Falcao, i 70 anni del Divino ottavo re di Roma
di Furio ZaraPaulo Roberto Falcao
Liberatosi dalla calca, nel giorno della sua apparizione, salì su una Lancia Beta, si involò verso la leggenda e mentre chiudeva il finestrino i tifosi fecero scivolare dentro all’auto un bigliettIno. In un romanesco-portoghese-brasiliano c’era scritto: “Bienvenido. Te stabamo esperando. Te queriemos. Firmato: Los Romanisti”.
Paulo Roberto Falcao è un lampo di nostalgia, nel ricordo è un giro più veloce del cuore: 70 anni certificati oggi dall’anagrafe ma nella memoria ne ha quaranta in meno, corre con un’eleganza senza pari, Divino - maiuscolo - nel suo incedere reale eccolo che festeggia dopo un gol, i ricci vaporosi al vento, il profilo offerto alla Storia, il saltello a innescare il pugno che rotea a fendere l’aria.
Falcao - ma i primi telecronisti italiani lo declinavano in “Falcòn” e per i romanisti era “Farcao” o addirittura “Farcau” - è l’uomo-poster della Roma Anni 80, l’uomo che era venuto da lontano a miracoli mostrare, l’idolo giallorosso nell’estate in cui l’Italia r…
Liberatosi dalla calca, nel giorno della sua apparizione, salì su una Lancia Beta, si involò verso la leggenda e mentre chiudeva il finestrino i tifosi fecero scivolare dentro all’auto un bigliettIno. In un romanesco-portoghese-brasiliano c’era scritto: “Bienvenido. Te stabamo esperando. Te queriemos. Firmato: Los Romanisti”.
Paulo Roberto Falcao è un lampo di nostalgia, nel ricordo è un giro più veloce del cuore: 70 anni certificati oggi dall’anagrafe ma nella memoria ne ha quaranta in meno, corre con un’eleganza senza pari, Divino - maiuscolo - nel suo incedere reale eccolo che festeggia dopo un gol, i ricci vaporosi al vento, il profilo offerto alla Storia, il saltello a innescare il pugno che rotea a fendere l’aria.
Falcao - ma i primi telecronisti italiani lo declinavano in “Falcòn” e per i romanisti era “Farcao” o addirittura “Farcau” - è l’uomo-poster della Roma Anni 80, l’uomo che era venuto da lontano a miracoli mostrare, l’idolo giallorosso nell’estate in cui l’Italia riaprì le frontiere e cominciò la pesca miracolosa. Aveva già ventisette anni, giocava nell’Internacional di Porto Alegre, era il meno brasiliano dei brasiliani - zero concessioni al cazzeggio da circo in forma di colpo di tacco - atterrò come ricordato in una domenica di agosto a Fiumicino. Erano le nove e mezza di mattina, si sudava a stare fermi, c’erano più di trenta gradi ed erano in semila ad attenderlo. Giocava con il numero 5, ce lo presentarono come un “volante”, scoprimmo il Von Karajan del calcio.
Falcao saluta i tifosi
Un giocatore immenso, un’enciclopedia del calcio, talento e forza fisica distribuiti in un corpo da sfilata di moda, geometrie e fantasia al servizio della squadra. L’ottavo re di Roma, a maggior ragione dopo lo scudetto riportato nella Capitale 41 anni dopo il primo (stagione 1982-83). Quando calciava, si sentiva la musica. Molto si discusse, negli anni a seguire, sulla sua fama di playboy; quel che è certo è che aveva una venerazione per mamma Azise: la sua prima preoccupazione, appena messo piede in Italia, fu quella di chiamarla per avvisarla che tutto era andato bene. Fu mamma Azise ad avere un ruolo decisivo anni dopo: la religiosissima signora era stata convinta da Franco Evangelisti, braccio destro di Giulio Andreotti, che persino Papa Wojtyla era contrario al suo trasferimento in nerazzurro: Falcao da Roma non si muove, e andate in pace.
A Dino Viola - che era stato rapito dal suo magnetisimo - costò un milione e mezzo di dollari, la verità è che non si spende mai troppo per la felicità. In campo volava a tre centimetri da terra, scivolava in velocità, una specie di surf sull’erba. Falcao era il calcio nella sua essenzialità, leggeva il gioco in anticipo, lo prevedeva, lo anticipava, ne intuiva lo sviluppo. Aveva un pregio che solo i baciati dalla grazia tengono in dote: rendeva facili le cose difficili. L’attore e drammaturgo Carmelo Bene anni dopo dirà: “Non è stato solo un calciatore, ma un fenomeno artistico”. Arte pura, staccare il biglietto e mettersi in fila, grazie.
Nel dopo-calcio ha fatto l’allenatore e il dirigente, senza replicare mai la magia che aveva in campo. Oggi il calcio lo commenta, con quella cadenza da streap-tise che lo distingue. Rimase alla Roma quattro anni più uno di troppo, ma l’incantesimo si spezzò quella notte dell’Olimpico, notte di coppe solo sfiorate, di sogni infranti e di campioni accusati di alto tradimento. Davanti al dischetto del rigore Falcao si sfilò - così dissero - lui annacquò la questione, colpa del ginocchio, contro il Liverpool aveva giocato imbottito di antidolorifici, Liedholm l’aveva designato come quinto rigorista ma al quinto rigore la Roma non ci arrivò mai. L’uscita di scena fu avvelenata dalle polemiche, ma il tempo restituisce la giusta distanza per misurare quel che abbiamo vissuto: Falcao, Falcòn, Farcao, Farcau, così si declina un amore.