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Gigi Riva, il ricordo dell’amico ristoratore: “Per me è stato un dono, per la Sardegna è stato tutto”

Giacomo Deiana è il proprietario del ristorante di Cagliari dove il grande campione andava a mangiare ogni sera
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CAGLIARI – Giacomo è tornato al suo ristorante dopo il funerale, mercoledì sera, ha tolto il foglio con sopra scritto “chiuso per lutto” incollato alla porta con il nastro nero, ha sistemato le tre rose sul tavolo apparecchiato per Gigi (“Lo lascerò così per sempre, con le posate, il bicchiere e il tovagliolo, com’era da tanti anni”). Quando Gigi Riva tornerà, come canta la canzone di Piero Marras.

Giacomo Deiana, con Gigi come siete diventati amici?
“Era il 1990, gli avevano parlato del mio ristorantino, lui cercava un angolo dove sentirsi a casa: è un posto semplice, si vede che gli è piaciuto”.

Anche lei, Giacomo, dev’essergli piaciuto, se lo ha fatto diventare uno degli amici per la vita.
“E’ stato un dono, per me. Forse un po’ ci somigliavamo. Ma lui …

CAGLIARI – Giacomo è tornato al suo ristorante dopo il funerale, mercoledì sera, ha tolto il foglio con sopra scritto “chiuso per lutto” incollato alla porta con il nastro nero, ha sistemato le tre rose sul tavolo apparecchiato per Gigi (“Lo lascerò così per sempre, con le posate, il bicchiere e il tovagliolo, com’era da tanti anni”). Quando Gigi Riva tornerà, come canta la canzone di Piero Marras.

Giacomo Deiana, con Gigi come siete diventati amici?
“Era il 1990, gli avevano parlato del mio ristorantino, lui cercava un angolo dove sentirsi a casa: è un posto semplice, si vede che gli è piaciuto”.

Anche lei, Giacomo, dev’essergli piaciuto, se lo ha fatto diventare uno degli amici per la vita.
“E’ stato un dono, per me. Forse un po’ ci somigliavamo. Ma lui non regalava niente: prima di far entrare qualcuno nelle sue giornate, ci pensava bene”.

Quando vi siete sentiti per l’ultima volta?
“Gigi non riusciva mai a dormire, anche da giovane. Ai mondiali del ’70 in Messico doveva aiutarsi con i sonniferi, un po’ per l’altura, un po’ perché non era un momento felice per lui: chi lo direbbe adesso, eh? Così l’allenatore Valcareggi gli aveva dato il permesso di dormire fino a mezzogiorno. Ma quando poi si svegliò, fece quel gol meraviglioso ai tedeschi in Italia-Germania 4-3. Dunque, il mio telefono ha squillato alle tre e mezza di notte tra giovedì e venerdì. Non mi sono spaventato, sapevo che era lui”.

Una chiamata particolare?
“No, affatto. Gli ho chiesto: Gigi, stai bene? Hai bisogno di qualcosa? E lui mi ha detto “tutto a posto, voglio solo parlare con te del più e del meno”. Gigi Riva era così: se stavi dentro la sua vita, dovevi prendere e dare tutto”.

L’abbiamo vista molto provata, al funerale.
“Non vedevo l’ora che finisse. Sono stato due giorni all’ospedale e alla camera ardente, non l’ho fatto nemmeno per mio padre quando è morto. Ma a Gigi lo dovevo”.

E’ vero che veniva mangiare qui, alla Stella Marina di Montecristo, tutte le sere?
“Sì, aveva rallentato solo negli ultimi tempi, quando a volte gli portavamo la cena a casa. Altrimenti si sedeva al suo solito tavolo, vede, quello lì nell’angolo con attorno le maglie e le fotografie, e aspettava che gli servissi quello che avevo preparato. Mangiava di tutto, non faceva storie. A volte, con uno o due giorni di anticipo mi chiedeva un piatto particolare, per esempio l’ossobuco che gli ricordava la sua mamma. E io lo facevo cucinare da mia moglie che è milanese, lombarda come Gigi”.

Gli altri commensali lo lasciavano tranquillo?
“Quando qualcuno voleva avvicinarlo, domandava prima a me. Però Gigi non diceva no a nessuno, era sempre pronto per una parola, una fotografia, un saluto. Erano così, i campioni del suo tempo: più vicini alle persone”.

Lei un po’ lo proteggeva?
“Un poco ci provavo. Noi sardi siamo rispettosi, credo che Gigi ci avesse scelti anche per questo. Gli piaceva passeggiare in città, dove la gente lo lasciava in pace. A volte, quelli che lo incontravano si limitavano a un breve saluto con il capo, o neppure quello, e non certo per maleducazione, ma per non disturbare il nostro Gigi. Un uomo generosissimo: ha voluto mettermi anche del film che gli hanno fatto, e in una bellissima storia della sua vita che abbiamo visto in televisione”.

(ansa)

Cosa pensa, quando sfiora quel tavolo nell’angolo?
“A quando portavo a Gigi un piatto di fregole, la pasta di grano saraceno con il pesce e le verdure, una delle cose che gli piacevano di più. Vede, l’ho preparata anche stasera, è il mio ricordo per lui. Un piatto di fregole e una bottiglia di vermentino fresco. Oggi è stato un giorno dolorosissimo, ma adesso che siamo qui a ricordare Gigi, è anche bello: lui avrebbe voluto così”.

Gigi Riva sembrava sempre un po’ triste.
“Lo so, ma non lo era. Era chiuso di carattere, era timido. Qui da me si apriva, sorrideva tanto, si sentiva a casa, forse quella che da bambino non aveva avuto. Lui era una persona normalissima, viveva in un appartamento bello ma come tanti, niente di speciale. Poteva permettersi qualunque cosa, però ha scelto soltanto ciò che era davvero importante per lui. Se fosse andato alla Juve o all’Inter, avrebbe guadagnato e vinto di più: ma di quei soldi e di quegli scudetti, cosa se ne sarebbe fatto? Non sarebbe stato contento, e allora è stato mille volte giusto che non lasciasse la Sardegna. Mi ripeteva sempre di non essersene pentito, lui qui è stato tutto per noi”.

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