"Ecco perché a Napoli abbiamo abbandonato prudenza e scaramanzia: vi aspettiamo per festeggiare con noi dopo 33 anni"
di MAURIZIO DE GIOVANNI , di MAURIZIO DE GIOVANNISembrerà strano, ma è comunque emblematico, spiegare l'evoluzione negativa della famosa scaramanzia napoletana, uno degli stereotipi più consolidati della cultura pop del paese, dando i numeri: tre, diciannove e trentatré. Prendere nota, please. Da giocare come ambo e terno su tutte le ruote, ma attenzione: solo nelle prossime due settimane, perché uno di questi numeri potrebbe cambiare dal due di aprile.
La premessa è ovviamente l'esplosione delle manifestazioni di contenuto (ma poi non tanto) giubilo che si registrano in città negli ultimi giorni. Finora avevamo più o meno fatto finta di niente; il resto d'Italia si chiedeva con blanda curiosità quando sarebbero cominciati i cortei di Pulcinella, i carri di carnevale, in corsa per le strade tutti rigorosamente controsenso, le pizze dello scudetto, gli striscioni fuori al cimitero monumentale eccetera. Invece e incredibilmente, nessuna festa di piazza e sopra…
Sembrerà strano, ma è comunque emblematico, spiegare l'evoluzione negativa della famosa scaramanzia napoletana, uno degli stereotipi più consolidati della cultura pop del paese, dando i numeri: tre, diciannove e trentatré. Prendere nota, please. Da giocare come ambo e terno su tutte le ruote, ma attenzione: solo nelle prossime due settimane, perché uno di questi numeri potrebbe cambiare dal due di aprile.
La premessa è ovviamente l'esplosione delle manifestazioni di contenuto (ma poi non tanto) giubilo che si registrano in città negli ultimi giorni. Finora avevamo più o meno fatto finta di niente; il resto d'Italia si chiedeva con blanda curiosità quando sarebbero cominciati i cortei di Pulcinella, i carri di carnevale, in corsa per le strade tutti rigorosamente controsenso, le pizze dello scudetto, gli striscioni fuori al cimitero monumentale eccetera. Invece e incredibilmente, nessuna festa di piazza e soprattutto nessuna ingiustificata assenza dal lavoro il lunedì. Certo, sottotraccia una vibrazione sismica si cominciava ad avvertire in perfetta e rigorosa proporzione con le coreografie meravigliose che ogni quattro o cinque giorni la Banda Spalletti metteva in scena; troppo bello da vedere, il Napoli, e troppo vincente per non scorgere una strada dritta verso il trionfo. Ma di qui a darsi ai bagordi, con la matematica così lontana dal coagularsi e alla luce delle numerose, brucianti delusioni incassate negli ultimi anni, ne correva. Troppo, ne correva.
Di qui, l'invocazione sorridente e divertita alla scaramanzia. Eccoli, i soliti napoletani. Così disabituati a vincere, da far finta di niente anche nell'anno in cui gli azzurri inanellano record su record, stritolando la titolata concorrenza.
Ma allora, che è successo nell'ultima settimana? Che cosa è cambiato, per dar luogo all'esibizione di un'iconografia univoca, con scale e facciate di palazzi tricolori, sagome a grandezza naturale dell'intera formazione titolare disposte lungo le strade, mascherine di Osimhen indossate anche da mature signore sulla soglia dei bassi nei vicoli? Come mai hanno cominciato a circolare immagini e simboli che esplicitamente fanno riferimento al terzo trionfo, senza più remore?
Tre. Il primo numero che abbiamo dato. In Italia sono stati assegnati 118 titoli assoluti di Campione. Sapete quanti sono quelli vinti al di sotto della Capitale, quindi in una buona metà geografica del paese, isole incluse? Finora tre. Proprio così, tre: uno dal meraviglioso Cagliari di Gigi Riva, nel 1970, e due dal Napoli di Maradona, 1987 e 1990. Tre su centodiciotto. Capite bene che, se non altro numericamente, siamo alle porte di un evento che ha perlomeno dell'eccezionale, se non del clamorosamente eccezionale. Sarebbe il terzo per questa città, il quarto festeggiato da una tifoseria meridionale.
Trentatré. Gli anni passati dall'ultima volta che D10S alzò le braccia al cielo in segno di trionfo.
Questo numero significa, banalmente, che un'intera generazione di tifosi che all'epoca erano troppo giovani per godersela o che non erano addirittura nati si ritrova al cospetto di una situazione del tutto nuova, dalla portata non valutabile e che paradossalmente giunge pur dopo tanto tempo inattesa, perché quasi tutti immaginavamo che questo sarebbe stato un anno di transizione tecnica dopo l'uscita dei calciatori più forti e amati a fronte dell'arrivo di giocatori sconosciuti ai più. L'antico successo, oggetto di una mitologia articolata, appartiene a un'epoca profondamente diversa da questa. Non c'era internet, non c'erano social e smartphone, la partita si vedeva allo stadio o non si vedeva affatto. I calciatori non erano divi del cinema, dei procuratori non si conosceva l'esistenza, i tribunali non incidevano sulle classifiche. Gli anni che sono passati, corrispondenti a quelli che Gesù passò sulla terra (absit injuria verbis, serve solo per far capire l'entità del periodo), corrispondono a un'era geologica.
I due numeri appena spiegati servono invece a far capire come e perché la città attendeva, in una sospensione onirica. Troppo grande, troppo assurdo e troppo eccezionale l'Evento per festeggiarlo in anticipo. Non siamo abituati, tutto qui.
Ma poi è arrivato il diciannove. In termini di punti, il baratro che questo Napoli così poco celebrato dai media nazionali, indispettiti dalla mancanza di una competizione che toglie interessi alla platea d'utenza a grande maggioranza tifosa di squadre a strisce ben più aduse al trionfo, ha scavato tra sé e le inseguitrici. L'unico numero passibile di cambiamento, quindi affrettatevi alle ricevitorie perché ci sta che dopo la ripresa del campionato venga sostituito da altri, chissà, forse anche maggiori.
Troppi punti per lasciare spazio alla prudenza. Troppi punti per far temere epocali tracolli, se uniti alla percezione dello strapotere meraviglioso di questa squadra in relazione alle tossicchianti ex inseguitrici, impegnate a confrontare le proprie piaghe tra loro, nella speranza di poter almeno cogliere il remunerativo obiettivo Champions per l'anno prossimo.
E a proposito di Champions, il profilarsi della gustosa road to Istanbul ha forse abbattuto le ultime remore. Un target nuovo implica necessariamente l'accantonamento del precedente, al di là di quanto lo si debba o lo si possa dare per acquisito.
Sono questi i motivi per cui i barattoli di vernice sono usciti dai ripostigli, e per cui per strada, nei bar e negli uffici in questo lunedì di marzo ancora poco primaverile c'è un'aria di festa che prima non c'era.
Se volete divertirvi, insomma, vi aspettiamo. Perché una cosa non è cambiata da trentatré anni fa: come si festeggia qui, non si festeggia da nessun'altra parte. Questo ve lo posso garantire.