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Mondiali, in una finale meravigliosa Achille raggiunge la tartaruga

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L’inseguimento di Leo Messi al titolo mondiale, versione post-moderna del più famoso paradosso di Zenone, doveva per forza concludersi col lieto fine dei vecchi film
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Il vento che da ogni angolo del mondo soffiava nelle vele di Leo Messi ha pochi precedenti storici. L’ultima finale di Federer a Wimbledon, forse, quando (quasi) tutti abbiamo trattenuto il respiro sui due match-point, ed entrambe le volte l’implacabile Djokovic ce l’ha mozzato in gola. Oppure, andando indietro nel tempo — quando eravamo re — il ko inflitto da Muhammad Ali a George Foreman sul ring di Kinshasa, perché Ali ne aveva passate troppe dopo il rifiuto di partire per il Vietnam («nessun vietcong mi ha mai chiamato negro») per non essere amato come un simbolo di pace. Quella notte eravamo (quasi) tutti con lui.

Lionel Messi (ansa)

Un grande campione ha avuto finalmente giustizia

L’inseguimento di Leo Messi al titolo mondiale, versione post-moderna del paradosso di Achille e la tartaruga, doveva per forza concludersi col …

Il vento che da ogni angolo del mondo soffiava nelle vele di Leo Messi ha pochi precedenti storici. L’ultima finale di Federer a Wimbledon, forse, quando (quasi) tutti abbiamo trattenuto il respiro sui due match-point, ed entrambe le volte l’implacabile Djokovic ce l’ha mozzato in gola. Oppure, andando indietro nel tempo — quando eravamo re — il ko inflitto da Muhammad Ali a George Foreman sul ring di Kinshasa, perché Ali ne aveva passate troppe dopo il rifiuto di partire per il Vietnam («nessun vietcong mi ha mai chiamato negro») per non essere amato come un simbolo di pace. Quella notte eravamo (quasi) tutti con lui.

Lionel Messi (ansa)

Un grande campione ha avuto finalmente giustizia

L’inseguimento di Leo Messi al titolo mondiale, versione post-moderna del paradosso di Achille e la tartaruga, doveva per forza concludersi col lieto fine dei vecchi film: per un banale senso di giustizia, e per una meno scontata questione di ordine mentale. Viviamo in un mondo dove molte cose, specie in questi anni, sono andate a rovescio: la scienza è stata derisa, la bomba atomica evocata come un’opzione, altroché se la storia è finita — come scriveva Fukuyama — partorisce un orrore alla settimana.

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Mbappé è ormai il numero uno al mondo

Naturalmente questa vittoria dell’Argentina, meritata sia nello sviluppo delle sette partite che nella drammatica, interminabile, meravigliosa finale di ieri, non rinfranca nessuno — se non le legioni di tifosi che a Buenos Aires stanno doverosamente cantando e ballando accanto all’obelisco dell’Avenida 9 de Julio — dalle pene di questi tempi. E però una piccola ma importantissima cosa è andata al suo posto, Achille ha finalmente raggiunto la tartaruga, il fuoriclasse che ha riempito di bellezza calcistica — ognuno decida se si tratta di un’arte povera o ricca — quasi vent’anni delle nostre vite ha vinto il torneo più importante e difficile. Ed è un sollievo sapere che una certa grammatica vale ancora: se riesci a essere il più bravo per un tempo così lungo, prima o poi il premio arriva. Magari sull’orlo del fuori tempo massimo, perché Kylian Mbappé ha chiarito in modo inequivocabile chi sia ormai il numero uno, ma arriva.

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Il miracolo di Martinez su Mouani

C’è molta mistica nel racconto di una finale indimenticabile, e la parata di Emiliano Martinez su Kolo Mouani in fondo al secondo tempo supplementare è quanto di più simile a un miracolo abbia mai visto su un campo di calcio, per l’intervento in sé e per il momento nel quale è stato realizzato: senza quella giocata Messi si sarebbe ritirato privo di un Mondiale e Maradona per lui sarebbe rimasto un incubo anziché ciò che è da oggi, ovvero il ritratto accanto al suo — non sopra né sotto, accanto — nella galleria dei padri della patria.  Leo è stato imprendibile nel primo tempo, ha camminato nella ripresa per recuperare un po’ di carica, e con gli sprazzi rimasti ha tenuto a bada la Francia nei supplementari, fino alla soluzione ai rigori. Ma era stato uno spettacolo sin dall’inno nazionale, cantato a squarciagola con i compagni, e le facce sembravano di gladiatori in procinto di lanciarsi nell’arena. Con tutto il mondo dietro a soffiare, non potevano perdere.