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Kevin Prince Boateng: “Il razzismo lo combattiamo solo noi neri: dove sono tutti gli altri? Contro i ‘buu’ serve la sconfitta a tavolino”

Kevin Prince Boateng con la maglia del Milan

 
L’ex stella del Milan: “Maignan come me, ma in dieci anni il calcio non ha fatto nulla. Se ricevi sui social l’immagine di una scimmia fa male”
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Kevin Prince Boateng, lei il 3 gennaio 2013 a Busto Arsizio con la maglia del Milan, nell’amichevole con la Pro Patria, fece la stessa scelta di Maignan sabato scorso a Udine: lasciò il campo per gli insulti razzisti, seguito dal resto della squadra.
“Significa che in 11 anni sono stati fatti pochi passi. Anzi, zero passi, direi. Non è neanche triste, è una vergogna. Capisco perfettamente che cosa ha provato Mike: io sto facendo il mio lavoro e devo essere costretto a sentire certe cose?”.

Le immagini di quel suo gesto, da Milan Channel, finirono alla Cnn e lei fu invitato dall’Onu a Ginevra.
“Feci un discorso contro il razzismo. E poi l’allora presidente della Fifa, Sepp Blatter, mi invitò a Zurigo. Fu emozionante, ma lo è stato ancora di più tornare alla Fifa tre mesi fa, per aprire la strada a una possibilità: che nessuno debba più vivere queste orribili sensazioni”.

In quale modo?
“L’attuale presidente, Gianni Infantino, mi ha coinvolto come consulente per il progetto mental health, …

Kevin Prince Boateng, lei il 3 gennaio 2013 a Busto Arsizio con la maglia del Milan, nell’amichevole con la Pro Patria, fece la stessa scelta di Maignan sabato scorso a Udine: lasciò il campo per gli insulti razzisti, seguito dal resto della squadra.
“Significa che in 11 anni sono stati fatti pochi passi. Anzi, zero passi, direi. Non è neanche triste, è una vergogna. Capisco perfettamente che cosa ha provato Mike: io sto facendo il mio lavoro e devo essere costretto a sentire certe cose?”.

Le immagini di quel suo gesto, da Milan Channel, finirono alla Cnn e lei fu invitato dall’Onu a Ginevra.
“Feci un discorso contro il razzismo. E poi l’allora presidente della Fifa, Sepp Blatter, mi invitò a Zurigo. Fu emozionante, ma lo è stato ancora di più tornare alla Fifa tre mesi fa, per aprire la strada a una possibilità: che nessuno debba più vivere queste orribili sensazioni”.

In quale modo?
“L’attuale presidente, Gianni Infantino, mi ha coinvolto come consulente per il progetto mental health, sul tema della salute mentale dei calciatori: le conseguenze del razzismo fanno parte della questione. Depressione e attacchi di panico sono purtroppo il pane quotidiano dei calciatori anche famosi. Con me, nel progetto, ci sono altri ex calciatori, come Rio Ferdinand. Siamo in contatto con Vinicius junior, l’attaccante del Brasile e del Real Madrid che ha denunciato di recente il problema del razzismo e che vuole fare molto di più per estirparlo dagli stadi. Vogliamo coinvolgere Thiago Silva e Rakitic. Stiamo organizzando un gruppo che ci mette la faccia: non abbiamo paura di niente. Però serve che tutti, proprio tutti, escano allo scoperto”.

A che cosa si riferisce?
“Al fatto che sono sempre i giocatori di colore a parlare e a esporsi, invece lo devono fare tutti: bianchi, asiatici, arabi. Si parla giustamente della guerra: basta in Ucraina, basta a Gaza. Ma bisogna dire basta anche al razzismo una volta per tutte come dice Ferdinand, i razzisti devono capire che non lo possono più fare”.

Perché la maggioranza dei calciatori tace?
“È il mondo. Ognuno pensa a se stesso. Tanti hanno paura. Magari pensano: non posso uscire allo scoperto ora, perché abbiamo perso e non è il momento, mi direbbero di pensare solo al calcio. Io sono più libero, ora che ho smesso di giocare. Ma l’obiettivo è chiaro e forse la breccia si è aperta. Un mio amico, anche lui ex calciatore, mi ha mandato su questo argomento un lungo messaggio. Diceva così: in 20 anni non ti ho mai chiesto che cosa senti dentro: mi ha fatto piangere”.

