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Italiani ma non troppi: all’estero pochi e spesso deludenti. Ma Tonali e Vicario possono diventare un’eccezione

Guglielmo Vicario

 
Il mediano del Milan e il portiere dell’Empoli pronti all’avventura in Premier, da cui Scamacca vuole tornare. I consigli di Rolando Bianchi, ex Manchester City: “Per noi italiani è facile avere nostalgia”
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Tonali e Vicario sono eccezioni e non si può augurare loro che di essere invertitori di tendenza, perché i calciatori italiani all’estero sono assai pochi e non riscuotono grande successo, come se in fondo in fondo là fuori non si fidassero di noi. Nei cinque campionati più importanti (serie A esclusa, naturalmente) ce ne sono appena quindici in tutto, ma sei non sono di scuola calcistica italiana (i brasiliani Jorginho, Emerson e Luiz Felipe e i tedeschi Grifo, Caligiuri e Chiarodia), uno è nato all’estero (Yeboah) e altri due hanno genitori stranieri (Gnonto e Ogbonna). Restano i cinque “francesi” – Donnarumma, Verratti, Viti, Mannone e Cozzella, portiere dell’Auxerre che non ha neanche debuttato – e Scamacca, il quale scalpita per tornare come tanti prima di lui (e come Lucca, deludentissimo nell’Ajax), che dopo un anno o addirittura pochi mesi, e nonostante un lungo e ricco contattato, non vedevano l’ora di ritrovare a casa.

Da Immobile e Cassano, quanti fallimenti stranieri

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Tonali e Vicario sono eccezioni e non si può augurare loro che di essere invertitori di tendenza, perché i calciatori italiani all’estero sono assai pochi e non riscuotono grande successo, come se in fondo in fondo là fuori non si fidassero di noi. Nei cinque campionati più importanti (serie A esclusa, naturalmente) ce ne sono appena quindici in tutto, ma sei non sono di scuola calcistica italiana (i brasiliani Jorginho, Emerson e Luiz Felipe e i tedeschi Grifo, Caligiuri e Chiarodia), uno è nato all’estero (Yeboah) e altri due hanno genitori stranieri (Gnonto e Ogbonna). Restano i cinque “francesi” – Donnarumma, Verratti, Viti, Mannone e Cozzella, portiere dell’Auxerre che non ha neanche debuttato – e Scamacca, il quale scalpita per tornare come tanti prima di lui (e come Lucca, deludentissimo nell’Ajax), che dopo un anno o addirittura pochi mesi, e nonostante un lungo e ricco contattato, non vedevano l’ora di ritrovare a casa.

Da Immobile e Cassano, quanti fallimenti stranieri

E’ successo due volte a Immobile che ha fallito tanto a Dortmund quanto a Siviglia, ma anche a Cassano a Madrid, per restare ai più famosi. Altri hanno fatto benino ma appena hanno potuto sono tornati (i “tedeschi” Toni, Rizzitelli, Barzagli e Zaccardo, per esempio) e insomma di rado gli italiani all’estero hanno lasciato un segno, fatto storia: Vialli, Zola, Di Canio (l’azzurro che ha segnato più gol oltreconfine, 66), Carboni, Verratti e pochissimi altri.

L’esperienza di Bianchi a Manchester: “Non fu un fallimento, ma in Italia siamo abituati bene”

Siamo mammoni? Ci piacciono troppo le comodità del nostro campionato o magari siamo inadatti a quelle altrui? “A casa nostra stiamo benissimo: si mangia divinamente, i luoghi sono meravigliosi, c’è il mare e la montagna, la qualità della vita è alta e il nostro calcio resta emozionante: è vero, questo conta”, racconta Rolando Bianchi, uno dei tanti che ha fatto andato e ritorno. Lasciò la Reggina nel 2007 dopo 18 gol perché lo volle il City, che non era ancora l’opulenta magnificenza di oggi, ma dopo sei mesi e un pugno di reti rientrò in Italia, alla Lazio. “Però mi trovai bene e tornai soltanto per provare a conquistare la Nazionale, perché all’epoca che andava all’estero usciva dai radar del ct. Non fu affatto un’esperienza fallimentare come si disse all’epoca, in sei mesi feci otto gol. Non mi sarei mosso, quel campionato era adattissimo a me”. Sta di fatto che dopo il semestre d’affitto laziale, l’estate successiva lo prese il Torino e il City recuperò appena 7 dei 13 milioni spesi un anno prima.

Soltanto 137 italiani all’estero, ma i francesi sono più di mille

Le minusvalenze sono un lascito classico degli italiani all’estero, del resto il calciatore nostrano non è un migrante, proprio per niente. Nella stagione appena conclusa, i giocatori di scuola italiana impegnati fuori dalla madrepatria sono stati 137 (i più a Malta e in Turchia, 11), quasi un decimo dei francesi (1.089). Lasciando perdere la diaspora di brasiliani (1.289) e argentini (905), non c’è nazione dell’Europa occidentale che esporti meno calciatori dell’Italia, inclusi paesi smisuratamente meno popolati del nostro come Portogallo, Belgio, Olanda, finanche Danimarca e Norvegia. Siamo riottosi, ma siamo anche poco considerati, perché l’italiano recide più difficilmente i legami e ha qualche ostacolo linguistico in più. “Infatti”, dice Bianchi, “a Tonali consiglio prima di tutto di imparare a padroneggiare la lingua. Io a Manchester soffrii perché faticavo a capire il loro accento, non so se a Newcastle sia lo stesso, ma di sicuro è fondamentale anche per creare un rapporto con i compagni e soprattutto per crearli più profondi. E poi gli direi di non abbattersi se all’inizio farà fatica ad adattarsi sia alla vita quotidiana sia a quella calcistica: là il livello è più alto, anche in allenamento, e le piccole giocano con un’intensità pazzesca, non c’è mai respiro. Ma su altri aspetti è più fortunato, perché adesso ad alto livello c’è maggiore uniformità. Penso all’alimentazione: ai miei tempi le abitudini inglesi erano terrificanti, e parlo all’interno della squadra, mentre adesso anche loro hanno imparato a mangiare sano”.

Bianchi: “Alla fine l’Italia la rimpiangiamo”

Newcastle non è brutta, ha rovine romane che le danno un aria vagamente familiare (il Vallo di Adriano è a due passi), ma certo non è Londra, però chissà se conta davvero: Immobile ha fallito sia in una città tristanzuola come Dortmund sia in un gioiello come Siviglia, Lucarelli s’è immalinconito nella tetra Donetsk come nella sfavillante Valencia, Ravanelli non s’è l’è spassata nella noiosa Middlesbrough ma nella dolce Nizza il giovane Viti, che a Empoli sembrava fortissimo, ha visto il campo di rado. Insomma, il luogo importa ma fino a un certo punto (Benito Carbone diventò un idolo sia a Sheffield sia a Bredford): forse conta soprattutto cercare di essere il meno italiani possibile, perché, come dice Bianchi, “quando siamo via poi l’Italia la rimpiangiamo”. E se c’è un calciatore coi rimpianti, magari l’allenatore ne fa giocare un altro.

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