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Ruggiero Rizzitelli: "Noi davamo l'esempio, oggi tra i calciatori troppi social e tatuaggi. I più piccoli ti sputano in faccia. A Roma arrivai in una gabbia di matti"

Mister 10 miliardi si racconta: dagli esordi al Cesena all'arrivo alla Roma. L'incontro con i grandi campioni e con il presidente Viola. Il rapporto con i tifosi e l'esordio di Totti. E poi la Bundesliga e la tv. Oggi fa il nonno e dice: "Mi va bene così"
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"Sulla sabbia in riva al mare, per la strada, addirittura in mezzo agli alberi. I tronchi erano difensori implacabili, se non stavi attento a evitarli erano guai. Così ho imparato a giocare al calcio".

La storia di Ruggiero Rizzitelli, classe 1967, professione goleador, parte dalla Puglia, dalle saline che i Borbone ritenevano la gemma preziosa della corona.

"Ci lavorava mio padre. Lo accompagnavo quando, per arrotondare, si dedicava anche alla campagna. La mamma invece era casalinga".

Poi arriva il calcio e le cambia la vita.
"In Puglia c'era un osservatore per il Cesena. Ragazzi selezionati da tutta la regione, scelse me a altri 3. In A però sono arrivato solo io".

Un sogno che si avvera.
"Mica tanto. Sono arrivato a Cesena nel mese di luglio, nel periodo più bello per stare al mare con i miei amici.  E di colpo a 14 anni, in casa con una quindicina di altri ragazzi che venivano da tutte le parti mica era facile. S…

"Sulla sabbia in riva al mare, per la strada, addirittura in mezzo agli alberi. I tronchi erano difensori implacabili, se non stavi attento a evitarli erano guai. Così ho imparato a giocare al calcio".

La storia di Ruggiero Rizzitelli, classe 1967, professione goleador, parte dalla Puglia, dalle saline che i Borbone ritenevano la gemma preziosa della corona.

"Ci lavorava mio padre. Lo accompagnavo quando, per arrotondare, si dedicava anche alla campagna. La mamma invece era casalinga".

Poi arriva il calcio e le cambia la vita.
"In Puglia c'era un osservatore per il Cesena. Ragazzi selezionati da tutta la regione, scelse me a altri 3. In A però sono arrivato solo io".

Un sogno che si avvera.
"Mica tanto. Sono arrivato a Cesena nel mese di luglio, nel periodo più bello per stare al mare con i miei amici.  E di colpo a 14 anni, in casa con una quindicina di altri ragazzi che venivano da tutte le parti mica era facile. Sono scappato tre volte...."

Però l'hanno 'catturata'. Partenza forte con il Cesena tanto che il passaggio alla Juventus sembra inevitabile.
"Avevo esordito in nazionale contro l'Unione Sovietica a Bari e Azeglio Vicini mi aveva portato agli Europei in Germania del 1988. Sono partito con la certezza di andare alla Juve, poi il presidente Lugaresi mi chiama e con il suo slang tutto romagnolo inizia a parlare tutto incazzato di Boniperti. L'affare saltò e mi ritrovai alla Roma. Ma tanto ero già tifoso giallorosso"

Strano. In Puglia, se non si tifa per la squadra della propria città vanno di moda Inter, Juve, Milan...
"Ma io ero già romanista da qualche anno. Nelle giovanili del Cesena c'erano il portiere Bonaiuti, lui sì che alla Juve ci andò. E Nippo Nappi, che poi giocò anche con Genoa e Fiorentina. Insieme per tutta la stagione della Coppa dei Campioni, quella persa dalla Roma in finale con il Liverpool. Parlavano solo di quello, e dopo la sconfitta stavano veramente male. Lì capii cosa significasse tifare per questa squadra".

