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Se basta WhatsApp per licenziare un capitano

Samir Handanovic

 
La rubrica “È sempre domenica”
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Che cos’è più un capitano? Davvero ce n’era uno solo e tutti gli altri sono soltanto riservisti? Si possono buttare via così una fascia, due quarti di nobiltà, tre stellette? O anche in questo caso stiamo accarezzando un fantasma, proiettando diapositive di un’estate lontana, quando andavamo in vacanza con Facchetti o Scirea?

Ci stupiamo che, nella stessa settimana, siano stati scaricati da Juventus e Inter Bonucci e Handanovic, pezzi di storia, brandelli di bandiera, contenitori di niente: resta soltanto l’insicurezza nelle ultime prestazioni e la percezione, giusta o sbagliata, che sentirsi garantiti sia una manifestazione d’arroganza. Il sospetto è che si sia svalutata prima la carica, poi la sua rappresentanza.

C’erano una volta i Capitani coraggiosi di Kipling. Poi c’è stato Schettino. C’era Capitan America, ma alla fine dei giochi ha scelto di tornare indietro nel tempo e poter invecchiare come un uomo qualunque, accanto alla sua amata. Erano capitani il Nemo di Verne, il Fracas…

Che cos’è più un capitano? Davvero ce n’era uno solo e tutti gli altri sono soltanto riservisti? Si possono buttare via così una fascia, due quarti di nobiltà, tre stellette? O anche in questo caso stiamo accarezzando un fantasma, proiettando diapositive di un’estate lontana, quando andavamo in vacanza con Facchetti o Scirea?

Ci stupiamo che, nella stessa settimana, siano stati scaricati da Juventus e Inter Bonucci e Handanovic, pezzi di storia, brandelli di bandiera, contenitori di niente: resta soltanto l’insicurezza nelle ultime prestazioni e la percezione, giusta o sbagliata, che sentirsi garantiti sia una manifestazione d’arroganza. Il sospetto è che si sia svalutata prima la carica, poi la sua rappresentanza.

C’erano una volta i Capitani coraggiosi di Kipling. Poi c’è stato Schettino. C’era Capitan America, ma alla fine dei giochi ha scelto di tornare indietro nel tempo e poter invecchiare come un uomo qualunque, accanto alla sua amata. Erano capitani il Nemo di Verne, il Fracassa di Gautier e l’ossessionato Achab di Melville. Quando si è volati nel tempo, inseguendo Capitan Futuro, si sono incontrati Kirk e Harlock. Jack, Sparrow, perfino. E qualcuno già starà salendo sulla sedia declamando “O capitano, mio capitano”. Il problema di questa e altre creazioni letterarie è che tutti ne conoscono l’inizio e pochi la fine: “Suonate campane! Mentre io con funebre passo percorro il ponte dove giace il mio Capitano, caduto, freddo, morto”. E così ha perso considerazione, in ordine di sparizione, Ultimo, il capitano che avrebbe arrestato Totò Riina.

Perché stupirsi allora se in Uganda la società della capitale ha licenziato il capitano con un messaggio su WhatsApp? Se il Bologna congeda Soriano e il Lecce mette in vendita Hjulmand? Che sacralità ha più quel pezzo di stoffa che in una partita, con 5 sostituzioni, passa spesso al vice, poi a un altro ancora? Se i capitani sono spesso improvvisati e immaturi o esperti ma mal sopportati? Se il capitano della nazionale di rugby irlandese è sceso dalla tribuna, dopo la sconfitta dei suoi compagni, per andare a insultare l’arbitro in campo? Capitano, o mai capitano. Tanto varrebbe nominare un “capitano non giocatore”, mutuando il titolo dal tennis. Un accompagnatore, un portabandiera, che rappresenti la squadra e parli con arbitri e istituzioni. Quel che è stato Vialli per la nazionale e potrebbero essere molti ex capitani, meglio di quanto sono o saranno allenatori, direttori sportivi o commentatori televisivi.

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