Zabaleta: "Questa Argentina è una storia affascinante e Messi si merita il Mondiale"
dal nostro inviato Enrico Currò , dal nostro inviato Enrico CurròPablo Zabaleta, 37 anni, ex veterano dell'Argentina con 58 presenze, lei era in campo da terzino destro titolare al Maracanà nella finale del 2014 persa ai supplementari con la Germania: perché stavolta l'Argentina dovrebbe vincere?
"Perché è forte, è compatta e ha un sacco di risorse. E naturalmente perché ha Messi. Io lo conosco molto bene".
Lei è stato il suo primo capitano?
"Confermo: al Mondiale Under 20 del 2005 in Olanda, ho due anni e qualche mese più di lui. Lio era già Lio: segnò la doppietta decisiva nella finale con la Nigeria. Poi ci siamo conosciuti meglio e siamo diventati molto amici a Barcellona, dove lui era arrivato da ragazzino e io proprio nel 2005, per giocare nell'Espanyol".
Pablo Zabaleta, 37 anni, ex veterano dell'Argentina con 58 presenze, lei era in campo da terzino destro titolare al Maracanà nella finale del 2014 persa ai supplementari con la Germania: perché stavolta l'Argentina dovrebbe vincere?
"Perché è forte, è compatta e ha un sacco di risorse. E naturalmente perché ha Messi. Io lo conosco molto bene".
Lei è stato il suo primo capitano?
"Confermo: al Mondiale Under 20 del 2005 in Olanda, ho due anni e qualche mese più di lui. Lio era già Lio: segnò la doppietta decisiva nella finale con la Nigeria. Poi ci siamo conosciuti meglio e siamo diventati molto amici a Barcellona, dove lui era arrivato da ragazzino e io proprio nel 2005, per giocare nell'Espanyol".
Gli aneddoti si sprecano: quando uscivate la sera, Jorge, il papà di Messi, lo affidava a lei.
"Io ricordo già un ragazzo di personalità, che non aveva bisogno di alzare la voce per farsi rispettare. Bastava quello che faceva sul campo. La prima volta che venne nell'Under dell'Argentina l'allenatore ci disse: verrà un ragazzo del Barcellona, è bravo. Alla prima partitella avevamo già capito tutto, il pallone non glielo prendevi mai".
Oggi, a 35 anni e alla sua ultima partita al Mondiale, può fare la storia da capitano e leader alla Maradona.
"Se lo merita, per la sua grandezza di campione e per la sua felicità, che è anche quella del popolo argentino. Gli manca l'ultimo passo e la Francia è un'avversaria molto difficile. Ma può riuscirci, ci sono tutte le condizioni".
La vostra viene definita la generazione Messi, arrivata a un centimetro dalla gloria: che cosa c'è adesso di diverso?
"Quando perdi un Mondiale ai supplementari, è anche questione di sfortuna, non è che quella non fosse una squadra in grado di vincere la coppa. Però, senza fare paragoni, oggi l'Argentina ha di nuovo una grande occasione. E Messi sta un'altra volta facendo la differenza, però forse ancora di più".
Per quale motivo?
"Perché si è creata una chimica straordinaria nel gruppo e perché strada facendo si è trovato un equilibrio magico, in cui Messi è completamente a suo agio e si vede. Enzo Fernandez e Alvarez non erano titolari, adesso stanno dimostrando che c'è una nuova generazione di calciatori giovani, ma già pronti per vincere, mi riferisco anche a Romero e Molina, solo per dirne altri due".
Da ambasciatore ufficiale del Manchester City lei ha seguito spesso Alvarez.
"Sì, ne ho parlato più di una volta con Pep. Guardiola lo allena ogni giorno e ci siamo trovati d'accordo sul fatto che Julián ha una qualità non frequente in un attaccante: quello che noi argentini chiamiamo despliegue, la capacità di muoversi in ogni zona del campo, di correre per gli altri con intelligenza. Non è scontato che una punta lo faccia, lui lo fa benissimo".
Quanto c'entra la mano di Scaloni?
"C'entra. Dubitavano di lui, perché non aveva allenato prima, se non le giovanili. Invece ha confermato che la migliore esperienza è ciò che impari da calciatore di alto livello: nessun corso te la può dare. E poi Scaloni era il vice di Sampaoli, al Mondiale di Russia, non arriva mica dal nulla. In più ha uno staff formidabile, che certe partite le ha vissute e sa come si affrontano".
Samuel e Pablo Aimar?
"Tutto lo staff. Certo, loro due hanno tutta l'esperienza per trasmettere ai giocatori i messaggi giusti, il carisma e le competenze tattiche".
Qual è la tattica giusta per la finale?
"La Francia è forte fisicamente e tecnicamente, ha due giocatori letali come Griezmann e Mbappé e sa usare benissimo le fasce: bisogna stare attentissimi a non perdere palla. Però la semifinale col Marocco ha detto una cosa: lascia spazio tra le linee, proprio dove s'intrufolano Messi, Alvarez e i nostri centrocampisti. Vedo una partita equilibratissima".
Vince chi segna per primo?
"Non è detto. Io so solo che questa squadra si merita l'amore di tutta l'Argentina. È una storia affascinante, c'è da scrivere l'ultimo capitolo".