Rizzitelli nel 1993 
A Roma trova due personaggi carismatici, Nils Liedholm e il presidente Viola.
"Liedholm dava una tranquillità incredibile, però era verso la fine della carriera. Mi raccontavano che quando si arrabbiava era capace di attaccarti al muro. In quella stagione però non successe niente di tutto ciò".

E il presidente Viola?
"A Cesena c'erano due giornalisti, massimo tre. Arrivo a Roma con l'etichetta di mister 10 miliardi, tanto mi avevano pagato. Trecento televisioni, altrettante radio. Catapultato in una gabbia di matti. Viola colse il disagio e mi disse testualmente 'Non ti preoccupare degli altri, qui comando io'"

Però nella gabbia di matti ci si è ambientato piuttosto bene?
"A Roma ricordano sempre un gol che feci alla Lazio. Colpo di testa, la palla prende una parabola verso l'angolo opposto e finisce lentamente in rete. Eravamo veramente in tanti a spingerla, una simbiosi. Io penso che giocatore diventa veramente tale quando si ricorda di essere stato tifoso".

Durante un evento organizzato dalla AS Roma nel 2015 
Simbiosi giocatore-tifoso. Esiste nel calcio di oggi?
"Molto meno. Troppi social, tatuaggi e orecchini. Il nostro pane era la gente, quella stessa gente che adesso si distacca. Il tifoso è rimasto quello, i giocatori sono cambiati. Non do solo la colpa a loro ma a chi li consiglia, noi venivamo invitati ad esempio ad andare nei club. Entravi in sintonia con chi fa sacrifici per seguirti, e lui quando per un problema o per l'altro non giravi, lo sapeva e lo capiva. Questo è un passaggio fondamentale".

Una questione di educazione?
"Anche. I ragazzini una volta non si potevano permettere di entrare nello spogliatoio dei grandi neanche per prendere una bottiglietta d'acqua. Mo te sputano in faccia (ride). Una volta gli scarpini nuovi facevano male, quindi il giocatore affermato le dava al ragazzino per sformarle, ed era un onore. A me è toccato ai tempi del Cesena con quelli di Agostino Di Bartolomei, il mio primo grande capitano"

A proposito di ragazzini, nei giorni scorsi è stato il trentennale di un esordio storico.
"A Brescia, stavamo vincendo 2-0. Mihajlovic dice a Boskov di fare entrare il ragazzino. Mancava pochissimo e pure io dico al mister 'Sbrigate npo''. Finalmente si decide e gli do il cambio. Il ragazzino si chiamava Francesco Totti".

In un mondo dispersivo come quello del calcio è possibile coltivare amicizie?
"Io l'ho fatto. Ancora adesso con Bruno Conti, Nela, Giannini mi sento spesso. Ne cito solo tre ma l'elenco sarebbe molto più lungo. Non voglio fare il nostalgico a ogni costo, ma adesso nelle squadre vedo un po' troppi clan. I brasiliani stanno con i brasiliani, gli argentini con gli argentini e via dicendo".

L'avversario più difficile da superare in carriera?
"Non c'è dubbio, il palo"

Prego?
"Finale di Coppa Uefa Roma-Inter. All'andata 2-0 per loro, colpa dell'arbitro che ci fischia tutto contro. Al ritorno all'Olimpico pronti via e prendo un palo, poi vinciamo ugualmente con un mio gol ma non ci basta. Qualche mese dopo a Mosca contro l'Unione Sovietica. Dobbiamo vincere per andare agli Europei: calcio in diagonale, palo interno e palla che non entra. Quelli avevano ancora i pali quadrati... Se ci fossimo qualificati potevamo farcela, quell'anno vinse la Danimarca che era stata ripescata dalla spiaggia"

Scorrendo il nastro, quando a Roma arriva Mazzone sembra perfetto per valorizzarla.
"Andò malissimo, del resto non si può mica andare d'accordo con tutti. Con Mazzone non ha funzionato, ma adesso se lo incontro lo abbraccio. Però mi ha fatto andare via da Roma...".

