Eriksson, l’ultima battaglia è col cancro: "Non mi resta più di un anno"
di
Maurizio Crosetti
Sven Goran Erikkson
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L’allenatore svedese: "Ho un tumore in fase terminale, non operabile". In Italia per quattordici stagioni, con Roma, Fiorentina, Sampdoria e Lazio, è stato un esempio di classe, umana e tecnica
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Svennis ha detto che non c’è più niente da fare senza drammi, senza enfasi, come quando si presentava a commentare una vittoria o una sconfitta. Il suo stile asciutto, cristallino.
“Ho un tumore in fase terminale, non operabile, mi resta non più di un anno” ha dichiarato Sven-Goran Eriksson a un’emittente radiofonica svedese. “Tutti vedevano che stavo male e pensavano che avessi un cancro: è così. Ho avuto un collasso dopo avere corso cinque chilometri, ho fatto gli esami, i medici mi hanno detto che avevo avuto un ictus e che ho un tumore. È venuto dal nulla e questo mi sciocca, non sento grandi dolori. In certi casi, puoi ingannare in qualche modo il cervello e non perderti nelle avversità, perché questa è la più grande di tutte, cercando gli aspetti positivi di ogni esperienza”.
Per Eriksson lo stesso male di Vialli
DopoMihajlovic(che è stato un pilastro di Eriksson) e Vialli(che per pochi mesi non allenò alla Sampdoria), anche Eriksson annuncia la presenza di un terribile…
Svennis ha detto che non c’è più niente da fare senza drammi, senza enfasi, come quando si presentava a commentare una vittoria o una sconfitta. Il suo stile asciutto, cristallino.
“Ho un tumore in fase terminale, non operabile, mi resta non più di un anno” ha dichiarato Sven-Goran Eriksson a un’emittente radiofonica svedese. “Tutti vedevano che stavo male e pensavano che avessi un cancro: è così. Ho avuto un collasso dopo avere corso cinque chilometri, ho fatto gli esami, i medici mi hanno detto che avevo avuto un ictus e che ho un tumore. È venuto dal nulla e questo mi sciocca, non sento grandi dolori. In certi casi, puoi ingannare in qualche modo il cervello e non perderti nelle avversità, perché questa è la più grande di tutte, cercando gli aspetti positivi di ogni esperienza”.
Per Eriksson lo stesso male di Vialli
DopoMihajlovic(che è stato un pilastro di Eriksson) e Vialli(che per pochi mesi non allenò alla Sampdoria), anche Eriksson annuncia la presenza di un terribile male, lo stesso cancro al pancreas che colpì l’attaccante azzurro. Il contraccolpo emotivo è grande in tutto il mondo del calcio, non solo per la portata enorme del personaggio, ma per la persona che è: misurata, sportivissima, mai una parola fuori posto, mai una polemica. Il classico avversario che stimano anche coloro che ha sconfitto. Un esempio di classe, umana e tecnica.
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Eriksson e l’avventura romanista
Sven-Goran Eriksson s’innamorò di Roma quando andò a visionare i giallorossi che avrebbe affrontato in Europa: «Un colpo di fulmine. Già in taxi decisi che, prima o poi, avrei allenato lì». Dunque non fu difficile per il presidente Dino Viola convincere il trentaseienne Eriksson a prendere il posto di Liedhom, suo connazionale, dopo la finale di Coppa dei Campioni perduta all’Olimpico contro il Liverpool nel 1984: Svennis era in tribuna, quella sera.
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Eriksson e lo scudetto della Lazio
Un precursore modernissimo. Sull’onda della fascinazione olandese, Eriksson era stato un tecnico prodigio al Göteborg, con cui vinse la Coppa Uefa 1982 contro quell’Amburgo che, un anno più tardi, avrebbe beffato ad Atene la Juve di Platini e Boniek. Senza mai ergersi a profeta o inventore di nulla, Svennis ha portato in Italia e ovunque un gioco corto, rapido e sincopato, capace di memorabili vittorie e incredibili sconfitte: come quando, alla Roma, perse uno scudetto già vinto (2-3 in casa contro il Lecce retrocesso nel 1986) o come quando alla Lazio nel 2000 ne vinse uno già svanito (Juve caduta a Perugia, nel nubifragio). Lo svedese resta l’unico allenatore ad aver vinto la Coppa Italia con club diversi della stessa città, naturalmente Roma, e rimarrà nella memoria per le ottime cose fatte anche alla Fiorentina e alla Samp, oltre che in mezza Europa. Ha avuto l’onore di guidare pure la nazionale inglese, quella di Beckham e Rooney, senza però domare, nemmeno lui, quei Tre Leoni affamati.
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Eriksson e i suoi allievi allenatori
Quattordici stagioni in Italia sono una vita, amori compresi (Svennis è stato un clamoroso rubacuori, caratteristica che ha molto nutrito i tabloid britannici), ma di lui conta assai più il magistero calcistico. Non è un caso che alcuni dei suoi giocatori più amati, Diego Simeone, Simone Inzaghi e soprattutto Roberto Mancini, il pupillo del cuore, siano diventati allenatori importanti, si presume con le parole e le idee di Sven ben chiare in testa.
Fa male sapere che lui sta male, veramente. Perché Eriksson ci ha spiegato, senza prediche, che il calcio è gioia e ironia, e che un sorriso è mille volte meglio di un urlo o di una cattiveria. Forza, allora. Se è vero, e lo è, che è molto amato chi molto ama, la fine del viaggio non lo troverà solo.