuggita o trascurata, eppure di rilievo essenziale per contestualizzare gli eventi: in Qatar sta andando in scena, insieme alle partite, lo spaccato di vita quotidiana del mondo musulmano. E i Leoni dell'Atlante, come viene denominata la nazionale marocchina, lo rappresentano con efficacia. Regragui ha offerto la sintesi del concetto: "Il calcio è un ponte, unisce Paesi e culture diverse. Noi siamo orgogliosi di avere fatto capire al mondo il nostro popolo, la nostra cultura".
DOHA — In ognuno degli otto stadi del primo Mondiale arabo della storia ci sono due sale per la preghiera, riservate rispettivamente alle donne e agli uomini. Ma ci sono volute le parole di Walid Regragui, lo stratega del Marocco diventato ormai il vero ct protagonista del torneo al quale si era presentato da perfetto sconosciuto al grande pubblico, per mettere sotto gli occhi di tutti un'evidenza sfuggita o trascurata, eppure di rilievo essenziale per contestualizzare gli eventi: in Qatar sta andando in scena, insieme alle partite, lo spaccato di vita quotidiana del mondo musulmano. E i Leoni dell'Atlante, come viene denominata la nazionale marocchina, lo rappresentano con efficacia. Regragui ha offerto la sintesi del concetto: "Il calcio è un ponte, unisce Paesi e culture diverse. Noi siamo orgogliosi di avere fatto capire al mondo il nostro popolo, la nostra cultura".
Marocco, calcio e Islam
Che è intrisa di Islam, come dimostra il ritiro della squadra concentrato a distanza di pochi minuti di pullman sulla West Bay: il Wyndham Doha Hotel, meta continua dei tifosi arabi, e l'Al Duhail Sc Stadium, il centro tecnico del club che Regragui allenò nel 2020. Gli orari degli allenamenti del Marocco sono programmati in funzione delle preghiere dei giocatori, e così pure i pasti e le riunioni. Il ct è molto elastico, sapendo chi è più o meno strettamente praticante dell'Islam. Di solito un problema che si pone durante i tornei, per i calciatori musulmani, è l'osservanza del Ramadan, con l'annesso digiuno. Stavolta cadrà tra il 22 marzo e il 20 aprile, lontano dal Mondiale, così c'è un altro aspetto della cultura araba che sta emergendo, fotografato dalle consuetudini della squadra: il fortissimo legame con la famiglia, immortalato dalle folgoranti di immagini di Hakimi e Boufal sul campo, mentre baciavano le loro madri che indossavano il velo.
Marocco, l'importanza della famiglia
È stato ancora Regragui a spiegare come la tradizione si sia intrecciata con la strategia: "Per vincere, una nazionale deve creare velocemente un gruppo, non ha tutto il tempo di cui dispone un club. Ho riflettuto col mio staff su come avremmo potuto farlo e abbiamo pensato che la cosa più logica sarebbe stata portare qui le famiglie, per mettere i giocatori nelle condizioni psicologiche migliori, per farli sentire rassicurati e sereni". Così Fouzi Lekjaa, il presidente della Frmf che è l'acronimo di Fédération royale marocaine de football, ha deciso di pagare viaggio e soggiorno alle famiglie dei calciatori, giudicando fondamentale soprattutto la presenza di madri e fratelli. Per la cultura araba è stato un segnale forte, uno dei messaggi che hanno avvicinato tutti i popoli arabi a questa nazionale e che permettono ora a Regragui di dire, senza cadere nel rischio del proclama fine a se stesso, che "il Marocco gioca per il proprio Paese e anche per i fratelli del Maghreb, per i tunisini, per gli algerini, per i libici".
Francia e Marocco, giocatori legati dalla fede
Altri giocatori di queste semifinali sono musulmani: nella Francia stessa non mancano i calciatori di origine africana. Il caso più noto è quello di Ousmane Dembélé, di padre mauritano e madre senegalese, che si è sposato lo scorso dicembre in Marocco con una donna marocchina, Rima Edbouche, ora anche mamma di una bambina. La famiglia di Rima arriva da un villaggio vicino a Guelmim, nel Marocco sud-occidentale, e lei è nata a Douar Aghbalou, vicino a Marrakech, e poi si è trasferita in Francia per studiare: "Quando finirà la partita, sono sicuro che marocchini e francesi andranno a festeggiare insieme sugli Champs-Elysées, comunque finisca". Detto dal ct nato 47 anni fa a Corbeil-Essonnes, alla periferia di Parigi, il messaggio è davvero credibile.