Gigi Riva, in trentamila a Cagliari per l’ultimo abbraccio
dal nostro inviato Maurizio CrosettiCAGLIARI — Quando il vento ha deciso di gonfiare le bandiere e le ha sollevate nel controluce del tramonto, sotto la distesa di pini che degradano verso il mare, accanto alla bianca scalinata della basilica, in quel preciso momento è sembrata addirittura vera l’inaudita voce che qui circola da qualche giorno: e cioè che Gigi Riva non ci sia più. In pochi ci hanno creduto, ma in molti lo hanno sentito. Come quando scappa via un treno nella sera, come quando ti saluta un amore.
E allora i più nostalgici e romantici, cioè tutti, hanno passato il giorno a dimostrare l’esatto contrario, ovvero che Gigi Riva lo si trova quando lo si cerca. Un funerale, e cosa sarà mai? I bambini non sono mica andati a scuola. Le mamme e…
CAGLIARI — Quando il vento ha deciso di gonfiare le bandiere e le ha sollevate nel controluce del tramonto, sotto la distesa di pini che degradano verso il mare, accanto alla bianca scalinata della basilica, in quel preciso momento è sembrata addirittura vera l’inaudita voce che qui circola da qualche giorno: e cioè che Gigi Riva non ci sia più. In pochi ci hanno creduto, ma in molti lo hanno sentito. Come quando scappa via un treno nella sera, come quando ti saluta un amore.
E allora i più nostalgici e romantici, cioè tutti, hanno passato il giorno a dimostrare l’esatto contrario, ovvero che Gigi Riva lo si trova quando lo si cerca. Un funerale, e cosa sarà mai? I bambini non sono mica andati a scuola. Le mamme e i papà li hanno portati a salutare Gigi Riva e loro si sono messi in fila, molte piccole mani hanno accarezzato il volto di quel signore che dormiva, vi pare che lo avrebbero fatto se fosse stato un morto? Non ne avrebbero avuto paura?
Trentamila persone, un’eternità fatta di corpi, hanno cercato Gigi Riva quando il corteo si è mosso dallo stadio per raggiungere la collina. E lo hanno visto sul murale di Quartucciu, dove lui sta di profilo, e poi in quello di via Convento, 100 metri quadrati a braccia conserte, e quando il carro ha sfiorato il muro del vecchio stadio Amsicora, Gigi gli è balzato di fronte con quella bordata di sinistro, “la stamborrata de Giggixeddu nostru gloriosu” e c’erano piccoli vasi di rose e ciclamini adagiati sull’asfalto, davanti agli alberi dove i tifosi si arrampicavano per guardare il Cagliari dello scudetto.
Prima che il corteo raggiungesse la Basilica di Nostra Signora di Bonaria, attesa da un arcivescovo e da montagne di fiori (anche la corona del Presidente della Repubblica, quella dei “Tuoi campioni del mondo 2006”, e un cuore di rose mandato da Paola Cortellesi), oltre che da un oceano di gente, gli increduli alla morte hanno trovato Gigi al bar “Forza Casteddu” nel quartiere Sant’Elia, dove lui ride in mezzo ai pescatori oppure è serio con addosso il costume tradizionale sardo. Sono fotografie, d’accordo, ma non le scattiamo forse per sfuggire al tempo?
Non è stato difficile cercare e trovare Gigi Riva nei disegni degli alunni della scuola vicino alla chiesa, “Ciao Gigi, ci manchi, ti voglio bene” ha scritto una mano incerta ma colorata. E poi è stato bello catturare i frammenti di quest’uomo nelle parole ascoltate al volo, «mi viene da piangere perché Gigi Riva mi ricorda la mia mamma e il mio papà», dice una signora che mastica un fazzoletto. «Mi ha telefonato venerdì mattina», sussurra invece il suo amico Giacomo Deiana in attesa sul sagrato, «io gli ho chiesto stai bene?, hai bisogno di qualcosa?, e lui mi ha risposto no, volevo solo parlare del più e del meno».
Nella strada che sale da piazza Yenne si è visto Riva in molte vetrine, fotografie d’epoca, prima che le serrande si abbassassero per rispettare il lutto. Forse, allora, qualcosa di vero ci dev’essere in questa storia della morte se in chiesa piangevano quasi tutti, e più di tutti Gigi Buffon e Gianfranco Zola, e si sono commossi anche Tardelli, De Sisti, Peruzzi, Amelia, Perrotta e Fabio Cannavaro, mentre un anziano provava a spiegare a un arcigno custode «sono Tomasini dello scudetto del 1970!»
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Poi sono arrivate le autorità, c’era il ministro dello sport Abodi che ha promesso «faremo di tutto per far nascere presto il nuovo stadio Gigi Riva, se ne parla da troppo tempo», c’era Malagò, il presidente del Coni («Tutti siamo stati tifosi di Riva, mai visto uno più integerrimo di lui, anche tra mille anni sarebbe stato quello che è stato», c’erano il cittì Spalletti («Gigi, una persona perbene») e il presidente federale Gravina, c’era una rappresentanza del Torino, e invece non c’era nessuno della Lega di Serie A (tutti tornati da Riad in business, nessun volo libero per Cagliari?) e di quella di B.
Quando la bara è entrata nella navata grande, dal piazzale è salito un applauso che non finiva più, rimbalzando nei due maxischermi e sotto la volta. Accanto alla statua di Paolo VI hanno appoggiato sciarpe, bandiere, maglie e gagliardetti, e due casacche numero 11 anche sul feretro coperto di rose, una della Nazionale, l’altra del Cagliari. L’arcivescovo Giuseppe Baturi ha detto «lo sport è arte e disciplina, è gioia e non si compra». Il suo Riva «aveva una profondità d’amore, passione e malinconia, oggi il cuore di Cagliari è qui, con un rispetto pieno di gratitudine».
Mentre dal portale filtrava una luce trasparente e morbida, uno dei figli di Gigi Riva, Nicola, ha ringraziato tutti, «specialmente chi è venuto alla camera ardente: io e mio fratello abbiamo cercato di stringere le mani a ognuno, a un certo punto ci sentivamo di dover fare noi le condoglianze a loro e non il contrario. Impossibile convincere papà sull’operazione, decideva sempre lui».
Cori da stadio all’uscita della bara, portata da Zola, Cannavaro, Peruzzi e Buffon, e la struggente canzone di Piero Marras, “Quando Gigi Riva tornerà”. E quando il carro funebre ha portato il corpo nel cimitero di Bonaria, per un istante qualcuno deve aver proprio pensato l’enormità più assurda: cioè che Gigi Riva è morto.