Messi, il piano americano: da Miami all’obiettivo 2026
Paolo CondòTutti vogliono bene a Maxi Rodriguez, perché è sempre stato disposto a una corsa in più per aiutare i compagni in difficoltà. Così, quando Maxi ha espresso il desiderio di una partita d’addio da star - un anno e mezzo dopo il ritiro effettivo - il meglio del calcio argentino, Messi in testa, ha raggiunto Rosario per celebrare il caro collega. Juan Roman Riquelme, assai meno benvoluto ma astuto come una volpe, s’è inventato allora il suo, di addio, più di otto anni dopo l’ultima partita: molti degli invitati non avrebbero attraversato l’oceano per lui, ma visto che erano già lì per Maxi non si sono negati a quello che comunque rimane un monumento del fùtbol e del Boca Juniors, di cui è vicepresidente con ambizioni di upgrade alle elezioni di fine anno.
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La partita è stata quindi uno spotto…
Tutti vogliono bene a Maxi Rodriguez, perché è sempre stato disposto a una corsa in più per aiutare i compagni in difficoltà. Così, quando Maxi ha espresso il desiderio di una partita d’addio da star - un anno e mezzo dopo il ritiro effettivo - il meglio del calcio argentino, Messi in testa, ha raggiunto Rosario per celebrare il caro collega. Juan Roman Riquelme, assai meno benvoluto ma astuto come una volpe, s’è inventato allora il suo, di addio, più di otto anni dopo l’ultima partita: molti degli invitati non avrebbero attraversato l’oceano per lui, ma visto che erano già lì per Maxi non si sono negati a quello che comunque rimane un monumento del fùtbol e del Boca Juniors, di cui è vicepresidente con ambizioni di upgrade alle elezioni di fine anno.
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La partita è stata quindi uno spottone, culminato nell’elogio finale ai due argentini rivelatisi migliori di lui, ovviamente Maradona e Messi, bontà sua. Gioverà ricordare che Riquelme si ritirò dalla Seleccion quando Diego venne nominato c.t., e che il rapporto con Leo aveva sì prodotto l’oro alle Olimpiadi di Pechino, ma dopo le ruggini della Copa America in Venezuela, quando l’allora 23enne Messi era entrato per sbaglio in una sala dove Riquelme stava sorseggiando il mate col c.t. Basile, e si era sentito dire dal maturo cacicco “esci, qui i bambini non sono ammessi”. Di quella perfida battuta il giovane Leo ne aveva fatto una malattia, rincuorato da Juan Sebastian Veron, che della Seleccion del 2007 era l’altro centro di potere. Che se la ricordi ancora o meno, Messi s’è comunque goduto alla Bombonera, ventiquattr’ore dopo analogo trattamento al Coloso del Parque di Rosario - da tempo intitolato a Marcelo Bielsa, peraltro vivente e in buona salute visto che è appena diventato c.t. dell’Uruguay - lo status relativamente nuovo di eroe nazionale. Dopo gli anni nei quali veniva considerato poco più di un catalano naturalizzato, e quelli in cui i suoi sforzi con la nazionale - per quanto riconosciuti - non conducevano a niente, la vittoria in Qatar ha finalmente saldato la sua grandezza con l’aspettativa che creava. L’uomo ha raggiunto la sua ombra, e il compleanno numero 36 - sabato scorso - è stato vissuto col cuore nello zucchero.
Messi a Miami, una scelta familiare
Questa serenità, uno stato d’animo vicino al non avere più nulla da dimostrare, spiega bene la scelta americana per il tratto conclusivo della carriera. Miami è la più grande città argentina fuori dai confini nazionali: l’alta borghesia di Buenos Aires passa i week-end estivi a Punta del Este, ma appena comincia a far freddo vola in Florida, dove la stessa immigrazione popolare ha una forte connotazione argentina, a braccetto con quella cubana, e tutti assieme fanno decine di migliaia di tifosi latinos. È come se Messi fosse infine tornato in patria - proposito più volte espresso - ma nella sua ricca dependance vacanziera. Non a caso due anni fa s’era già comprato un attico di 500 metri quadri sull’oceano. L’ultima stazione del suo scarno tragitto calcistico - due anni di Psg dopo ventuno di Barcellona, giovanili incluse, più l’adolescenza al Newell’s - è stata anche una scelta familiare, perché per lui e la moglie Antonella sarà più naturale crescere i tre figli a Miami piuttosto che nel deserto saudita. Rimane (forse) l’eco di un rimpianto per il ricongiungimento fallito col Barcellona: nel corso dell’inverno, quand’era ormai chiaro che l’esperienza parigina non sarebbe proseguita, i contatti con Xavi si sono infittiti. Ma la situazione finanziaria del Barça è ancora in alto mare e Messi - che non è tipo da accontentarsi, questo ormai s’è capito - deve aver pensato che condividere lo spogliatoio con giocatori costretti a tagliarsi lo stipendio per consentire il suo ingaggio sarebbe stato politicamente complicato. Meglio tranciare il cordone ombelicale una volta per tutte, e andare a scoprire una nuova vita.
Messi verso l’ottavo Pallone d’oro
È probabile che all’Inter Miami porti in dote l’ottavo Pallone d’oro, perché la storia di Leo che al quinto tentativo finalmente vince il Mondiale sembra troppo forte perché Haaland o Mbappé riescano a scalfirla. Se è molto chiaro cosa Messi potrà fare per il club - decine di gol innanzitutto, nei tre anni (due più uno di opzione) del contratto potrebbe toccare quota 1000 in carriera visto che riparte da 807 - quel che va capito è cosa l’Inter Miami saprà fare per lui. Ha cominciato affiancandogli Sergio Busquets, il secondo passo è stato l’ingaggio di Gerardo “Tata” Martino in panchina - tecnico di fiducia anche se al Barça e con la Seleccion non ci ha vinto quasi niente - vedremo se anche Suarez si aggiungerà alla comitiva. Dopo 18 partite l’Inter è ultima nella classifica di conference della Mls: i playoff sono molto distanti, quindi, anche se rimane da giocare mezza stagione regolare. Il debutto di Messi è atteso per il 22 luglio allo stadio di Fort Lauderdale, contro i messicani del Cruz Azul, nel quadro della Leagues Cup.
Lo sfondo di questa storia è descritto dalla durata del contratto: con due anni più uno si può arrivare al 2026 del Mondiale americano. La Seleccion che ha vinto il titolo in Qatar è una squadra con molto talento giovane (Enzo Fernandez, Mac Allister, Julian Alvarez, lo stesso Lautaro), che il prossimo anno passerà - sempre negli Stati Uniti - per la verifica della Copa America: e il capitano non ha alcuna voglia di guardarla dalla tribuna. Se ci aggiungete il primo Mondiale per club a 32 squadre del 2025, anch’esso organizzato dagli americani, l’evidenza è che Messi si è messo una volta di più al centro del mondo. Three more years, suona bene.