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Sinner, Zirkzee e Ilicic: sorprese ed emozioni dell’anno che va via

Le parole e il pensiero di Jannik, le giocate dell’attaccante del Bologna e il giro di campo a Bergamo dello sloveno

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Le parole sono importanti quando chi le usa è abile, oppure quando è sincero. Quando è naturale. Jannik Sinner quest’anno ha finito di convincermi con due frasi rivelatrici di un mondo. Il suo mondo. Un bel mondo. La prima risale all’estate, quando la presenza nello staff del padre Hanspeter si è fatta frequente. “Sono felice di poter passare più tempo con papà ora che è andato in pensione. E siccome per 40 anni il suo mestiere è stato il cuoco, adesso cucina per tutti noi del gruppo di lavoro”. La parola chiave di questa frase è “pensione”, e va considerata in parallelo a uno dei numeri che compaiono nella grafica televisiva in basso a sinistra nel prepartita, mentre i tennisti stanno palleggiando: la cifra in dollari dei guadagni complessivi in carriera (soltanto di premi), che per Sinner quest’anno ha ampiamente superato i 7 zeri. Una dozzina di milioni - circa il doppio considerando sponsor e pubblicità - che per la famiglia di Jannik non hanno comportato grandi cambiamenti, e certo non hanno indotto Hanspeter a lasciare il rifugio della Val Fiscalina prima di aver maturato il diritto alla pensione.

Chiunque abbia dei figli ha vissuto l’esperienza di una partita di calcio giovanile nella quale genitori in apparenza normalissimi perdono la testa e insultano e sbraitano facendo vergognare innanzitutto i loro ragazzi: si legge in questo comportamento la frustrazione per ciò che non si è e l’ambizione malata che lo diventi il figlio, con una chiara aspettativa economica sullo sfondo. La lezione di Hanspeter, che Jannik in campo mostra di aver appreso benissimo, è il senso del dovere e la rinuncia alle scorciatoie: per quanto lieto del successo del figlio, non gli ha chiesto di abbreviare le sue fatiche, e sarebbe bastata un’infinitesima frazione dei suoi guadagni. Probabilmente non ci ha nemmeno pensato. Ha atteso la scadenza naturale della pensione per cominciare ad accompagnare Jannik, non senza rendersi utile all’intero staff. Una lezione non pensata come tale, ma straordinaria.

Jannik, il pensiero positivo

L’altra frase che spiega Sinner nel profondo è arrivata dopo la seconda vittoria su Djokovic, quella in coppa Davis dei tre match-point annullati. Inevitabile la domanda su quei momenti, illuminante la risposta: “Siccome ero al servizio, sia pure sotto 0-40, ho pensato che avevo il piccolo vantaggio delle palle nuove, che viaggiano un po’ più veloci”. A memoria, niente di più adiacente - almeno nel racconto sportivo - alla più celebre delle storielle zen, quella dell’uomo aggrappato a una radice sul ciglio di un burrone che nel mezzo della situazione più disperata - una tigre lo minaccia dall’alto, un’altra ne attende la caduta in basso – scopre accanto a sé una fragola, la coglie ed è dolcissima. La morale della favola è che sia possibile trovare qualcosa di buono anche nei frangenti più difficili, ma Sinner fa di più: ci si appoggia per costruire la rimonta. È l’epifania del pensiero positivo. Ogni campione possiede un piccolo serbatoio supplementare al quale accede nei momenti risolutivi, quelli nei quali il talento non basta perché l’energia sta venendo meno, e in un colpo, in un tiro, in uno scatto si decide il finale di partita. Nella maggior parte dei casi il carburante di quel serbatoio è la rabbia: non c’è dopo partita – specie nel calcio – nel quale non venga citata come discrimine vincente. “Abbiamo trovato dentro di noi la rabbia giusta”. “Alla fine ci è uscita la rabbia”. “Ho chiesto ai ragazzi di tirar fuori la rabbia”. Sinner è differente, e anche per questo ci entusiasma. Trova il piccolo particolare positivo, e lo usa come puntello. La sua benzina è l’armonia.

Joshua Zirkzee porta in spalle Ndoye

Joshua Zirkzee porta in spalle Ndoye

 (ansa)

Joshua, la fragola

Joshua Zirkzee è la scoperta più eccitante di questa Serie A perché per quanto nel definirlo si siano cercati innanzitutto i suoi limiti - non copre abbastanza quindi è un attaccante, non segna abbastanza quindi è un centrocampista – il suo intimo divertimento è sembrato quello di spostarli più avanti, per non dire di cancellarli. Il gioco del “chi ci ricorda?”, passaggio giornalistico inevitabile per quanto puerile, ha ormai toccato l’intera collezione degli album Panini perché Zirkzee, per dirla alla Walt Whitman, “contiene moltitudini”. E siccome avevo usato lo stesso codice per Jude Bellingham, eccolo qui il mio (puerile) paragone.

Abbiamo passato del tempo - chi più chi meno, ovvio - a spiegare cosa Zirkzee non sia. Da quando il Bologna si è tolto di dosso le ultime ruggini e ha avviato la scalata, siamo stati costretti ad accorgerci di cosa Zirkzee è. Un 22enne che ha dentro qualcosa capace di moltiplicare il valore dei compagni con un tocco, un assist, una finta, una continua visione di cosa potrebbe accadere a seconda della propria scelta. Il battito d’ali di una farfalla che può provocare una tempesta in una zona lontana del campo. Come i grandi scacchisti valutano le infinite conseguenze di una mossa, così questo ragazzo olandese “segna” un gol con un passaggio inatteso a centrocampo che avvia una delle reazioni a catena codificate da Thiago Motta. È difficile dire per quanto tempo potremo trattenere a Bologna (o in Italia) un simile talento, ma intanto godiamocelo. Zirkzee non ha trovato la fragola. Zirkzee è la fragola.

Ilicic e Gasperini

Ilicic e Gasperini

 (ansa)

Josip, la gloria

Dei molti spot commoventi che affollano dicembre - il taxista dell’Atletico è una meraviglia - quello che più mi ha colpito è uno scorcio di vita vera: il giro di campo che Josip Ilicic ha compiuto a Bergamo, al termine di Atalanta-Salernitana, accompagnato da Gasperini e poi abbracciato dai vecchi compagni e il tutto sotto gli applausi scroscianti di quello che fu il suo pubblico. C’era molto di sottinteso in quella scena: le grandi giocate del campione sloveno, la tragedia del Covid e gli assalti della depressione, l’umana debolezza e l’immensa gratitudine popolare. Ma in cima c’è quello che resta del racconto sportivo quando tutto è finito, ed è la gloria. Un riconoscimento universale che non invecchierà, non ingrigirà, non si attenuerà, non perderà colore. La gloria per ciò che Josip ha saputo fare malgrado infinite difficoltà. Il premio finale, che nessuno gli potrà toccare.

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