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Hernanes: “I giovani sono merce, non scommettono solo per noia”

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L’ex giocatore brasiliano di Lazio, Inter e Juventus, 38 anni, ha esordito nella Prima categoria piemontese: “Ho riscoperto la gioia pura del calcio di strada. I ragazzi vanno via di casa presto, vengono usati per far soldi, nessuno li ama veramente: così è facile perdersi”
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MONTALDO SCARAMPI (Asti) — Ci sono giovani calciatori annoiati dalla vita, ed ex calciatori come Hernanes che se ne inventano un paio di nuove. Prima nuova vita: servire vini in impeccabile giacca nera attillata nel suo ristorante quasi stellato, la “Ca’ del Profeta”, in cima a una collina tra le vigne del Monferrato. Seconda nuova vita: indossare gratis la maglia nerostellata numero 15 del Sale, provincia di Alessandria, Prima Categoria piemontese, venti tifosi sulla tribunetta, un muro con il rampicante, il piccolo bar.

Hernanes, perché?

“Mi ero ritirato un anno fa, e il calcio mi mancava. Due amici, Alberto e Pierpaolo Delconte, mi hanno chiesto di giocare un’amichevole con la loro squadra. Mi è piaciuto, sono rimasto. Ho sentito profumo di aria buona”.

Lei saprà che oggi nel calcio italiano si sentono ben altri odori.

“Che tristezza! Ma voi non sapete quant’è difficile. Io, da professionista non mi sono mai divertito, neppure con addosso la maglia del Brasile. Era solo una res…

MONTALDO SCARAMPI (Asti) — Ci sono giovani calciatori annoiati dalla vita, ed ex calciatori come Hernanes che se ne inventano un paio di nuove. Prima nuova vita: servire vini in impeccabile giacca nera attillata nel suo ristorante quasi stellato, la “Ca’ del Profeta”, in cima a una collina tra le vigne del Monferrato. Seconda nuova vita: indossare gratis la maglia nerostellata numero 15 del Sale, provincia di Alessandria, Prima Categoria piemontese, venti tifosi sulla tribunetta, un muro con il rampicante, il piccolo bar.

Hernanes, perché?

“Mi ero ritirato un anno fa, e il calcio mi mancava. Due amici, Alberto e Pierpaolo Delconte, mi hanno chiesto di giocare un’amichevole con la loro squadra. Mi è piaciuto, sono rimasto. Ho sentito profumo di aria buona”.

Lei saprà che oggi nel calcio italiano si sentono ben altri odori.

“Che tristezza! Ma voi non sapete quant’è difficile. Io, da professionista non mi sono mai divertito, neppure con addosso la maglia del Brasile. Era solo una responsabilità, un lavoro, la pressione di dover migliorare sempre, più forte, più veloce, più vincente. Ci sono ragazzi che vanno via di casa a sei anni per sognare questo, e poi si perdono. Sono soli, nessuno li ama veramente. Sono così fragili. Non pensate che giochino d’azzardo soltanto per noia, o per malattia”.

Cosa gli manca?

“Forse un senso, quello che io ho ritrovato qui, in Prima Categoria. La gioia pura del pallone, la sua essenza. Ma non dimentico quanto ho sofferto. A sedici anni, dopo essere passato dal calcio a 5 a quello vero, stavo sempre in panchina, mi sentivo inadatto. Già non ricordavo più la felicità del calcio di strada, una sensazione che i miei giovani colleghi non hanno mai conosciuto. Sono obbligati a una vita senza certezze. Le famiglie li vedono partire, o li costringono a farlo sognando i soldi, senza sapere cosa sarà di loro. Allenatori e dirigenti sono bravi ad addestrare, e nemmeno sempre, ma non a educare. Il piccolo calciatore è già una merce. Può prendere qualunque strada sbagliata”.

Domenica, lei è entrato nel secondo tempo e ha fatto gol dopo tre minuti. Poi, la sua famosa capriola. A 38 anni non ha avuto paura di incriccarsi?

