NAPOLI. "Ero convinto che la vicenda Calciopoli potesse rappresentare l'opportunità per voltare finalmente pagina, invece si è persa un'occasione". Era un giovane pubblico ministero, Stefano Capuano, quando sostenne l'accusa al processo di primo grado sullo scandalo che, nel 2006, sconvolse il mondo del pallone. Ad affiancarlo c'erano Giuseppe Narducci, oggi giudice a Perugia, e il compianto Filippo Beatrice, prematuramente scomparso: "Un magistrato fuori dal comune, manca moltissimo a tutti noi", ricorda il pm Capuano che ora fa parte del pool anticamorra della Procura di Napoli e guarda al nuovo terremoto che scuote lo sport più amato con l'occhio dell'appassionato (è tifoso della Sampdoria) che è anche addetto ai lavori.
NAPOLI. "Ero convinto che la vicenda Calciopoli potesse rappresentare l'opportunità per voltare finalmente pagina, invece si è persa un'occasione". Era un giovane pubblico ministero, Stefano Capuano, quando sostenne l'accusa al processo di primo grado sullo scandalo che, nel 2006, sconvolse il mondo del pallone. Ad affiancarlo c'erano Giuseppe Narducci, oggi giudice a Perugia, e il compianto Filippo Beatrice, prematuramente scomparso: "Un magistrato fuori dal comune, manca moltissimo a tutti noi", ricorda il pm Capuano che ora fa parte del pool anticamorra della Procura di Napoli e guarda al nuovo terremoto che scuote lo sport più amato con l'occhio dell'appassionato (è tifoso della Sampdoria) che è anche addetto ai lavori.
"Si tratta di casi molto diversi uno dall'altro. Si potrebbero ravvisare analogie solo qualora dovesse emergere l'esistenza di un sistema ispirato dalla volontà di raggiungere risultati attraverso modalità illecite".
Che pensa della penalizzazione di 15 punti inflitta alla Juventus nel procedimento sportivo sulle plusvalenze?
"Davanti ogni decisione giurisdizionale è indispensabile leggere le motivazioni, prima di commentare. Nel calcio però finisce sempre per prevalere la pancia, rispetto al ragionamento. E non mi riferisco solo ai tifosi della Juventus, ma anche a quelli che sostengono altre squadre".
Secondo lei la Federcalcio avrebbe dovuto regolamentare il regime delle plusvalenze?
"Sicuramente occorre fissare dei parametri proprio per evitare ciò che accade oggi, dove le norme sono talmente aleatorie da consentire, almeno in linea teorica, di giustificare qualsiasi operazione. Ma mi rendo conto che non è facile".
Per quale ragione?
"Si tratta di un intervento profondo e complesso, io stesso ho difficoltà a immaginare criteri che possano consentire di individuare in modo sufficientemente attendibile il valore di un calciatore. Per lavorare a questa riforma ci vorrebbe una struttura federale forte che in questo momento, a mio avviso, manca".
Perché parla di occasione persa dopo Calciopoli?
"Il clamore che aveva accompagnato quell'indagine e le sentenze, sia della giustizia ordinaria, sia di quella sportiva, mi avevano fatto credere che si potesse tirare una riga rispetto a un passato dove si tentava di raggiungere il risultato ad ogni costo, dimenticando che il calcio rimane innanzitutto uno sport. Purtroppo, devo prendere atto che è finito tutto nel dimenticatoio".
A cosa si riferisce?
"Molti dei protagonisti di quell'inchiesta continuano ad avere ruoli nel mondo del calcio. E non sto parlando solo del principale imputato (Luciano Moggi, ndr) per il quale è stato più difficile far dimenticare il suo coinvolgimento, ma di dirigenti, presidenti e anche esponenti del mondo arbitrale. È inutile fare nomi, nelle sentenze c'è tutto. È un peccato, il calcio italiano poteva intraprendere una strada diversa".
Segue ancora il campionato?
"Sì, naturalmente. Però vedo che si fanno continuamente paragoni con la Premier, dimenticando che in Inghilterra hanno preso come modello la Serie A degli anni 80. Oggi il nostro calcio non favorisce una competitività reale: basta guardare l'albo doro, in vent'anni hanno vinto lo scudetto solo squadre di Torino e Milano".
Di chi sono le responsabilità?
"Il terreno di gioco sembra essere diventato quasi marginale. Se un marziano sentisse parlare un dirigente, faticherebbe a rendersi conto che si sta riferendo a uno sport, praticato da ragazzi che tirano calci a un pallone. Il paradosso sa qual è?".
Quale?
"Da noi il gioco è passato in secondo piano e i conti non tornano. Il calcio italiano è ancora ostaggio delle polemiche da bar, di questioni giudiziarie, per non parlare del razzismo negli stadi e della violenza degli ultrà. Altrove si divertono, sono più competitivi e ottengono anche maggiori profitti. Quando i nostri allenatori e calciatori vanno all'estero, se ne rendono conto. Posso fare un esempio?".
Prego.
"A volte mi chiedo se oggi troverebbe posto un personaggio come Gianluca Vialli. Aveva arguzia, intelligenza, si faceva tranquillamente intervistare a bordo campo, mentre adesso i calciatori devono passare attraverso gli uffici stampa. Anche per questo è stato così amato non solo in Italia, ma anche in Inghilterra. Lo stesso vale per Boskov: mi ricordo quando disse di aver chiamato il suo cane come un giocatore del Genoa. Era una battuta e come tale fu interpretata. Adesso non lo farebbero più allenare".