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Dagli insulti di Sarri a Mancini alle parole in libertà di Cassano: il rapporto sbagliato tra l'Italia del calcio e l'omosessualità

Il coming out di Jakub Jankto, per sei anni in Serie A, impone una domanda: l'atleta ceco avrebbe potuto compiere questo passo quando giocava da noi? Un campionario di orrori dimostra come nel nostro Paese dietro alla facciata della liberalità si nascondono ancora tanti pregiudizi 
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Mentre Jakub Jankto con il suo coming out scatta in contropiede verso il futuro e dribblando paure e pregiudizi si porta dietro gran parte del mondo del calcio; qui i Italia stiamo ancora controllando al Var il grande tabù dell'omosessualità e - verrebbe da dire  - automatico è il fuorigioco in cui da tempo ci siamo incartati. Trionfa l'ammiccamento, il do di gomito, l'allusione infida e marcia, l'omofobia in curva, il machismo in saldo negli spogliatoi, il pissi-pissi di chi guarda la vita dal buco della serratura. Detto che Jankto ha giocato in Italia sei anni (Ascoli, Udinese, Sampdoria dal 2015 al 2021), la domanda è: sarebbe stato possibile un coming out mentre era in attività nella nostra Serie A? Coltivando svariati dubbi in proposito, ci limitiamo a rimettere in circolo dichiarazioni sparse degli ultimi trent'anni per avere la conferma che nel calcio italiano prevale la reticenza.

Mentre Jakub Jankto con il suo coming out scatta in contropiede verso il futuro e dribblando paure e pregiudizi si porta dietro gran parte del mondo del calcio; qui i Italia stiamo ancora controllando al Var il grande tabù dell'omosessualità e - verrebbe da dire  - automatico è il fuorigioco in cui da tempo ci siamo incartati. Trionfa l'ammiccamento, il do di gomito, l'allusione infida e marcia, l'omofobia in curva, il machismo in saldo negli spogliatoi, il pissi-pissi di chi guarda la vita dal buco della serratura. Detto che Jankto ha giocato in Italia sei anni (Ascoli, Udinese, Sampdoria dal 2015 al 2021), la domanda è: sarebbe stato possibile un coming out mentre era in attività nella nostra Serie A? Coltivando svariati dubbi in proposito, ci limitiamo a rimettere in circolo dichiarazioni sparse degli ultimi trent'anni per avere la conferma che nel calcio italiano prevale la reticenza.

Calcio e omosessualità, in Italia l'obiettivo è glissare

L'obiettivo è glissare, ostentando - vedi i laccetti arcobaleno una volta all'anno - una liberalità che è solo di facciata. Per capire bisogna partire da una dichiarazione di qualche anno fa, quando Marcello Lippi disse che "in quarant'anni di calcio non ho mai conosciuto un calciatore gay". Qui Marte, a voi mondo. Ma Lippi era sincero, questo è il problema. Richiesto di un parere sulla questione, Gianni Rivera si avventurò in una spiegazione tecnico-sessuale: "Mi sembra strano che un omosessuale scelga uno sport così rude", mentre Luciano Moggi si spinse oltre: "Un omosessuale non può fare il calciatore: io di gay nelle mie squadre non ne ho mai voluti: non sono uno psicologo, ma già da come parla una persona si capisce eh eh eh...". Alla fine degli anni '80, durante una trasmissione televisiva sull'emittente napoletana Canale 10, a Diego Armando Maradona  - per rispondere a Maurizio Mosca  - scappò la parola "ricchione". Mosca lo querelò e chiese tre miliardi di lire di risarcimento danni. Poi i tempi sono cambiati, ma l'italiano con la palla del tabù al piede è rimasto lo stesso. Così dieci anni fa - durante una conferenza con la Nazionale  - Antonio Cassano articolò i suoi raffinati argomenti in una frase che ha la potenza di uno slogan: "Se ci sono froci in una squadra, sono problemi loro". E giù le grasse risate. Sdegno pubblico, indignazione a comando, palla al centro. Tutto come prima.

L'omofobia di Evra, le parole di Mourinho

Del resto nel 2004 il portiere Sasà Soviero durante un Reggina-Juventus sventolò l'orecchio con le dita e urlò "Ricchione" a Ale Del Piero. "Ero agitato", si giustificò. Parole a raglio, come quelle di Mourinho prima di un Real Madrid-Cska Mosca di Champions, quando venne beccato a dire: "Y esos maricones... ¿no dicen con qué balón se juega?". Sghignazzava. Ce l'aveva con i delegati Uefa. L'ex juventino Evra - che qualche anno fa rese pubblica la contabilità in materia: "In ogni squadra ci sono almeno due omosessuali" - è lo stesso che in queste ore è stato condannato a pagare 1.000 euro a due associazioni per degli insulti omofobi proferiti in qualità di commentatore televisivo nel 2019 quando postò un video su Snapchat in cui scriveva: "Psg, siete una banda di checche, non vincerete mai". Così è, se vi pare.

Napoli-Inter, Mancini accusa Sarri: "Mi ha chiamato finocchio"

Le offese in campo di Sarri a Mancini

Inarrivabile Francesco Totti che nel 2016 prima dichiarò che "Se mio figlio avesse il ragazzo? M'ammazzo". E poi si superò, dandoci conferma che  - sulla questione - siamo un'Italia da barzelletta. Un giornalista gli chiese un commento sull'insulto omofobo con cui Zarate - all'epoca alla Lazio - aveva risposto a un tifoso che lo criticava su Twitter. Totti rispose: "Io rispetto l'omofobia". Poi si corresse, disse di "rispettare la gente che vuole fare quella cosa, perché sono esseri umani", insomma, omosessualità, omofobia, dai, non stiamo a sottilizzare, siamo o non siamo il paese dove un allenatore offende un collega urlandogli "Frocio" e "Finocchio"? Così Maurizio Sarri rivolto a Roberto Mancini. Si giustificò: "Non ricordo, ero inferocito". Sempre Sarri, ai tempi dell'Empoli, rispondendo ad una domanda di un cronista che gli chiedeva perché in una partita all'apparenza tranquilla c'erano stati sette ammoniti e un espulso, rispose così: "Il calcio è diventato uno sport per froci". Sipario, sigla. "È tutto relativo, volevo estremizzare un concetto" aggiunse Sarri, certo, come no.