Però va a Torino e segna una valanga di gol
"Mi piaceva svariare per il campo, correre, sacrificarmi. Mister Sonetti mi disse di muovermi meno e fare la prima punta. Segni e ti diverti lo stesso...".

Segna talmente tanto che Trapattoni la vuole al Bayern Monaco.
"Trap mi voleva all'Inter già ai tempi della Roma. Dissi no, anche se mi offrivano un ingaggio parecchio più alto di quello che avevo. Ma la scelta non la feci pesare, non andai mica dal povero Mascetti (l'allora ds della Roma, ndR) a reclamare più soldi".

Lei ha aperto una strada, primo italiano in Bundesliga.
"All'inizio temevo di non ambientarmi. La lingua, il modo di pensare. Invece è stata una esperienza straordinaria anche se paradossalmente un po' troppo tranquilla. Dopo un paio di mesi la mancanza di stress si faceva sentire, mi mancava l'adrenalina. Per fortuna che c'erano gli allenamenti con Oliver Kahn in porta".

Kahn, leggendario portiere e ora presidente del Bayern. Ci racconti.
"Proviamo gli schemi. Sono in area e ricevo i cross, quando la palla arriva vicinissimo al portiere evito di fare gol facile o di entrare in contatto con lui. Penso di comportarmi con stile, ma ogni volta che succede sento Kahn che ringhia Scheisse e mi guarda brutto. Klinsmann, che aveva giocato in Italia, mi spiegò che ce l'aveva con me perché mi facevo scrupoli. Dovevo fargli gol da due metri, magari tirargli il pallone in faccia. Sono incredibili in Germania, gli infortuni più gravi si verificano sempre in allenamento".

Al Bayern nel 1997 
A proposito, il suo amico ai tempi della Roma Rudi Voeller è diventato team manager della nazionale tedesca. Se la chiamasse per dare una mano?
"Risponderei di no, non ho più l'età. Sto bene a Cesena e faccio il nonno, mi godo il mio nipotino"

Il personaggio comico di Stefano Masciarelli che inneggiava a Rizzi-gol nella trasmissione Avanzi la fece entrare nelle case degli italiani.
"Si, era un periodo in cui tutto era più alla portata e non ci si prendeva troppo sul serio. E' bello sdrammatizzare il calcio, io ho continuato a farlo anche come opinionista".

Non abbiamo dubbi. Travestirsi da Zorro in tv non è da tutti.
"Lo feci per prendere in giro l'allenatore dello Shakhtar Paulo Fonseca. La Roma, che tra l'altro poi avrebbe allenato, lo aveva eliminato dalla Champions. Lui una volta si era presentato in conferenza stampa mascherato dopo aver battuto il City. Non ho proprio resistito, ma l'ho fatto bonariamente, senza malizia".

Passionale in campo e fuori. Una volta l'abbiamo vista piangere a dirotto sotto la Curva Sud.
"Una emozione pazzesca, ero entrato nell'Hall of Fame della Roma, i tifosi che dopo tanti anni scandivano il mio nome. Mentre lo racconto ancora ho la pelle d'oca. E vuole sapere quel giorno chi si emozionò con me? Proprio Paulo Fonseca".

Uno striscione dedicato dai tifosi a Rizzitelli nel 2020 
Opinionista e tifoso, una volta definì la Lazio una squadretta e la Roma ne beccò 3 nel derby...
"Nel mio piccolo volevo togliere pressione ai giocatori, ma non ha funzionato granché e sui social me ne hanno dette di tutti i colori".

Da 'giovane' nonno, le viene di fare un bilancio.
"Bah... Diciamo che mi sono impegnato per essere un buon padre e penso di esserci riuscito. Viviamo in un mondo difficile, ma quando vedo mio figlio mettere in pratica quei valori del rispetto che ho cercato di insegnargli allora ho fatto 13"