Eroi e tanatos, anche lo sport si scopre mortale
di Gabriele Romagnoli , di Gabriele RomagnoliA differenza di Elettra, il lutto non si addice allo sport. Anche al netto delle semplificazioni di Infantile, il fanciullesco presidente della Fifa per cui partite o funerali, tutto è un'occasione per distrarsi e sorridere, resta che si ricorre allo sport per esaltare la vita. Lo si fa per celebrare la gioventù, il talento, la sfida al limite. L'individuazione dell'eroe prelude alla sua immortalità, o quasi, perché l'esperienza ci sta insegnando che difficilmente la memoria scavalca tre generazioni. Ci volgiamo allo stadio per bisogno di consolazione. Dice Woody Allen che camminando per Central Park si ritrova a pensare al baseball per scacciare il pensiero che nessuno di quelli che sta vedendo esisteranno più tra un secolo. C'è chi si occupa di calciomercato per vivere e chi lo fa per non morire: dentro il cilindro della risonanza magnetica, mentre una macchina ne interpreta il destino, fugge con la mente rifacendo la ros…
A differenza di Elettra, il lutto non si addice allo sport. Anche al netto delle semplificazioni di Infantile, il fanciullesco presidente della Fifa per cui partite o funerali, tutto è un'occasione per distrarsi e sorridere, resta che si ricorre allo sport per esaltare la vita. Lo si fa per celebrare la gioventù, il talento, la sfida al limite. L'individuazione dell'eroe prelude alla sua immortalità, o quasi, perché l'esperienza ci sta insegnando che difficilmente la memoria scavalca tre generazioni. Ci volgiamo allo stadio per bisogno di consolazione. Dice Woody Allen che camminando per Central Park si ritrova a pensare al baseball per scacciare il pensiero che nessuno di quelli che sta vedendo esisteranno più tra un secolo. C'è chi si occupa di calciomercato per vivere e chi lo fa per non morire: dentro il cilindro della risonanza magnetica, mentre una macchina ne interpreta il destino, fugge con la mente rifacendo la rosa del Genoa. Stanchi di guerra, molti cronisti si sono rifugiati nella tregua di un incontro di pallacanestro o nella biografia di un tennista. Una demi volée di Roger Federer è la rappresentazione del contro-tempo, scava nell'attimo portando in luce un reperto d'eternità.
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Poi accade, che nel volgere di pochi giorni si allunghi una sequenza di ombre. La livella non distingue: se ne vanno l'idolo di un popolo e quello di una curva, il vecchio e il troppo giovane, il duro e il cortese, chi è stato sul campo e chi in tribuna stampa. Se ne vanno i personaggi e i narratori, resta la trama, con i suoi buchi e le sue profezie respinte. Non sono nel nostro spirito i play off, perché accelerano la fine. Come dicono gli americani: do or die, ce la fai o muori. Ancor più spaventosa la sudden death, la morte improvvisa (quando in Europa la si è sperimentata nel calcio venne ribattezzata "golden goal", gol d'oro, spostando lo sguardo al lato positivo.)
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Gli occhi degli spettatori che hanno assistito lunedì scorso al tremendo impatto che ha fermato, per due volte, il cuore del giocatore di football americano Damar Hamlin, si sono prima chiusi e poi rivolti verso l'alto. Quando l'ambulanza è corsa via urlando i compagni si sono raccolti e chinati in preghiera. Tutto lo stadio ha pregato. I commentatori in tv hanno pregato. S'invoca, sempre e comunque, la mano di Dio. Qualcuno ha scritto che è giunto il momento di fermare questo sport, per non vedere la morte sul campo. E quella che gli gira intorno? Possiamo non pensarci, per tutto il tempo in cui riusciremo a concentrarci sul futuro valore di Carnesecchi.
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