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Supercoppa: Inter e Milan, un gruppo rock contro una leziosa orchestrina da camera

La festa dell'Inter a Riad (afp)

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Il commento alla Supercoppa italiana a Riad
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Più ancora dell’esito della gara, che allunga a tre la serie di stagioni con almeno un trofeo in bacheca, è la maniera in cui l’Inter ha disposto del Milan a segnare un prima e un dopo nella lettura di questa stagione. Nella mezz’ora iniziale Simone Inzaghi se l’è letteralmente divorato, forte di uomini che per tattica e atteggiamento filavano a velocità doppia, uno scatenato gruppo rock in opposizione a un’orchestrina da camera leziosa e svagata. Col doppio vantaggio in cassaforte il resto del match è stato gestito con autorità, giocando con l’orologio e l’attesa del punto esclamativo del campione del mondo, e Lautaro non si è fatto pregare. Una prestazione rotonda, un’Inter capace per la seconda volta in due settimane — la prima ovviamente col Napoli — di esprimersi al meglio contro un’avversaria forte, come in autunno era successo soltanto nei due confronti col Barcell…

Più ancora dell’esito della gara, che allunga a tre la serie di stagioni con almeno un trofeo in bacheca, è la maniera in cui l’Inter ha disposto del Milan a segnare un prima e un dopo nella lettura di questa stagione. Nella mezz’ora iniziale Simone Inzaghi se l’è letteralmente divorato, forte di uomini che per tattica e atteggiamento filavano a velocità doppia, uno scatenato gruppo rock in opposizione a un’orchestrina da camera leziosa e svagata. Col doppio vantaggio in cassaforte il resto del match è stato gestito con autorità, giocando con l’orologio e l’attesa del punto esclamativo del campione del mondo, e Lautaro non si è fatto pregare. Una prestazione rotonda, un’Inter capace per la seconda volta in due settimane — la prima ovviamente col Napoli — di esprimersi al meglio contro un’avversaria forte, come in autunno era successo soltanto nei due confronti col Barcellona, visto che in campionato Milan, Lazio, Roma e Juve non le avevano lasciato un punto.

Edin Dzeko (afp)

La Supercoppa è titolo di un giorno, ma ci sono le basi perché il suo effetto eccitante si prolunghi: Barella è definitivamente tornato ai suoi massimi, Dzeko e Lautaro hanno capito come giocare assieme (l’anno scorso l’intesa era più laboriosa), Dimarco a sinistra è il manuale dell’incursore, la difesa ha ripreso a funzionare dopo i guasti anche recenti. Se il discorso scudetto va tenuto in sonno, è in arrivo un turno di Champions che potrebbe spalancare orizzonti imprevedibili. Nelle grandi partite, quelle in cui le rivali ti lasciano spazi perché vogliono attaccarti, l’Inter ha riscoperto il bene della verticalità: come s’è visto nel primo gol, sa risalire il campo in tre passaggi usando l’intera ampiezza per costruire il tiro vincente. Il gol di ieri di Dimarco è identico a quello di Gosens al Camp Nou, e parente stretto di quello di Dzeko al Napoli. Un metodo, dunque.
Se l’Inter post-scudetto fu costretta a cedere due uomini chiave come Lukaku e Hakimi, il Milan quest’anno non è riuscito ad aggiungere nulla, come dimostrato dalla formazione di partenza di Riad, interamente composta da veterani. Il crollo degli ultimi dieci giorni, per nulla annunciato se è vero che 80 minuti con la Roma furono ottimi, assomiglia quindi a un cedimento strutturale: la vena improvvisamente inaridita di alcuni pilastri, da Theo a Tomori, da Leao a Giroud, ha fatto scopa col vuoto assoluto di ricambi, nuove energie, variazioni tattiche. In dieci giorni il Milan ha perso i due obiettivi stagionali più abbordabili, la coppa Italia e la Supercoppa, ha visto dilatare la distanza dal Napoli con due pareggi inattesi, e continua a macerarsi nell’attesa del rinnovo di Leao, che è diventato il Sacro Graal, e forse qui si sta un po’ esagerando. Per la prima volta da quando è al Milan, Stefano Pioli si trova in panne. E siccome da certe situazioni si esce con una prova di forza, dopo il terribile ko di Riad avrebbe senso prendere l’uomo che è insieme il grande acquisto e la grande delusione dell’anno, De Ketelaere, e imporlo titolare nelle prossime dieci partite. O si sblocca, o esce di scena: usarlo per venti minuti, a risultato deciso oppure disperato, non serve a niente. Il belga non possiede la calda spavalderia per usarli, la sua cifra è lo stile freddo: ricorda tanto Dennis Bergkamp, a disagio nell’Inter ma poi grande stella dell’Arsenal. Nel momento più duro, il paragone è un appiglio.