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Fabio Cannavaro, i 50 anni dell’ultimo Pallone d’Oro italiano

Fabio Cannavaro alza al cielo la coppa del mondo vinta dall'Italia nel 2006

 
Capitano insuperabile dell’Italia campione del mondo nel 2006, premiato nello stesso anno con il prestigioso trofeo. Tra i difensori più forti di sempre, il gioco d’anticipo il pezzo forte
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L’ultimo Pallone d’Oro italiano compie oggi cinquant’anni e nel tempo che è passato da quel lampo di gloria ad oggi, la sua incoronazione - se rapportata alla situazione attuale del nostro calcio - restituisce perfettamente la fotografia di una decadenza repentina. Il Fabio Cannavaro che nel 2006 alzava il trofeo era l’espressione più alta di un calcio che aveva saputo trovare dentro di sé, quasi miracolosamente, la forza per rialzarsi in piedi dopo l’estate marcia di Calciopoli, andando a vincere da “Underdog” il Mondiale, il quarto nella bacheca azzurra.

Fabio Cannavaro con il Pallone d'Oro

 

Un Mondiale da insuperabile

In quei venti giorni - dal debutto ad Hannover contro il Ghana fino alla notte di Berlino - Cannavaro giocò - letteralmente - in uno stato di grazia. Era insuperabile, capitano coraggioso e ultimo baluardo - come si sarebbe detto una volta - di una nazionale che ancora …

L’ultimo Pallone d’Oro italiano compie oggi cinquant’anni e nel tempo che è passato da quel lampo di gloria ad oggi, la sua incoronazione - se rapportata alla situazione attuale del nostro calcio - restituisce perfettamente la fotografia di una decadenza repentina. Il Fabio Cannavaro che nel 2006 alzava il trofeo era l’espressione più alta di un calcio che aveva saputo trovare dentro di sé, quasi miracolosamente, la forza per rialzarsi in piedi dopo l’estate marcia di Calciopoli, andando a vincere da “Underdog” il Mondiale, il quarto nella bacheca azzurra.

Fabio Cannavaro con il Pallone d'Oro

 

Un Mondiale da insuperabile

In quei venti giorni - dal debutto ad Hannover contro il Ghana fino alla notte di Berlino - Cannavaro giocò - letteralmente - in uno stato di grazia. Era insuperabile, capitano coraggioso e ultimo baluardo - come si sarebbe detto una volta - di una nazionale che ancora godeva di molto talento sparso qua e là. La sua personalità, la sua arroganza fisica - a ripensarci: sembrava persino venti centimetri più alto - la sua forza nel rimpallare gli attacchi avversari e il veleno del fuoco amico in quei giorni così tormentati - gli strascichi di Calciopoli erano una colpa da espiare - costituirono la cifra non solo tecnica, ma anche umana di un’Italia che si arrampicò lì dove nessuno avrebbe immaginato. Si discusse molto all’epoca su un Pallone d’Oro che forse - parimenti al compagno - avrebbe meritato anche Gigi Buffon; ma davvero Cannavaro - in quel torneo - rappresentò plasticamente la trasformazione di una squadra che si rivelò imbattibile.

Fabio Cannavaro in maglia Real

 

Da Napoli al Bernabeu

Vestiva già la maglia del Real Madrid, quando alzò il Pallone d’Oro. Aveva trentatré anni e la consapevolezza di aver raggiunto il massimo, partendo da molto lontano, dalla Bagnolese - la prima squadra a otto anni - e poi dall’Italsider, già un punto d’arrivo per un ragazzino napoletano della Loggetta cresciuto facendo il raccattapalle al San Paolo nell’età felice di Maradona, con Diego che trasformava l’acqua in vino e regalava felicità a futura memoria. Tre anni a di formazione a Napoli, sette a Parma per accreditarsi come il miglior marcatore della sua generazione, due di passaggio e piuttosto cupi all’Inter, una toccata e fuga per approdare alla Juventus per un altro biennio, prima appunto dei tre anni al Bernabeu, dell’interlocutorio ritorno a casa Juve e dell’ultima tappa - in anticipo sui tempi visto quello che sta succedendo ora - in Arabia Saudita, per vestire - succedeva nel 2011 - la maglia dell’Al-Ahli. Del resto il gioco d’anticipo sul marcatore avversario è sempre stato il pezzo forte di un difensore che nel suo gioco custodiva retaggi vintage - la marcatura stretta, a uomo - ma che aveva saputo nel corso degli anni reinventarsi da leader difensivo, partecipe alle trame della squadra.

In panchina poche soddisfazioni

In bacheca Cannavaro lustra la coppa del mondo, i due ori agli Europei conquistati con l’Under 21, due vittorie di default nella Liga spagnola, due Coppe Italia con il Parma; e riserva invece l’amarezza al titolo revocato con la Juventus e all’argento ad Euro 2000, quando gli azzurri si videro sfilare dalla Francia - sotto il naso e al fotofinish - la conquista di quell’edizione. La carriera di allenatore - spesa finora perlopiù in Cina - con una tappa insignificante all'Al-Nasr e un esonero l’anno scorso a Benevento nella nostra Serie B. In panchina Cannavaro non ha raccolto le soddisfazioni che ha avuto da calciatore ma intanto - nell’attesa del prossimo giro di giostra - un paio di mesi fa ha comprato il vecchio Centro Paradiso, dove tutto - anche per lui - era cominciato, dove i sogni prendevano forma: un bel modo per ricucire il filo con il passato, per dare contezza di chi si è e da dove si viene.
 

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