Irrati: “Il Var non deve solidarizzare con l’arbitro che fa un errore”
di Matteo Pinci«Arbitrare con gli auricolari fu un trauma. Mi destabilizzò al punto che all’esordio, nell’intervallo, chiesi ai guardalinee: se riuscite, non mi parlate, sennò non capisco nulla». È curioso che la carriera del miglior Var del mondo sia iniziata con un problema con la tecnologia. Oggi Massimiliano Irrati è diventato il primo arbitro a rinunciare al campo per sedersi davanti al monitor. «E senza che nessuno me lo chiedesse».
Irrati, come mai questa scelta?
«Perché è un’attività talmente specializzata che serve farlo per il 100% del tempo. In campo serve avere un impatto anche irruento con i calciatori, in cabina no. Un Var deve essere stato arbitro di alto livello, o almeno della stessa categoria in cui va a operare. Ma anche la Uefa e la Fifa ha preso questa strada: quando diventi élite fai solo una delle due».
Rischia di condizionare la prestazione fare entrambe le cose?
«L’ho provato sulla mia pelle: quando sei arbitro pensi sempre a quello, ti alleni per quello, ma poi se vai a far…
«Arbitrare con gli auricolari fu un trauma. Mi destabilizzò al punto che all’esordio, nell’intervallo, chiesi ai guardalinee: se riuscite, non mi parlate, sennò non capisco nulla». È curioso che la carriera del miglior Var del mondo sia iniziata con un problema con la tecnologia. Oggi Massimiliano Irrati è diventato il primo arbitro a rinunciare al campo per sedersi davanti al monitor. «E senza che nessuno me lo chiedesse».
Irrati, come mai questa scelta?
«Perché è un’attività talmente specializzata che serve farlo per il 100% del tempo. In campo serve avere un impatto anche irruento con i calciatori, in cabina no. Un Var deve essere stato arbitro di alto livello, o almeno della stessa categoria in cui va a operare. Ma anche la Uefa e la Fifa ha preso questa strada: quando diventi élite fai solo una delle due».
Rischia di condizionare la prestazione fare entrambe le cose?
«L’ho provato sulla mia pelle: quando sei arbitro pensi sempre a quello, ti alleni per quello, ma poi se vai a fare il Var puoi essere focalizzato anche sull’aspetto arbitrale: non dico giustifichi la decisione presa sul campo ma rischi di solidarizzare con lui e anche se la decisione può essere sbagliata dici “so cosa si prova, non voglio rovinargli la giornata”. Non serve assolutamente questo, serve tecnica arbitrale e una distanza che il terreno di gioco non ti dà, perché è passione, coinvolgimento emotivo. Componenti che il Var deve il più possibile eliminare».
Essere troppo tranquillo non rischia di essere un problema?
«La tranquillità deve essere trasmessa all’arbitro, perché se l’arbitro sente un Var agitato, si chiede: sarà in grado di valutare serenamente? Ma vi assicuro che nella cabina non sei tranquillo, l’adrenalina è alta lì dentro: l’arbitro ha come paracadute il Var. Il Var non ha nessun paracadute».
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Da Var ti accorgi se un arbitro perde il controllo della partita?
«Sabato scorso ho fatto il Var a un giovane, Bonacina, che è stato bravissimo. Il consiglio che gli ho dato è stato: arbitra e fai finta che io non esista. Se non sentirai la mia voce, hai fatto tutto bene. Non aspettarti incoraggiamenti o suggerimenti. Il rischio è di spezzare il ritmo, con un consiglio puoi destabilizzare. Quando mi è capitato un arbitro che aveva difficoltà di gestione della partita, ne abbiamo parlato dopo, anche col delegato arbitrale, per capire come fare meglio. Mai durante».
È favorevole a trasmettere l’audio del Var in tv?
«Spero non si prenda sempre solo l’audio della cosa che crea discussione. Avete sentito l’audio famoso di Juve-Bologna? Ecco, quel giorno ne abbiamo fatti sentire tre e si è parlato solo di quello. Ma forse se fa notizia solo l’errore, vuol dire che la normalità è che facciamo le cose bene sempre. Poi, se tu scrivessi bene 99 articoli e ti pubblicassero solo uno in cui hai fatto un errore, come ti sentiresti? Un Var non ha tanto tempo: se un arbitro ha un secondo, noi ne abbiamo dieci».
È vero che gli arbitri vengono scelti anche in base all’aspetto fisico?
«C’è stato un periodo, è vero. Ora siamo tornati un po’ alla sostanza dell’arbitraggio. E con questo non voglio dire che i nuovi non siano bei ragazzi, ma si è capito che non basta. È un inizio, come ti presenti da arbitro un impatto può averlo. Ma è la sostanza che fa la differenza. L’arbitro è atleta come i giocatori».
Quando eravamo giovani, c’erano arbitri con la pancetta.
«L’Italia ha avuto un’evoluzione forte grazie a dirigenti come Pierluigi Collina, che ha visto avanti. Altre federazioni hanno impiegato più tempo e ora si sono lentamente adeguate. In Spagna hanno richiesto di essere esteticamente gradevoli anche ai Var: far vedere in tv l’immagine di un arbitro al monitor nettamente fuori forma non è più accettabile».
Il rapporto con gli allenatori?
«A me interessa molto il loro punto di vista. A volte un movimento di un braccio a noi sembra naturale, loro ti spiegano: “Guarda che non lo è assolutamente”. Se su venti allenatori tutti ti dicono che un fallo non è rigore, vuol dire che non lo è. Noi lo valutiamo il fallo col regolamento, ma ti devi adeguare».
Un calciatore più preparato degli altri?
«Daniele De Rossi sarebbe stato un grande arbitro: conosceva il regolamento alla perfezione, ti metteva quasi in difficoltà».
Si è mai sentito minacciato?
«Per assurdo, più sali in alto più sei protetto, nonostante ci siano più tifosi e più possibilità di interazioni. Il problema grosso è nelle categorie inferiori: l’ho vissuto direttamente, ma mai con aggressioni fisiche e mi ritengo fortunato. Non voglio dare responsabilità a un allenatore di Serie A se viene picchiato un arbitro in provincia. Ma certe scene di proteste non aiutano. Purtroppo però queste sono ormai la normalità, e non conta nord o sud: le aggressioni sono settimanali ovunque, in ogni sport, ma anche una lite a un semaforo può degenerare in cose più gravi».
Un problema civile.
«Si pretende che un ragazzo che arbitra in terza categoria o nelle giovanili abbia la preparazione di un arbitro di Serie A. Senza capire che come un calciatore di terza categoria sbaglia più di uno di Serie A lo stesso vale per gli arbitri: poi però le botte le prendono loro».
La graduatoria per gli arbitri è uno stress?
«All’inizio stressa, tanto. Quando arrivi in Serie A o in Serie B non lotti per essere il migliore, ma per restarci. La subisci, ma è una selezione: la tensione ce l’ho avuta io e ce l’ha avuta Orsato. c’è chi ha la forza mentale per reggere e chi no. E se vai giù alla prima difficoltà è segno che non hai la forza per reggere».