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Qatar, ordine e culto del lusso. I soldi hanno ribaltato il calcio

Forte del successo organizzativo la petromonarchia continuerà a usare lo sport per legittimarsi
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DOHA  - Unico, di sicuro. Inedito, come questa finale. Anche bizzarro: non s'erano mai viste le corsie preferenziali e allo stadio per i settori Vvip. Nel senso di Very, very vip. Si capisce che in un paese che ha il reddito pro capite più alto del mondo (159 mila dollari, esentasse) e che guadagna 220 milioni di euro al giorno dalla vendita di gas e petrolio, i vip siano la categoria più comune. E che non ci siano apprensioni sulla bolletta da pagare per le luci della città sempre accese, né per gli stipendi di Messi e Mbappé. "Non sono ricco", vi dirà il signor Al Misned, 57 anni, qatarino con ditta di consulenza, mentre prende un cappuccino in tazze bordate d'oro. In effetti ha solo un albergo (dove vive) a Doha, una casa a Londra e un'azienda agricola a Al-Khor (in realtà un castello) con tre piscine, due campi da calcio, uno da volley, una palestra, 100 pecore, 8 orici, 4 cavalli, un falcone e labirinti d…

DOHA  - Unico, di sicuro. Inedito, come questa finale. Anche bizzarro: non s'erano mai viste le corsie preferenziali e allo stadio per i settori Vvip. Nel senso di Very, very vip. Si capisce che in un paese che ha il reddito pro capite più alto del mondo (159 mila dollari, esentasse) e che guadagna 220 milioni di euro al giorno dalla vendita di gas e petrolio, i vip siano la categoria più comune. E che non ci siano apprensioni sulla bolletta da pagare per le luci della città sempre accese, né per gli stipendi di Messi e Mbappé. "Non sono ricco", vi dirà il signor Al Misned, 57 anni, qatarino con ditta di consulenza, mentre prende un cappuccino in tazze bordate d'oro. In effetti ha solo un albergo (dove vive) a Doha, una casa a Londra e un'azienda agricola a Al-Khor (in realtà un castello) con tre piscine, due campi da calcio, uno da volley, una palestra, 100 pecore, 8 orici, 4 cavalli, un falcone e labirinti di siepi ben curate.

Quando hanno chiesto al capitano dell'Arabia Saudita se fosse vero che l'emiro avesse promesso una Rolls Royce ai giocatori in caso di passaggio del turno lui ha guardato schifato il giornalista rispondendo che della Rolls non se ne fa niente (ce l'ha già in garage). Le ultime cartoline dal primo mondiale arabo d'inverno dicono che è stato molto simile a un'Olimpiade. Tutti insieme appassionatamente in una sola città. Quasi a chilometro zero. Non era mai successo, né ricapiterà, nel 2026 se lo divideranno tre nazioni con fusi, monete diverse e lunghe distanze (Canada-Messico-Usa). Era facile organizzarlo? Sì. Ma bisogna dire che tutto ha funzionato e che la gente è arrivata: gli stadi, tranne uno, erano raggiungibili con metropolitane veloci e moderne (anche per i disabili), i tantissimi volontari giovani e ben preparati (tutti parlano inglese) hanno dato informazioni giuste e il divieto di bere alcolici in strada che tanto ha dato fastidio alla fine ha prodotto notti pacifiche e per la prima volta nella storia nessun tifoso inglese arrestato (non è una barzelletta).

I tifosi del Marocco (reuters)
Allo stadio molti uomini, ma anche famiglie, bambini, gruppi di ragazze velate e non, atmosfera passionale e rumorosa, con i charter di argentini in arrivo, ma nessuna minaccia di violenza. Invece in Sudafrica 2010 c'erano state aggressioni e furti come in Brasile 2014. In più la semifinale del Marocco non ha sfrattato dal grande calcio un pezzo di mondo e di tifo che fino all'ultimo si è sentito a casa. Le notti post-partita sono stati piacevoli, anche per il buon clima (meteo) e perché Doha anche all'alba si è rivelata una città aperta. I qatarini vivono di notte e riposano di giorno. Questo non esclude che il Qatar sia una petromonarchia, un'aberrazione ecologica, irrispettosa dei diritti umani e dei lavoratori, cosa già deducibile dal nome, Comitato Supremo (Santa Inquisizione non potevano), che si è dato il comitato organizzatore. Si è protestato molto all'inizio, ma ora che il mondiale si chiude non varrebbe la pena di chiedere e di informarsi su che fine hanno fatto i giocatori iraniani che hanno rifiutato di cantare l'inno e sulla sorte dell'ex calciatore Amir Nasr-Azadani, condannato a morte? O certi diritti non meritano i supplementari? Si è parlato di un mondo arabo che oscura le donne, vero, ma all'università il numero delle studentesse è il doppio di quello degli uomini, e la quota femminile lavorativa è del 37%. Vero che la nazionale femminile di calcio, nata nel 2009, quando il Qatar preparava la sua candidatura e bisognava presentarsi al mondo con un po' di rispettabilità, ha giocato l'ultimo incontro nel 2014, e da otto anni è scomparsa, nemmeno all'Aspire Academy (centro sportivo più importante) c'è un programma per le donne.

L'emiro del Qatar Tamim bin Hamad al-Thani allo stadio con la bandiera del Marocco (afp)

Anche per questo si parla di sportwashing, per dare una bella lavata (washing, appunto) alla propria immagine e apparire quello che non si è. Ma vero anche che il progressista Occidente ha portato al mondiale un calcio dove le donne non esistono: solo un'arbitra è scesa in campo, e tra le 32 squadre solo Spagna e Croazia hanno due team-manager (Navas e Olivari). Che ne sarà di questi otto favolosi stadi? Uno è stato smontato, ma gli altri? Il Qatar vorrebbe le Olimpiadi del 2036, l'Arabia Saudita i mondiali del 2030 e ha già ottenuto i Giochi invernali asiatici del 2029, a Neom. Sissignori, si scierà in mezzo al deserto. Ormai i dottor Stranamore sono quelli che pensano di trasformare la natura. Certo, costerà. 500 miliardi di dollari. Altro che lavaggio, qui siamo al programma centrifuga. In attesa della fusione nucleare, buona domenica. E shukran.