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Beppe Furino, l'ex capitano della Juventus un anno dopo il malore: "Mi alleno più di prima con l'amore della gente"

Beppe Furino, oggi 76 anni, da giocatore con la maglia della Juventus 
L'incontro con l'ex giocatore bianconero, 76 anni, che sta recuperando dall'emorragia cerebrale del febbraio 2022: "Mia moglie ripeteva che sulla mia lapide scriveranno: 'La Juve è stato l'amore della sua vita'. In effetti io questa squadra l'ho sposata"
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TORINO. Mangiamo scorzette d'arancia insieme al capitano nella sua casa in collina. Dalle vetrate picchia un sole memorabile, e la città sembra dimenticata là sotto da un creatore ispirato ma distratto. Come va, Beppe? "Bene ma non benissimo".

Poco più di un anno fa, il 15 febbraio 2022, Beppe Furino venne colpito da un'emorragia cerebrale di quelle micidiali. "Papà ha avuto tutte le complicazioni possibili, e a un certo punto i medici ci prepararono al peggio. Ma lui, lo sapete, è l'omino di ferro". Federica racconta suo padre e lo accarezza con gli occhi. È lei che ci aiuta a sciogliere il nodo delle parole, Beppe è lucidissimo e presente, migliora, il problema è il linguaggio. Serve tempo, e una tenacia da mediano. Quella che Furino porta in palestra ogni mattina alla clinica San Camillo, ginnastica e poi logopedia. "Mi alleno più di prima".

Arrivano un gatto grigio che si chi…

TORINO. Mangiamo scorzette d'arancia insieme al capitano nella sua casa in collina. Dalle vetrate picchia un sole memorabile, e la città sembra dimenticata là sotto da un creatore ispirato ma distratto. Come va, Beppe? "Bene ma non benissimo".

Poco più di un anno fa, il 15 febbraio 2022, Beppe Furino venne colpito da un'emorragia cerebrale di quelle micidiali. "Papà ha avuto tutte le complicazioni possibili, e a un certo punto i medici ci prepararono al peggio. Ma lui, lo sapete, è l'omino di ferro". Federica racconta suo padre e lo accarezza con gli occhi. È lei che ci aiuta a sciogliere il nodo delle parole, Beppe è lucidissimo e presente, migliora, il problema è il linguaggio. Serve tempo, e una tenacia da mediano. Quella che Furino porta in palestra ogni mattina alla clinica San Camillo, ginnastica e poi logopedia. "Mi alleno più di prima".

Arrivano un gatto grigio che si chiama Archie e un bambino di sette anni, Manfredi, il figlio di Federica. Il nonno lo riempie di baci molto piccoli. "Il nonno è meraviglioso", dice Manfredi. Allora gli raccontiamo che quando avevamo più o meno la sua età andavamo allo stadio Comunale a tifare Juve, e in campo c'era un giocatore più forte di tutti, quello che non mollava mai e trascinava i compagni, non tanto alto ma quasi un gigante, e con una fascia al braccio: la danno al capitano, il più importante. Il bambino sorride, poi ci disegna un cavallo.

"Papà non è mai solo", spiega Federica. Vengono a trovarlo i suoi amici: i "ragazzi" ("Sì, quarant'anni per gamba") lo portano a mangiare da Lido come ai vecchi tempi. Tra loro ci sono Armando e Giancarlo, e poi c'è Gustavo che faceva il provveditore agli studi a Messina, e quando vede Beppe in carrozzina (ma in casa può muoversi col bastone, a piccoli passi) regolarmente si mette a piangere. "Va sempre a finire che è papà a consolare lui". Il capitano ha perso la moglie per colpa del Covid pochi mesi prima della mazzata, l'adorata Irene. Ora Beppe vuol dire una cosa, Federica traduce: "Mia moglie ripeteva che sulla mia lapide scriveranno: 'La Juve è stata l'amore della sua vita'. In effetti, io questa squadra l'ho sposata". 

I leoni di quell'indimenticabile Juventus non lo hanno abbandonato. "Bettega chiama quasi tutti i giorni", racconta Federica "ma anche Tardelli, e Cabrini che era il suo compagno di stanza, e Nanu Galderisi che è affezionatissimo a papà". Bettega a un certo punto venne informato che la situazione stava precipitando, "ma lui ci disse subito che non era possibile, che non ci credeva, che non esisteva al mondo che Furino si arrendesse. E adesso ci ripete: visto che avevo ragione? Lo conosco meglio di voi". Tutte le storie, tutti i ricordi tornano sempre lì, alla Juve. "Papà aveva conservato soltanto due maglie bianconere, una l'ha regalata al museo dello Stadium, l'altra non la troviamo più. E per vent'anni ha girato per casa con addosso la tuta blu con la scritta bianca sul petto, alla fine mamma gliel'ha buttata via per disperazione". Beppe sorride. Se i ragazzi sapessero cos'è davvero l'attaccamento ai colori.

E poi ci sarebbero le partite in tivù. Furino ne guarda tante, gli tengono compagnia, qualche volta la Juve lo fa arrabbiare, qualche volta lui si agita e poi spegne l'apparecchio, anche se la nuova leva dei giovani bianconeri gli piace molto. "Papà è preoccupato per quello che sta succedendo, spera che vada a finire meglio dell'altra volta. Ma perché ce l'hanno sempre tutti con la Juventus?". Se non fa troppo freddo, il capitano va anche allo stadio. Lo accompagna Marco che è il marito di Maria Franca, una delle persone che si occupano di Furino ogni giorno, l'altra si chiama Giovanna. Insieme scendono al bar a Moncalieri, e magari a fare la spesa. Ad agosto, Beppe si fece portare a Villar Perosa per la storica partitella bianconera a casa Agnelli, arrivò sulla sua carrozzina blu. "Papà non si vergogna, gli è capitato un infortunio e un atleta pensa solo a recuperare, a tornare presto in forma". A luglio saranno 77 anni: pochi, per smettere di battersi al centro del campo.

Beppe, vuoi un po' di aranciata? Il pomeriggio è così bello e in questa casa c'è molto più sole che dolore, davvero non c'è partita: quattro a zero per il sole. Ora Manfredi prova a disegnare un cane. Il capitano vuole dirci una cosa: "Io sto bene perché mi vogliono bene, e cerco di farla andare". Quattro mesi di ricovero, le terapie e le speranze, poi il ritorno a casa all'inizio dell'estate quando Beppe riprese qualche chilo mangiando macedonia. E ogni mattina un altro pezzo di strada, le scarpette da ginnastica bianche ai piedi e un programma di lavoro che ha sorpreso anche i medici, quella tenacia, quell'antica forza che resiste nonostante tutto: come quando Furino si lanciava nel fango per strappare il pallone a Mazzola, a Rivera, a Claudio Sala. Un calciatore un po' storto, spelacchiato e meraviglioso. La vita da mediano l'ha inventata lui, anche se poi al Mundial '82 portarono Oriali. Beppe non l'ha ancora digerita, lui che pure era stato l'unico juventino nella leggendaria Coppa Rimet del '70, quella di Italia-Germania 4-3. "Non piacevo a Brera e non ero diplomatico".

Sono proprio buone, queste scorzette, si sciolgono in bocca e il meglio è alla fine, tutto il contrario della vita. La luce è arancione, tiepida. Beppe fa segno a Federica di prendere un faldone pieno di ritagli di giornale, poi afferra una cartolina e ce la porge: è una sua foto con la maglia della Juve, le braccia dietro la schiena e una firma. Ce la regala. E d'improvviso è il 1972 e abbiamo di nuovo dieci anni.