Calcio e scommesse, Aldo Serena: “Non è solo ludopatia, questi giovani giocatori sono fragili e immaturi”
di Maurizio CrosettiAldo Serena, 63 anni
Aldo Serena, secondo lei perché questi ragazzi si buttano via così? Cosa gli manca?
“Non credo sia soltanto ludopatia. Ho paura che questa vicenda ci racconti qualcosa di più ampio sulla nostra società, qualcosa che ci riguarda come adulti e come genitori di persone sempre più fragili”.
Ha twittato: sprecare così il talento è da superficiali e immaturi.
“I giovani hanno tutto, arrivano in alto in fretta, alcuni hanno contratti ricchissimi e nessun bisogno di denaro. Eppure, corrono il rischio di farsi marchiare per sempre. Non sono i vecchi a fine carriera dell’80”.
Lei, a quell’epoca, già giocava. “Avevo 19 anni, ero al Como. Un giorno l’allenatore Marchioro ci radunò prima di affrontare il Palermo, e disse: ‘Ho sentito che circolano brutte voci su di noi. Ma se domenica vedo cose strane da parte di qualcuno, lo metto fuori a costo di finire la partita in sette’. Ero esterrefatto. Dopo pochi mesi, accadde quello che accadde. L’opacità esisteva anche allora”.
Non crede che l…
Aldo Serena, secondo lei perché questi ragazzi si buttano via così? Cosa gli manca?
“Non credo sia soltanto ludopatia. Ho paura che questa vicenda ci racconti qualcosa di più ampio sulla nostra società, qualcosa che ci riguarda come adulti e come genitori di persone sempre più fragili”.
Ha twittato: sprecare così il talento è da superficiali e immaturi.
“I giovani hanno tutto, arrivano in alto in fretta, alcuni hanno contratti ricchissimi e nessun bisogno di denaro. Eppure, corrono il rischio di farsi marchiare per sempre. Non sono i vecchi a fine carriera dell’80”.
Lei, a quell’epoca, già giocava. “Avevo 19 anni, ero al Como. Un giorno l’allenatore Marchioro ci radunò prima di affrontare il Palermo, e disse: ‘Ho sentito che circolano brutte voci su di noi. Ma se domenica vedo cose strane da parte di qualcuno, lo metto fuori a costo di finire la partita in sette’. Ero esterrefatto. Dopo pochi mesi, accadde quello che accadde. L’opacità esisteva anche allora”.
Non crede che le dinamiche di spogliatoio fossero diverse?
“Noi avevano corpi e voci, parlavamo, però le tentazioni non mancavano. Un mio compagno di camera al Bari, durante i ritiri a una certa ora di sera andava a giocare forte a carte con altri. Una volta mi disse che si era bruciato lo stipendio di un mese, anche se non erano neppure alla lontana le cifre di oggi”.
Calciatori ventenni, azzurri, vittime della scimmia del gioco. Come lo spiega?
“Lo trovo sconvolgente, una deriva forse irrimediabile. Intere generazioni risucchiate da smartphone e tablet, ragazzi intrappolati lì dentro. E, quando sono bambini al campetto, i loro genitori cominciano a montarli con le illusioni, i soldi, la carriera. Ormai è un modo di interpretare la vita. E ogni rapporto con gli altri è filtrato da questi aggeggi elettronici, che sarebbero strumenti magnifici se non venissero usati solo così. Il mio tweet è stato contestato, ma io temo che certi giovani siano rapiti dalle loro stesse vite”.
Non pensa che sia sempre più difficile, per loro, stabilire il confine tra lecito e illecito?
“Sì, perché si trovano immersi in una realtà parallela. Tutto è virtuale, anche il sesso, lo leggevo proprio su Repubblica. La vita vera è curiosità, desiderio, gioco anche di corpi impazienti di scoprirsi, a quell’età specialmente. Questo invece mi sembra YouPorn, non amore”.
Ricordiamo due suoi grandi compagni, Platini e Boniek, alle prese con il gioco: ma erano partite a carte sul pullman della squadra.
“Eravamo un gruppo di amici. Guardo i calciatori di oggi, bambini mai cresciuti, mentre scendono dal bus con le cuffie, immersi nei loro mondi: una scena che mi trasmette enorme solitudine. Qualche anno fa, ero con l’Udinese di Guidolin a Braga notai questi giocatori con le cuffie, silenziosi, forse perché circondati da una babele di lingue differenti. Chiesi a Francesco come facesse a renderli una squadra, e lui mi rispose: ‘Non stanno mai insieme. Ora arriveremo in albergo e ognuno salirà in camera, pensando solo al cellulare’”.
La sua analisi non riguarda solo i calciatori.
“Ho due figli di 17 e 14 anni, e vedo quanto è difficile entrare nelle dinamiche filtrate dal virtuale. A volte, in tivù c’è una partita anche bella (e loro sono pure appassionati di pallone), e magari invece di guardarla smanettano sul tablet giocando a calcio. Io provo a piantare semini di critica e bellezza, che so, la musica, però quella più ampia, non settoriale. Bisogna aprire lo spazio dei ragazzi che, invece, in quello spazio tendono a chiudersi anche senza arrivare a essere hikikomori, quelli che non escono mai di casa e scambiano il giorno per la notte, sempre attaccati al monitor. Poi, per carità, anche mio padre mi diceva tante cose, secondo lui giustissime, e io facevo un po’ quello che volevo”.
Qual è il rischio più grande, Serena?
“Che la vita sembri un videogioco. Che smetta di essere una cosa viva”.