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Il Mondiale 2030 in tre continenti. E per il 2034 l’Arabia Saudita è favorita

Si giocherà in Europa, Sudamerica e Marocco: viaggi infiniti, i muscoli dei calciatori a rischio
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Ci stavamo arrivando, e adesso eccoci: abbiamo il calcio smisurato, il pallone dell’Incredibile Hulk, sempre più gigantesco, sempre più gonfiato. Forse, l’evoluzione della specie. Si era cominciato da tempo, tra Uefa e Fifa è una gara a tirare calendari, muscoli e tendini, un universo di gomma che logora gli atleti ma esalta il business. Indietro non si tornerà.

Mondiale 2030 in tre continenti 

Pareva già ciclopico il Mondiale 2026 diviso tra Usa, Canada e Messico, una frontiera mai vista, ben oltre la geopolitica e il mercato globale (non quello del calcio, ma del pianeta). Ed ecco a noi l’edizione 2030 spalmata addirittura su tre continenti. Spaventoso persino immaginarlo: viaggi infiniti, spese inaudite, consumi paurosi di denaro, di carburante, di energia, di tempo, a dispetto di una sensibilità per l’ambiente e per il futuro del mondo mai così profonda e necessaria. Invece il calcio la ignora, essendo la moltiplicazione l’unico gesto aritmetico ed economico che conosce e fre…

Ci stavamo arrivando, e adesso eccoci: abbiamo il calcio smisurato, il pallone dell’Incredibile Hulk, sempre più gigantesco, sempre più gonfiato. Forse, l’evoluzione della specie. Si era cominciato da tempo, tra Uefa e Fifa è una gara a tirare calendari, muscoli e tendini, un universo di gomma che logora gli atleti ma esalta il business. Indietro non si tornerà.

Mondiale 2030 in tre continenti 

Pareva già ciclopico il Mondiale 2026 diviso tra Usa, Canada e Messico, una frontiera mai vista, ben oltre la geopolitica e il mercato globale (non quello del calcio, ma del pianeta). Ed ecco a noi l’edizione 2030 spalmata addirittura su tre continenti. Spaventoso persino immaginarlo: viaggi infiniti, spese inaudite, consumi paurosi di denaro, di carburante, di energia, di tempo, a dispetto di una sensibilità per l’ambiente e per il futuro del mondo mai così profonda e necessaria. Invece il calcio la ignora, essendo la moltiplicazione l’unico gesto aritmetico ed economico che conosce e frequenta.

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Fifa contro Uefa

Primo risultato: un gigantismo senza fine e senza coordinamento. Mondiali per nazionali e per club con sempre più squadre, idem l’Europeo e la Champions che vira già oltre la Super League, osteggiata e poi, di sponda, sposata. Gli atleti protestano e si frantumano? Zitti e buoni, i loro stipendi dipendono proprio dai moltiplicatori di denaro. La qualità ne risente? Ce ne faremo una ragione, in fondo qualità e quantità sono parole che si somigliano tanto.

Il Mondiale 2030 apre le porte all’Arabia per il 2034

Secondo risultato: la politica del pallone sposta il proprio asse. Dopo Spagna, Portogallo e Marocco nel 2030 (con passaggi clamorosi in Uruguay, Argentina e Paraguay), sarà praticamente inevitabile non dare la Coppa del mondo 2034 all’Arabia Saudita. Chi mai potrà opporsi a una simile candidatura? Europa, Africa e Sudamerica sono tagliate fuori, come l’Africa, e altro non c’è. Dopo Qatar 2022 si tornerà nel Golfo, cuore della folle rivoluzione dell’ultimo calciomercato destinata, pure lei, a riprodursi nei prossimi anni come una cellula impazzita.

Mondiali 2030: gli effetti sul calendario

Terzo risultato: sarà impossibile far quadrare gli incastri tra campionati nazionali e grandi tornei, e sarà impossibile tutelare la salute dei calciatori evitando la saturazione generale. Chi mai saprà fermarsi? E quando? Perché moltiplicare significa incassare di più, ma anche spendere di più. La sostenibilità non è un concetto astratto, ed è uno dei punti di forza del prossimo Europeo tedesco, quello a “emissioni zero” o quasi. Un argomento che pare già vecchio, sorpassato dalla bulimica realtà. In teoria, senza equilibrio non c’è crescita, ma il calcio non la pensa così. È un gigante cieco, come Polifemo. Sempre affamato, ma un po’ tonto e fragile.

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