Morto Mario Zagallo, leggenda del calcio brasiliano: vinse il Mondiale da calciatore e allenatore
di Luigi PanellaMario Zagallo in una foto del 2013
(afp)Mario Zagallo non mancava mai quando il Brasile aveva un appuntamento con la storia. «Per noi ha avuto la stessa importanza di Pelé». Romario, ora che il mito se ne è andato a 92 anni, lo ricorda con un tributo che vale doppio: quando Zagallo lo aveva escluso in extremis dai convocati per il Mondiale in Francia, O Baixinho in un impeto di rabbia e orgoglio aveva infatti commissionato una caricatura – il ct appariva seduto sul water e con i pantaloni abbassati – che si era poi premurato di affiggere sulla porta del bagno del suo locale a Rio.
Stessa importanza di Pelé, ma meno tempo a disposizione. Zagallo come giocatore non rubava l’occhio, viveva di razionalità e non di magia. Sangue un po’ libanese, un po’ italiano, era un leader silenzioso e al grande calcio arrivò tardi. Mezz’ala, poi ala sinistra: fosforo a iosa, una sorte di regista laterale mentre dall’altra parte del campo Garrincha …
Mario Zagallo non mancava mai quando il Brasile aveva un appuntamento con la storia. «Per noi ha avuto la stessa importanza di Pelé». Romario, ora che il mito se ne è andato a 92 anni, lo ricorda con un tributo che vale doppio: quando Zagallo lo aveva escluso in extremis dai convocati per il Mondiale in Francia, O Baixinho in un impeto di rabbia e orgoglio aveva infatti commissionato una caricatura – il ct appariva seduto sul water e con i pantaloni abbassati – che si era poi premurato di affiggere sulla porta del bagno del suo locale a Rio.
Stessa importanza di Pelé, ma meno tempo a disposizione. Zagallo come giocatore non rubava l’occhio, viveva di razionalità e non di magia. Sangue un po’ libanese, un po’ italiano, era un leader silenzioso e al grande calcio arrivò tardi. Mezz’ala, poi ala sinistra: fosforo a iosa, una sorte di regista laterale mentre dall’altra parte del campo Garrincha piazzava quelle scariche adrenaliniche che nella vita avrebbe rivolto contro sé stesso tra i demoni dell’alcol e della miseria. La gente preferiva il secondo, ma i tecnici di Flamengo e Botagofo – le squadre della sua vita – capivano che era con i Zagallo che si andava lontano.
Vincente Feola, il ct del Mondiale vinto in Svezia nel ’58, lo chiamò insieme al ragazzino Pelé quando aveva già 27 anni. Aveva deciso anche il destino perché Pepe, il mancino del Santos che sembrava titolare inamovibile, si era infortunato. Nell’immaginario fu il mondiale di ‘Didì, Vavà, Pelè’, come cantava il Quartetto Cetra. Ma Zagallo incise, e lo fece anche 4 anni dopo in Cile dove arrivò il bis. Fatto fuori dal mondiale inglese del ‘66, si reinventò velocemente anche come tecnico.
Joao Saldanha, giornalista di cultura e conoscenza calcistica, faceva faville come ct ma si era messo in testa di far fuori Pelé: sosteneva che avesse un difetto alla vista che ne pregiudicasse il rendimento. Inoltre, e questa è decisamente più credibile, le sue idee comuniste andavano di traverso ai militari al potere. Il presidente federale e futuro padrone della Fifa Joao Havelange non fece una piega, e con il mondiale alle porte chiamò Zagallo. Da ct non fece rivoluzioni ma ebbe un grande pregio: fece convivere cinque numeri 10 come Pelé, Gerson, Tostao, Rivelino e Jairzinho. Il Brasile, e l’Italia ne sa qualcosa, si prese il terzo mondiale e Zagallo divenne il primo a vincerlo sia da giocatore che da ct: lo eguaglieranno Beckenbauer in Italia 20 anni dopo e Deschamps in Russia nel 2018. Cercò di farcela anche nel 1974, ma con Pelé che aveva mollato e con una squadra più fisica che tecnica, andò a sbattere contro il calcio totale di Cruyff.
La sua parabola però era lungi dal concludersi. Il Brasile, a secco da tempo, pensò al suo geniale talismano per tornare a vincere: direttore tecnico nel 1994, consigliere – forse qualcosa in più – al ct Parreira, e la Seleçao tornò sul trono dopo 24 anni. Di nuovo solitario al timone 4 anni dopo, in Francia stava per diventare il secondo ct a vincere due mondiali dopo Vittorio Pozzo. Ma Ronaldo si sentì male prima della finale, mentre Zidane stava benissimo…