Lei incontrerà Maignan?
“Intanto gli ho scritto, ma lo vedrei molto volentieri, a Milanello o dove vuole lui. Penso che gli si debba stare vicino: nessuno può sapere il suo stato d’animo. Mike è una vittima, questo deve essere chiaro”.

L’Udinese lo ha capito, bandendo a vita dallo stadio l’autore degli insulti, prima ancora della sanzione ufficiale.
“Lo ritengo un gesto molto importante e ora serve che Lega di serie A e Fifa appoggino il club. Però non basta ancora. Io non credo onestamente che quelli che insultano siano tutti razzisti. Sanno che ti fanno male e ti vogliono ferire. Ma servono sanzioni forti”.

Il 3-0 a tavolino?
“Certo. Se vedi la tua squadra perdere, se vedi la partita interrotta e lo stadio che si svuota, ci pensi due volte prima di fare una stupidaggine del genere: queste sono le sanzioni che fanno davvero male. E i responsabili si possono individuare con telecamere e microfoni, lo dico dal 2013: il biglietto nominativo lo permette, chi sbaglia va fuori e basta. Tra l’altro se ne giova l’intera sicurezza: così non si affronta solo il razzismo, ma anche il terrorismo”.

Chiudere per sei mesi gli stadi teatro del razzismo?
“Può essere un’idea. Una giornata a porte chiuse mi fa ridere: per i razzisti è uno scherzo, sanno che tanto poi tornano a fare quello che vogliono”.

Una stretta sui social è opportuna?
“Sicuramente. Non capisco perché non sia possibile bannare e sanzionare chi insulta. Dopo la partita un calciatore trova mille-duemila commenti che fanno male: a lui e alla sua famiglia. Se vedi l’immagine di una scimmia, ti addolora. Non tutti sono forti come Ibrahimovic, che certe cose le ha vissute e che in questo momento è il migliore sostegno possibile per i giocatori del Milan”.

Da cosmopolita: l’Italia è razzista?
“Non più di Spagna, Germania o Inghilterra. Il razzismo lo vedi anche al supermercato, non solo negli stadi. La differenza è che negli stadi italiani è troppo frequente”.

Stavolta lei è ottimista?
“Sì. Dopo quello che ha fatto l’Udinese, nessun club potrà fare di meno, ma solo di più. E’ necessaria l’educazione, entrare nella testa dei bambini. E proteggere i giocatori. Non ne conosco uno che non abbia problemi mentali”.

Le è capitato?
“Sono stato un mese senza uscire, a letto. Tornavo a casa piangendo: veniva il mio bambino e non riuscivo a giocare con lui, ero vuoto. I social media sono diventati un’arma per distruggere le persone. Non esistevano ancora, quando nel 2009 Robert Enke, il portiere dell’Hannover, si buttò sotto un treno per la depressione. Figuriamoci oggi”.

Lei come ne è uscito?
“La molla è scattata dopo la retrocessione con l’Hertha Berlino, la squadra della mia infanzia e del mio cuore. Dovevo smettere perché fisicamente non ce la facevo più, dovevo essere onesto. La Fifa mi invitò a Sydney per il Mondiale femminile. Entrai in chiesa, mi misi a piangere: ho dato la mia vita a Gesù, mi sono battezzato. Mi è successo a 36 anni, non sono mai stato così contento. In nessun posto mi sono mai sentito così bene come a Sydney”.

Si trasferirà lì?
“Tra qualche mese lascerò Milano e l’Europa, che è diventata cattiva. Non dico per sempre, ma di sicuro in Europa non mi ritrovo più. Crescono odio e invidia. In politica i razzisti provano a governare, in Germania con l’Afd. Vedo il Paese in cui sono cresciuto che li vota e voglio andare via. In Australia mi hanno proposto di aiutare a fare crescere il calcio. Vado”.

Che cosa direbbe a chi ha insultato Maignan?
“Che gli serve Gesù. Nient’altro. Gli darei la Bibbia da leggere. Ognuno di noi è cresciuto in modo diverso, con le proprie esperienze. Ma nella Bibbia c’è scritto tutto, pace e amore: il razzismo non ha proprio senso”.

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