“Mah, la schiena regge, anche se alla fine non avevo più fiato nei polmoni. Sono arrivato al campo alle quattro del pomeriggio, un po’ in ritardo, giusto per il secondo tempo. Prima, avevo servito in sala: è il mio lavoro e ci tengo. Il mister Pippo Sterpi mi ha detto che non c’è problema. Ho scelto il numero 15 perché lo portavo nella stagione più felice al San Paolo. Il campo è in erba, mi piace, io non sopporto il sintetico. Due allenamenti a settimana, per le trasferte mi devo organizzare ma si va vicino. Dopo la partita ci siamo fatti un bicchiere al bar del campo. Bellissimo”.

Cosa c’è, in quella capriola?

“La felicità di quand’ero bambino, durata poco, purtroppo. A volte, al ristorante qualche cliente mi chiede di palleggiare, oppure di mostrare la capriola, e io lo faccio. C’è un prato, qui davanti. Vede quella poltroncina appesa al ramo dell’albero? Ti siedi e ti senti fuori dal mondo, anzi in cima”.

Lei ha vinto uno scudetto con la Juve, ha giocato con Lazio e Inter, è salito sul podio olimpico con il Brasile. Possibile che non fosse contento?

“Era tutto un altro pensiero: facevi lo show, davi spettacolo, però eri solo. Nel calcio professionistico non esistono persone, ma gente. Le persone sono quelle a cui adesso propongo il mio vino, cercando di capire il loro gusto. Sono quelle che vengono al campetto per vederci giocare: una ventina, di solito, però domenica erano dieci volte tanto. Ora devo prepararmi per bene: non mi allenavo da più di un anno”.

Come le è venuto in mente di studiare da sommelier?

“Mi sono incuriosito al vino arrivando in Italia nel 2010: prima, bevevo solo succhi di frutta. Il vino, nella giusta misura, rende contente le persone, in questo assomiglia un po’ al calcio. Ecco, ho pensato che potevo farlo anch’io: prima, passando la palla, adesso passando in tavola una bottiglia giusta. Oggi a pranzo ho stappato un mio Barbera 2018 e mi sono detto: è fresco, profumato. Un lavoro ben fatto”.

Lei, adesso, che vino è?

“Forse un Barbaresco invecchiato bene, almeno spero. Con qualche sapore di frutta. Di sicuro, non sono mai stato più me stesso di così”.

È arrivato qui dopo Brasile, Serie A, Cina. Queste colline sono un fazzoletto di mondo. Cosa ci trova di speciale?

“Si guardi intorno. Faccia un giro su sé stesso e vedrà solo vigne. Cercavo una casa, poi ho pensato che potevo ricavarci un albergo. I filari c’erano, il resto dovevamo sistemarlo, era una specie di cascina. Lo abbiamo fatto nel rispetto del paesaggio, del resto qui i vincoli sono giustamente molto severi. La famosa severità piemontese: l’ho imparata alla Juventus. A tanti sta sullo stomaco, ma la Juve è un modello di organizzazione. Gente seria, con poche storie”.

È stato difficile mettersi in sintonia?

“All’inizio sì. Io sono tutto istinto, ma a volte bisogna ragionare. Quando Allegri mi chiese di giocare regista davanti alla difesa, ho capito che la prima cosa che conta è il cervello. È stato complicato, però mi sono reso conto che nella vita il senso della posizione è tutto, dipende dove sei, che ruolo hai”.

Non basta il talento? Lei arriva dalla patria del calcio.

“No, non basta. Il talento può essere anche egoismo, non possiamo usarlo solo per noi. Dobbiamo costruirci attorno”.

Ecco il Profeta.

“In Brasile ascoltavo le interviste dei calciatori e pensavo “che noia, dicono sempre le stesse cose”. Allora ho cercato un linguaggio mio. Un giornalista se n’è accorto e mi ha soprannominato così”.

E cosa vede il Profeta nel calcio di domani?

“Cose molto brutte, se non aiutiamo i ragazzi a crescere davvero".

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