Il caso De Laurentiis-Lotito: vincere non basta per farsi amare
di Gabriele Romagnoli , di Gabriele RomagnoliChiamatelo il paradosso di De Latito (figura mitologica originata dalla sovrapposizione di due simili). Guardate la classifica del campionato di Serie A. In testa, con esiti molto migliori delle attese estive: Napoli e Lazio. Ora considerate, benché ufficiosa, la classifica dei presidenti più detestati dalle rispettive tifoserie: quelli di Napoli e Lazio. De Laurentiis e Lotito, ovvero De Latito. Gli allenatori sono amati soltanto quando vincono, i presidenti (loro due almeno) neppure. Nel bene e nel male hanno più affinità che differenze e sono i caratteri comuni a spiegare, anche se non completamente, il fenomeno.
De Latito è l’ultimo vero presidente-padrone italiano. In un panorama di nomi sfuggenti e prestanomi fuggiti, di assenti, alias, fondi, indirizzi negli Usa o in Cina,…
Chiamatelo il paradosso di De Latito (figura mitologica originata dalla sovrapposizione di due simili). Guardate la classifica del campionato di Serie A. In testa, con esiti molto migliori delle attese estive: Napoli e Lazio. Ora considerate, benché ufficiosa, la classifica dei presidenti più detestati dalle rispettive tifoserie: quelli di Napoli e Lazio. De Laurentiis e Lotito, ovvero De Latito. Gli allenatori sono amati soltanto quando vincono, i presidenti (loro due almeno) neppure. Nel bene e nel male hanno più affinità che differenze e sono i caratteri comuni a spiegare, anche se non completamente, il fenomeno.
De Latito è l’ultimo vero presidente-padrone italiano. In un panorama di nomi sfuggenti e prestanomi fuggiti, di assenti, alias, fondi, indirizzi negli Usa o in Cina, De Latito c’è, presenzia, esterna. Ha la protervia del capo indiscutibile e le pretese di chi ha pagato il conto in anticipo. Non abbastanza, gli dicono, accusandolo prima del fischio d’inizio. Poi la matematica gli dà ragione, in classifica e nei bilanci. Kvara, Kim, Romagnoli sono forse il podio dello scorso mercato, dove le sue squadre sono migliorate senza spendere come gli veniva richiesto. Merito di qualcun altro? L’obiezione di De Latito è sempre la stessa: il merito è comunque suo perché l’ha scelto lui. Il giocatore, schierato dall’allenatore, individuato dal direttore sportivo che al mercato De Latito comprò. La sua versione della storia è perfettamente rettilinea e porta alla sua mano, trascurando le curve e l’effetto del destino o dei buoni consigli. Figurarsi gli errori.
Riccardo III era pronto a scambiare il suo regno per un cavallo, ma non avrebbe sostituito Ancelotti con Gattuso (le circostanze d’accordo, ma prova a raccontarlo in Spagna). Sarri è stato voluto, dimentichiamo che fosse già pronto il rinnovo per Inzaghi, al cui posto avrebbe dovuto sedere a suo tempo il loco Bielsa. Quel che conta è l’esito finale e De Latito sta lassù, sopra Milano e sopra la Roma di Mourinho. Eppur non l’amano. Ha tagliato, in modo più o meno netto, i rapporti con quella parte di tifoseria che si sente vera padrona della squadra, come se i decibel del rumore prodotto in curva fossero il suono di una slot machine che riversa soldi nelle casse della società per finanziarne le ambizioni. Che la scelta sia dettata dall’etica o dall’insofferenza è un dettaglio. Gli sfuggenti, gli assenti e gli altri non hanno osato. Dovrebbe essere bello, oggi, palpitare per una squadra di De Latito, forse perfino andarci a cena, ma chi vorrebbe lavorare per lui?