Vialli un anno dopo, il regista Marco Ponti: “L’ultima cena con lui. Così fuggì da noi amici per non dirci addio”
di Maurizio CrosettiL'abbraccio tra Gianluca Vialli e Roberto Mancini dopo la vittoria agli Europei a Wembley
(fotogramma)TORINO - Il regista incontrò per la prima volta il campione due anni fa, per filmare La bella stagione. Era stata, quella stagione, bellissima: lo scudetto della Sampdoria, Vialli e Mancini, Boskov e un mondo d’amore. Marco Ponti girò sei ore di intervista a Luca Vialli, un quarto d’ora per il film, il resto perché di Luca restassero la voce, i pensieri, gli sguardi e gli occhi. Ora quel materiale è diventato un libro, Le cose importanti (Mondadori).
Marco Ponti, ci racconti il suo viaggio con Vialli.
«Entrai di corsa nella sua vita, e lui mi chiese: “Siamo di fretta o abbiamo tempo?”. Gli risposi che avevamo tutto il tempo del mondo. “Bene”, disse Luca, “perché ho tante cose da dirti. Tu ascolta, e custodisci”. Cominciò così».
Come le sembrò quell’uomo?
«Qualunque momento vissuto con lui, lo associo sempre alla gioia. La gioia di fare bene una cosa. La gioia della curiosità: Luca voleva sapere tutto di un film, la tecnica, la produzione, la scrittura. La gioia dello stare insie…
TORINO - Il regista incontrò per la prima volta il campione due anni fa, per filmare La bella stagione. Era stata, quella stagione, bellissima: lo scudetto della Sampdoria, Vialli e Mancini, Boskov e un mondo d’amore. Marco Ponti girò sei ore di intervista a Luca Vialli, un quarto d’ora per il film, il resto perché di Luca restassero la voce, i pensieri, gli sguardi e gli occhi. Ora quel materiale è diventato un libro, Le cose importanti (Mondadori).
Marco Ponti, ci racconti il suo viaggio con Vialli.
«Entrai di corsa nella sua vita, e lui mi chiese: “Siamo di fretta o abbiamo tempo?”. Gli risposi che avevamo tutto il tempo del mondo. “Bene”, disse Luca, “perché ho tante cose da dirti. Tu ascolta, e custodisci”. Cominciò così».
Come le sembrò quell’uomo?
«Qualunque momento vissuto con lui, lo associo sempre alla gioia. La gioia di fare bene una cosa. La gioia della curiosità: Luca voleva sapere tutto di un film, la tecnica, la produzione, la scrittura. La gioia dello stare insieme in quelle cene con i compagni della Samp. La gioia di Vialli e Mancini. La gioia negli occhi di Luca quando ci presentavamo noi del circo, con la nostra baraonda».
Gianluca Vialli con Marco Ponti, regista del docu-film "La bella stagione"
Com’era lui, già molto malato, durante le riprese?
«Mai stanco, mai distratto. Mai rapito da altri pensieri, e dire che ne aveva, e quanti. Invece, nella post produzione peggiorò, stava molto male. Però il film lo presentammo ugualmente insieme, a Torino e a Genova, un mese prima che Vialli morisse».
Quella famosa cena da Carmine, a Quinto, il ristorante storico dei sampdoriani.
«Luca aveva organizzato tutto per il compleanno di Mancini: il locale, la torta, il karaoke, i poster. C’erano gli amici, e lui voleva che ogni cosa fosse perfetta. Era stanchissimo. A un certo punto, senza dire nulla a nessuno, se ne andò. Ci scrisse un messaggio su WhatsApp: “Vi divertivate così tanto che non ho voluto disturbarvi”. Scrisse anche se se ne andava a casa, e poi a Londra. Era di domenica sera. Il lunedì rientrò in Inghilterra, il mercoledì lo ricoverarono in ospedale, dove morì».
Dunque quella sera è stata l’ultima.
«Ma senza l’addio. Luca fu bravissimo ad evitarlo, aveva simili delicatezze. Ha costruito un addio senza dirci addio. Però Roberto si accorse che Luca se ne stava andando dal ristorante e fece in tempo a uscire per salutarlo».
L’ultima volta che Vialli e Mancini si videro?
«No, perché Roberto lo raggiunse poi a Londra».
Avevate capito che era finita?
«No, perché Luca ci aveva abituati ai colpi di coda. Tutti eravamo convinti che si sarebbe ripreso anche stavolta. Quando Roberto tornò in sala, partimmo col karaoke. Si cantò “Lettera da Amsterdam”, inno non ufficiale della Samp, struggente. Eravamo felici».
Cose le disse Vialli del famoso abbraccio con Mancini a Wembley?
«Che quello era amore: usò proprio questa parola. Dovremmo avere più coraggio nel farlo, quando è così, soprattutto noi maschi. Quell’abbraccione rappresenta il valore dello stare insieme, è un volersi bene tenendosi stretti, senza vergognarsi dei sentimenti o delle lacrime».
La facciata del Palazzo della Regione Liguria illuminata in ricordo di Gianluca Vialli
Chi era Luca Vialli, secondo lei?
«Una persona molto sensibile e arguta, con il dono di tenere insieme gli altri. Un maestro nel costruire relazioni forti. Io non avevo mai conosciuto i giocatori di quella Sampdoria, e grazie a Luca siamo diventati amici veri, ci sentiamo spesso, a volte andiamo pure alla partita insieme».
Nel film si vede un Vialli sereno.
«Lui lo chiamava “il nostro film”, ne era davvero contento. Un gioco di squadra, la sua grande arte».
C’è un momento delle riprese che non può dimenticare?
«Cercavamo l’inquadratura finale, e io volevo che ci fossero Luca e Roberto. Alla fine, decisi che il luogo perfetto era il molo di Quinto, verso le cinque e mezza del pomeriggio. Era il 2022, era febbraio e faceva freddo. Già nella prima inquadratura, al tramonto, Vialli scoppia a ridere e Mancini lo abbraccia. In quel momento ho pensato al privilegio che avevo ad essere lì, di fronte a quell’invincibile amicizia, a quella forza e a quella tenerezza. In seguito, il molo è diventato per tanti un posto speciale, portano sciarpe, biglietti, credo che ora lo chiamino il molo dell’amicizia».
Come seppe che Luca non c’era più?
«Ero in montagna con i miei bambini. Vidi la chiamata di un amico alle sette di mattina, ma non risposi: sapevo cosa stava per dirmi. Volevo tenere Luca vivo ancora per un po’».