Tutti volevamo essere Gigi Riva, morto oggi a Cagliari a 79 anni. Era dio, era papà, era il vento. Era la bellezza di una forza pura da romanzo, era Tex Willer, era Odisseo. Era il numero 11 scritto con gli “uno” stretti e lunghi come la sua schiena. Da ragazzo lo chiamavano forchettina, il viso di una magrezza ossuta e feroce. Gli morì il padre, trapassato da un pezzo di ferro in fonderia, che Gigi aveva nove anni, la madre la portò via un cancro che Gigi ne aveva sedici. <Quando arrivai a Cagliari ero incazzato con la vita>.
La parola che spiega tutto è libertà. A Luigi Riva la tolsero bambino, in orfanotrofio, i preti. Senza preghiere niente cibo, comunque schifoso. E ringraziare sempre i benefattori per quella ciotola di brodaglia e per i cenci smessi da altri, e sfilare in processione ai funerali dei signori masticando le litanie che un bambino non sa.
La Sardegna e il desiderio di libertà
Gli orfani porteranno per sempre la ferita dei non amati. Gigi Riva l’aveva ben leggi…
Tutti volevamo essere Gigi Riva, morto oggi a Cagliari a 79 anni. Era dio, era papà, era il vento. Era la bellezza di una forza pura da romanzo, era Tex Willer, era Odisseo. Era il numero 11 scritto con gli “uno” stretti e lunghi come la sua schiena. Da ragazzo lo chiamavano forchettina, il viso di una magrezza ossuta e feroce. Gli morì il padre, trapassato da un pezzo di ferro in fonderia, che Gigi aveva nove anni, la madre la portò via un cancro che Gigi ne aveva sedici. <Quando arrivai a Cagliari ero incazzato con la vita>.
La parola che spiega tutto è libertà. A Luigi Riva la tolsero bambino, in orfanotrofio, i preti. Senza preghiere niente cibo, comunque schifoso. E ringraziare sempre i benefattori per quella ciotola di brodaglia e per i cenci smessi da altri, e sfilare in processione ai funerali dei signori masticando le litanie che un bambino non sa.
La Sardegna e il desiderio di libertà
Gli orfani porteranno per sempre la ferita dei non amati. Gigi Riva l’aveva ben leggibile nello sguardo denso d’ombra, a volte le labbra disegnate da un artista, così come gli zigomi, il ciuffo nero e la fossetta sul mento, s’increspavano in una smorfia d’insofferenza. La difficoltà dello stare al mondo da stranieri. In tarda età, quella smorfia venne letta come il segno della depressione, e davvero Riva ne soffrì a lungo. Ma i semi del dolore vanno sempre cercati in altre zolle, nei campi dell’infanzia. Libertà è la parola che lo spinse a restare in Sardegna, anzi a diventare sardo più dei sardi, lui che veniva dalle sponde di un lago lombardo.
Dalla parte dei ‘pecorai’
Con la voce in falsetto, cadenzata quasi da strane aritmie di timidezza, provò a spiegarci quell’orgoglio di stare dalla parte dei “pecorai”, come venivano chiamati i tifosi del Cagliari nelle trasferte in alta Italia. Gigi Riva diventò il loro simbolo, alto e lucente in un cielo in tempesta dove il rombo del tuono, va da sé, era lui. Curioso che la medesima scelta di libertà e di appartenenza non poco anarchica l’avesse fatta, dopo il lombardo Riva, anche il ligure De André. Raccontano che quando si incontrarono, sull’isola di luce, fu un grandioso repertorio di silenzi.
Quando sorvolò per la prima volta la Sardegna in aereo (stava andando a giocare una partita in Spagna con la nazionale giovanile), sbirciò dal finestrino e disse che lui, in quel posto desolato, non ci sarebbe andato mai. Non era mica l’isola degli sceicchi, era la terra spelacchiata dove mandare i militari in punizione. Anche Gigi ragazzo si dovette sentire un po’ così, dopo che il Cagliari lo aveva scovato perché, quando la squadra giocava sul continente, faceva base a Legnano, cioè a casa del ragazzino. Il primo a intuirne la potenza fu l’allenatore di allora dei sardi, Arturo Silvestri: dal suo sguardo cominciò l’avventura in quella specie di Hotel Supramonte dove Gigi fu ben felice di essere rapito, e senza riscatto, per l’eternità.
La sorella Fausta e i genitori persi troppo presto
Luigi Riva amò più di tutti la sorella Fausta che l’aveva cresciuto, dopo la terza fuga dalla prigione del collegio. Il giovanotto aveva cominciato a lavorare da ascensorista alla ditta Simpa, di proprietà del presidente del Legnano. Sarebbe stato il suo mestiere, forse, senza l’incomparabile dono divino, anche se Gigi amava scherzare su questo, scegliendo un’ipotesi più fascinosa e ruvida: <No, senza il calcio avrei fatto il contrabbandiere>. Il papà si chiamava Ugo, la mamma Edis: di lui ricordava la passione per lo sport e per il ciclismo, di lei i sacrifici per farlo campare sgobbando in una filanda, poi facendo le pulizie nelle case dei ricchi.
Un attaccante mai visto
Il campione omerico, è quasi superfluo raccontarlo. Come voler dire il colore di Raffaello, il cervello di Einstein. Come Gigi Riva, semplicemente, nessuno mai. Chiedi chi era Gigi Riva e ti risponderanno che un attaccante del genere non si era visto prima, né poi. Era potenza, coraggio, acrobazia, tecnica e sentimento. Ma era soprattutto orgoglio, che più di ogni altra cosa ne nutrì la sorte: Gigi, uomo a forma di isola, non poteva non incontrare la Sardegna, non poteva non diventare la voce, il gesto e gli occhi di quella gente. Il suo piede sinistro scoccava tiri di spaventosa potenza, qualcosa di imparagonabile nell’intero pianeta del pallone: <Mai vista una roba del genere>, raccontava Dino Zoff.
L’ultima in campo a febbraio del 1976
Fu Riva la ragione, e la prima spiegazione, di una squadra meravigliosa e irripetibile, appunto il Cagliari ’69-‘70, dove non c’erano sardi perché lo erano tutti. Forse, se Gigi non si fosse rotto la gamba la seconda volta, avrebbero vinto anche la Coppa dei Campioni. E non furono le ossa a chiudergli la carriera, il primo febbraio 1976, ma uno strappo alla coscia mentre correva accanto al milanista Aldo Bet: nello stadio di Sant’Elia echeggiò un urlo da brividi, con il difensore che ripeteva <non l’ho toccato, non l’ho toccato>, e già si cominciava a ipotizzare l’indicibile: il calcio senza più Riva, il mondo senza più Riva, il futuro senza più Riva. Il più libero, il più amato e grande.
Il più grande cannoniere azzurro di sempre
Adesso la memoria è piena di momenti che sgomitano per correre verso la porta. Il gol alla Jugoslavia nella finale dell’Europeo ’68, certo, e quel possente ricamo col sinistro in Italia-Germania 4-3 (fu il 3-2 per noi ai supplementari, la porta che spalancò la leggenda). E la rovesciata a Vicenza che girò tutto il cielo. E lo scudetto del Cagliari, unico nell’universo, la sua maglia bianca con i laccetti. E le gambe rotte in Nazionale contro Portogallo e Austria, come dimenticare. E i suoi no alla Juventus con Agnelli che lo voleva pagare un miliardo. E i 35 gol in azzurro, primato che ancora resiste. Tutto è nel suo racconto e nel nostro ricordo. Non c’era bambino, nei Settanta ruggenti, che non volesse giocare a pallone come lui, che non sognasse di tuffarsi come lui di testa e volare verso un domani perfetto e felice, un orizzonte dove anche il sole fa il tifo.
Le corse pazze sull’auto scoperta
Le sue corse pazze sull’auto scoperta, una Dino Ferrari, bordeggiando la scogliera e gli strapiombi sardi, perché la morte va accostata, va guardata nel profondo degli occhi come un destino che ci aspetta (Gigi Riva conservava in un album i ritagli sulla fine del pilota automobilistico Lorenzo Bandini, morto nel rogo a Montecarlo nel ’67, e sul suicidio di Tenco). E i silenzi enormi come la volta stellata d’agosto. E quel bene assoluto che poi arrivò, gliel’avevano rapito da bambino e restituito da uomo fatto, e Gigi Riva lo tenne nel cuore per sempre, nella parte sinistra del petto, cuore grande, cuore smisurato, cuore traditore solo per chi non sa che c’è un tempo in attesa anche dell’ultimo battito. Il memorabile servo pastore, il nostro papà immortale. “L’amore delle case/l’amore bianco vestito/io non l’ho mai saputo/e non l’ho mai tradito”.